{"id":10649,"date":"2009-12-03T12:00:00","date_gmt":"2009-12-03T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-050\/italiano-identita-mediali\/"},"modified":"2020-10-29T11:08:10","modified_gmt":"2020-10-29T10:08:10","slug":"italiano-identita-mediali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-050\/italiano-identita-mediali\/","title":{"rendered":"Identita&#8217; Mediali"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">Penso seriamente che di fondo ci sia un vasto disagio e una grande attesa. Disagio di definizione prima e di identit\u00e0 poi. Attesa del tempo che si modella in storia.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Ha ancora senso parlare oggi di \u201cNew Media Art\u201d o di \u201cMedia Art\u201d, intendendo e includendo nella definizione una sorta di alterit\u00e0, di diversit\u00e0, dalle arti tradizionali? Come se fossero mai esistite delle arti non nuove o non mediali o separate dalle scoperte scientifiche o dalle ricerche tecnologiche. Si pu\u00f2 eventualmente spingere questo concetto al limite, spostare l\u2019attenzione su quello che \u00e8 effimero (come stupendamente fece nel 1985 il filosofo francese <span class=\"testoscuro\">Jean-Francis Lyotard<\/span> presentando al Centre Pompidou di Parigi la mostra-labirinto<em> Les Immat\u00e9riaux<\/em>) ma l\u2019immateriale o l\u2019invisibile non saranno mai de-mediali.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Con <em>de-medializzazione<\/em> intendo un grado zero di creazione che non \u00e8 concepibile per il solo fatto stesso di dipendere dal media uomo che \u00e8 dotato di una conoscenza sufficiente per considerare s\u00e9 stesso come media. E\u2019 sempre la solita guerra, sempre la solita storia, raccontata a dettato e piena zeppa di errori. Affrontata e vinta secoli fa dalla pittura, recentemente terminata per la fotografia, ancora oggi all\u2019apice per i video, solo all\u2019inizio per quelle forme artistiche che utilizzano scoperte pi\u00f9 recenti o pi\u00f9 recentemente fecondate dalla ricerca artistica, ossia per quelle che nel frattempo e con la certezza di sentirci inadeguati, identifichiamo come Media Art. E\u2019 una battaglia per il riconoscimento sociale ossia politico, economico, professionale etc\u2026<\/p>\n<table border=\"0\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\" align=\"center\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag50\/articoli\/img\/ia_stefanoraimondi01.jpg\" alt=\"\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span class=\"testoscuro\">Re:live &#8211; Media Art History<\/span> \u00e8 la terza conferenza internazionale sulle Storie della Media Art, della Scienza e della Tecnologia. Tenutasi a Melbourne dal 26 al 29 novembre ha coinvolto oltre sessanta tra artisti, scienziati, filosofi, critici e curatori provenienti da tutto il mondo.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Mancava all\u2019appello o forse era poco rappresentata, la persona \u201cmedia\u201d, importante barometro quando si parla di ricerche artistiche sociali.Eppure qui tocchiamo un punto importante che mi \u00e8 sembrato emergere da una serie di interessanti conferenze. Le ricerche portate avanti nel campo dei \u201cnuovi media\u201d o col nuovo uso dei \u201cmedia\u201d sembrano accomunate dalla caratteristica di un uso se non addirittura di una finalit\u00e0 sociale. Mi sembra un punto di non poco conto perch\u00e9 contiene in potenza l\u2019idea che l\u2019arte mediale di oggi sia integrata (negli strumenti) e interessata (nelle conseguenze) alla societ\u00e0 e che nella maggior parte dei casi sia frutto di un processo di creazione collettivo.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">La creazione collettiva non \u00e8 qui intesa nella obsoleta definizione che include lo spettatore come necessario attore per la codifica dell\u2019opera d\u2019arte ma \u00e8 da intendersi nella davvero entusiasmante opzione che il processo senza fine di creazione\/fruizione\/creazione preveda la presenza di pi\u00f9 attori. Detto altrimenti: la fucilazione del genio artistico.<\/p>\n<table border=\"0\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\" align=\"center\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag50\/articoli\/img\/ia_stefanoraimondi03.jpg\" alt=\"\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>A supporto e di eguale interesse: l\u2019emergere di <em>rituali tecnologici<\/em>, ossia di pratiche condivise e continuative che muovono da media aggregativi, tra cui, nel caso pi\u00f9 estremo ma anche comune, la celebrazione della morte digitale.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Rimane la possibilit\u00e0 di vivere una duplice simultanea realt\u00e0 dove possiamo piangere in digitale per morti reali e lacrimare sale per l\u2019agonia di una catena di bit.<\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"JUSTIFY\"><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.mediaarthistory.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.mediaarthistory.org\/<\/a><\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Re:live &#8211; Media Art History \u008f la terza conferenza internazionale sulle Storie della Media Art, della Scienza e della Tecnologia. 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