{"id":10590,"date":"2009-09-04T12:00:00","date_gmt":"2009-09-04T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-047\/art-activism-subjectivity-sabotage\/"},"modified":"2020-10-28T11:54:38","modified_gmt":"2020-10-28T10:54:38","slug":"art-activism-subjectivity-sabotage","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/hacktivism\/art-activism-subjectivity-sabotage\/","title":{"rendered":"Arte, Attivismo, Soggettivita&#8217;, Sabotaggio"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">Chi l&#8217;ha detto che i libri tratti dagli atti dei convegni sono noiosi? Dipende in primo luogo dai convegni e dai relatori, e poi da come si confeziona il libro stesso. La lettura di<a><em> L&#8217;arte della sovversione<\/em><\/a>. <em>Multiversity: pratiche artistiche contemporanee e attivismo politico<\/em>, a cura di <span class=\"testoscuro\">Marco Baravalle <\/span>per &#8220;Manifestolibri\/Uninomade&#8221;, una volta superato il titolo \u0096 un tantino sovraesposto \u0096 \u00e8 godibilissima, perch\u00e9 \u00e8 un libro composto da molti interventi acuti e necessari (non tutti, certo) su un insieme di temi molto attuali, e anche complicati, ma affascinanti per chi si occupa di produzione culturale in genere, e con un taglio politico\/sociale in particolare.<\/p>\n<p>Rimpiango non essere andato, il 16, 17 e 18 maggio 2008, al seminario che ha dato origine al libro (di cui avevamochiesto allo stesso Marco Baravalle un report per il Digimag 35 dello scorso Giugno 08 &#8211; <a class=\"testoscuro\" href=\"https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1180\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1180<\/a>), che tenutosi al <span class=\"testoscuro\">S.a.L.E. di Venezia,<\/span> perch\u00e9 anche nella versione stampata si sente l&#8217;eco di un dibattito che deve essere stato vivace e per nulla diplomatico. Ma, leggendo il sottotitolo del libro, ricordo che cosa mi trattenne allora dall&#8217;andare: mi trattenne il fatto che il rapporto fra l&#8217;arte contemporanea e l&#8217;attivismo politico mi pareva molto poco interessante, o un problema mal posto. Cos\u00ec come mi pare adesso:e le cose che ho letto nel libro mi confermano in quella convinzione.<\/p>\n<p>Una delle cose pi\u00f9 interessanti in <em>L&#8217;arte della sovversione <\/em>\u00e8 infatti il dialogo tra sordi che si svolge fra teorici, militanti e attivisti legati ai movimenti da un lato, e critici d&#8217;arte, storici dell&#8217;arte, galleristi dall&#8217;altro. Non so se sia andata cos\u00ec anche al seminario: ma questo \u00e8 ci\u00f2 che emerge dal libro. Facciamo un esempio. <span class=\"testoscuro\">Matteo Pasquinelli<\/span> (fondatore tra l&#8217;altro di <em>Rekombinant<\/em> e autore di un libro sul mediattivismo, attualmente ricercatore alla Queen Mary University di Londra) in un intervento molto lucido dedicato alla &#8220;fabbrica della cultura&#8221; (l&#8217;erede dell&#8217;industria culturale di Adorniana memoria) e ai suoi rapporti con lo sviluppo urbano, mette in luce il rapporto fra arte contemporanea e nuovo sviluppo urbano (la cosiddetta <em>gentrification<\/em>). In soldoni: molta della produzione culturale underground, &#8220;alternativa&#8221; o addirittura contestativa, serve ad attribuire ad alcune zone metropolitane un fascino perverso, su cui la speculazione immobiliare \u00e8 pronta a intervenire.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\" align=\"center\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag47\/articoli\/img\/hacktivism_antoniocaronia03.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"333\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Scrive Pasquinelli: &#8220;Dietro le nuove forme di gentrificazione sta un legame cruciale tra speculazione immobiliare e produzione culturale, un legame di cui il mondo dell&#8217;arte e dell&#8217;attivismo non \u00e8 ancora molto consapevole.&#8221; Dopo aver quindi criticato tanto la &#8220;cinica sovra-identificazione col capitalismo&#8221; di molta arte contemporanea (esemplificata in Damien Hirst), quanto il <em>m\u00e9lange <\/em>di paranoia e ingenuit\u00e0 dell&#8217;attivismo <em>politically correct <\/em>(sciopero dell&#8217;arte o, al contrario, &#8220;arte sostenibile&#8221;), conclude: &#8220;La fabbricazione artificiale di valore \u00e8 componente chiave del gioco finanziario come pure dei processi di gentrificazione. \u00c8 la borsa a insegnarci per prima il sabotaggio del valore. (\u0085) Una delle ipotesi che rimane sul campo \u00e8 il sabotaggio diretto della rendita \u0096 ovvero, un rovesciamento del valore che si \u00e8 accumulato alle spalle della produzione comune di capitale culturale e simbolico&#8221;. Molto ben detto, mi pare: certamente difficile da praticare, e bisognoso di ulteriore elaborazione per produrre esperienze significative, ma \u00e8 una direzione interessante.<\/p>\n<p>A questa proposta (chiamatela anche provocazione, se volete), come risponde <span class=\"testoscuro\">Angela Vettese<\/span>, presidente della <span class=\"testoscuro\">Fondazione Bevilacqua La Masa<\/span> di Venezia e firma illustre, come critica d&#8217;arte, del <em>Sole-24 ore<\/em>? &#8220;Direi, visto il tenore degli interventi di questo seminario, che il mio ruolo qui \u00e8 quello di mettere in chiaro perch\u00e9 parlare di sabotaggio \u00e8 oggi pressoch\u00e9 impossibile. Vorrei descrivere le forze che si oppongono a questo sabotaggio&#8221;. E si adopera a spiegarci, con dovizia di esempi, come sia fallito ogni tentativo di &#8220;sabotaggio\u0084 tentato dagli artisti nella seconda met\u00e0 del secolo scorso (dall&#8217;Arte Povera a Joseph Kosuth a Nan Goldin a Marina Abramovic): tutti contestatori all&#8217;inizio e &#8220;orgogliosissimi di &#8216;avercela fatta'&#8221; una volta conquistato il mercato. Perch\u00e9 &#8220;il mercato \u00e8 un bidone aspiratutto di cui per\u00f2 gli artisti, a un certo punto, diventano complici orgogliosi&#8221;. Il tutto corroborato con citazioni di Zizek e di Foucault. Non fa una grinza. Vettese ci ha convinto: sabotare il mercato dell&#8217;arte dall&#8217;interno \u00e8 impresa vana e inconcludente. L&#8217;unico &#8220;sabotaggio&#8221; possibile in questo senso \u00e8 quello che Damien Hirst ha operato ai danni di galleristi e critici, vendendo &#8220;direttamente&#8221; il suo <em>Vitello d&#8217;oro <\/em>in un&#8217;asta a Sotheby per 10 milioni di sterline: cosa che per\u00f2 non scalfisce minimamente il mercato, anzi. Solo che la linea del &#8220;sabotaggio&#8221; indicata da Pasquinelli non andava, mi pare, in questa direzione.<\/p>\n<p>Suggeriva, anzi, che sia possibile inventare forme di produzione culturale che incrinino il mercato (senza, quindi, restare nella &#8220;marginalit\u00e0&#8221;) perch\u00e9 introducono elementi di incompatibilit\u00e0 fra attivit\u00e0 espressiva e processi di valorizzazione. Molte delle esperienze espressive nate all&#8217;interno dei movimenti o attorno a essi negli ultimi decenni vanno in questo senso: certo, senza ancora riuscire a realizzare il &#8220;sabotaggio&#8221; vero e proprio, ma ponendone le promesse. Per esempio nomi collettivi, falsi, narrazioni mitopoietiche, usi non convenzionali dell&#8217;immagine: Luther Blissett, San Precario, Serpica Naro, Anna Adamolo. Cose che non vanno nelle gallerie d&#8217;arte o alle mostre dei critici, che non sono &#8220;valorizzate&#8221; in senso monetario, ma nascono nei processi di formazione delle nuove soggettivit\u00e0 e tentano di non venire &#8220;catturat&#8221; dal mercato.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\" align=\"center\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag47\/articoli\/img\/hacktivism_davideanni02.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"333\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Il punto, come spiegano molti interventi nel libro, \u00e8 proprio questo: nel nuovo capitalismo postfordista, cognitivo, immateriale, i processi chiave della valorizzazione (della creazione di valore economico) non sono pi\u00f9 quelli della trasformazione delle materie prime in merci materiali: sono quelli in cui tutta l&#8217;attivit\u00e0 relazionale e linguistica degli esseri umani, l&#8217;immaginario, divengono merci immateriali, vengono messi a valore dai nuovi dispositivi, che sono capaci di leggerli, integrarli, diffonderli e &#8220;produrli&#8221; con un marchio. Insomma, semplificando un po&#8217; ma non tanto: non solo l&#8217;arte \u00e8 diventata un processo produttivo, ma anche la produzione sta diventando un processo artistico. Arte e produzione si assomigliano sempre di pi\u00f9. &#8220;Produrre e creare&#8221;, scrive <span class=\"testoscuro\">Judith Revel<\/span>, &#8220;sono la stessa cosa&#8221;. E quindi non \u00e8 pi\u00f9 possibile, come ancora lo era ai tempi della &#8220;industria culturale&#8221;, giocare la soggettivit\u00e0 contro il capitalismo. Sempre Judith Revel: &#8220;Con la nuova era del capitalismo cognitivo, intellettuale, linguistico e affettivo, qualcosa \u00e8 cambiato. Nella messa a valore delle forme nuove della cooperazione sociale e della circolazione dei saperi, di quell&#8217;inventiva, di quella potenza creativa che caratterizzano la produzione soggettiva e, di conseguenza, con la sussunzione di ci\u00f2 che rende la vita, in quanto potenza, un vero e proprio processo artistico, la soggettivit\u00e0 si ritrova trascinata all&#8217;interno di qualcosa da cui era stata immune&#8221;.<\/p>\n<p>Questo significa che, come pretende la vulgata postmoderna, non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 spazio per alcuna attivit\u00e0 di negazione e di rifiuto di questo processo? Che ogni protesta \u00e8 destinata ad essere riassorbita, anzi a diventare a sua volta merce? Questa mi pare una conclusione meccanica, dovuta all&#8217;abbaglio del nuovo, di cui \u00e8 naturale siano preda gli apologeti dell&#8217;esistente e gli ammiratori pi\u00f9 o meno segreti dell&#8217;indubbia performativit\u00e0 del nuovo capitalismo. Ma \u00e8 un abbaglio in cui non dovrebbe cadere chi si ritiene portatore di un&#8217;altra logica, di un altro esito per la ricchezza delle relazioni, per chi rivendica ci\u00f2 che <em>accomuna <\/em> gli esseri umani e non ci\u00f2 che li <em>isola <\/em>, espropriandoli della loro stessa vita, dato che \u00e8 la <em>vita <\/em>in quanto tale, ormai, che viene messa a valore.<\/p>\n<p>&#8220;Surcodificazione&#8221; e &#8220;cattura&#8221;, ci dice <span class=\"testoscuro\">Brian Holmes<\/span>, sono i due dispositivi che segnano la subordinazione della soggettivit\u00e0 al capitale globale, che hanno prodotto &#8220;una vera e propria esplosione del feticismo della merce, sulla scala dei mercati globali e alla velocit\u00e0 delle reti a fibre ottiche&#8221;. Ma, come osserva Revel, &#8220;il capitale non inventa, assorbe solo con un&#8217;estrema intelligenza, e si riattribuisce, a posteriori, ci\u00f2 che ha assorbito e di cui ha espropriato i veri produttori&#8221;. E questo genera quella &#8220;resistenza&#8221; di cui parlano sia Revel che Holmes che Pasquinelli, che \u00e8 la resistenza della produzione di soggettivit\u00e0, delle &#8220;forme d&#8217;essere nuove, totalmente immanenti, che inaugurano orizzonti nuovi&#8221; (Revel), e che non sono totalmente traducibili in merce, che si sottraggono, proprio per la loro eccedenza , al processo di valorizzazione. \u00c8 la potenza del linguaggio (aggiungo io, sulla scorta di Virno) che produce sempre un&#8217;eccedenza di senso, una asimmetria fra discorso e mondo, che non si lascia irreggimentare tutta nelle forme della merce. \u00c8 sempre Judith Revel che spiega con ammirevole concisione questo processo: &#8220;La condizione di possibilit\u00e0 del capitalismo (la capacit\u00e0 creativa, l&#8217;eccedenza produttiva) \u00e8 l&#8217;unica cosa che sfugge al capitalismo. Meglio, non solo esso non la pu\u00f2 produrre da solo, n\u00e9 chiedere a nessuna macchina di farlo, ma deve arrendersi all&#8217;evidenza: l&#8217;eccedenza creativa \u00e8 lo strumento della sottrazione al potere, \u00e8 ci\u00f2 che disfa e scioglie le strategie di assoggettamento e riconcentra la resistenza sullo sfruttamento&#8221;.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\" align=\"center\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag47\/articoli\/img\/hacktivism_davideanni02.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"333\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Ora, \u00e8 proprio a questa resistenza che fa riferimento l'&#8221;artivismo&#8221;, o se volete l&#8217;arte che esprime l&#8217;eccedenza dei processi di soggettivazione, e che perci\u00f2 non ha bisogno di &#8220;ibridarsi\u0084 con l&#8217;attivismo o con le lotte dei movimenti, perch\u00e9 nasce gi\u00e0 da l\u00ec , perch\u00e9 gi\u00e0 ogni strumento espressivo prodotto in questi processi di resistenza, in questo senso, \u00e8 arte. Ed \u00e8 un&#8217;arte che pu\u00f2 anche congiunturalmente approdare in qualche galleria o in qualche mostra (come ci racconta <span class=\"testoscuro\">Marco Scotini<\/span>), ma che non nasce e che non muore nel sistema dell&#8217;arte, quello dei musei, dei critici, dei mercanti e delle gallerie. Nasce e muore, vive, si sviluppa, nei processi sociali. Detto questo, non c&#8217;\u00e8 niente di male a invitare ai propri seminari anche i critici d&#8217;arte e gli storici dell&#8217;arte che ci sembrano pi\u00f9 sensibili a queste tematiche, anche se poi ci fanno una figura barbina, o hanno poco da dire sui temi pi\u00f9 brucianti delle analisi e delle proposte. Certo, mi sarei aspettato che anche l&#8217;introduzione di Marco Baravalle, dicesse qualcosa a questo proposito, superando la diplomazia e affiancando all&#8217;impeccabile presentazione dei temi teorici e delle prospettive di lavoro anche qualche considerazione un po&#8217; pi\u00f9 stringente proprio sul mondo istituzionale che (giustamente) al seminario era stato invitato. Ma forse pretendo troppo (e soprattutto, forse, non partecipo alla gestione di uno spazio culturale autogestito con i problemi che ha il S.a.L.E.).<\/p>\n<p><em>L&#8217;arte della sovversione. Multiversity: pratiche artistiche contemporanee e attivismo politico<br \/>\nA cura di Marco Baravalle<br \/>\nManifestolibri\/Uninomade, Roma 2009<br \/>\npp. 222, euro 20<\/em>\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Chi l&#8217;ha detto che i libri tratti dagli atti dei convegni sono noiosi? Dipende in primo luogo dai convegni e dai relatori, e poi da come si confeziona il libro stesso. 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First of all it depends on the congress and the speakers, secondly on the way the book is conceived. The reading of L'arte della sovversione. Multiversity: pratiche artistiche contemporanee e attivismo politico (The art of overthrow. Multiversity: artistic contemporary practices and political activism) edited by Marco Baravalle for 'Manifestolibri\/Uninomade', once you get over the title -a bit over the top- it is very enjoyable because it is composed of many keen and necessary statements (not all of them of course) on a group of quite current issues, that though complicated, are fascinating for those who deal with cultural production in general, and with a political\/social tone in particular.[:it]Chi l'ha detto che i libri tratti dagli atti dei convegni sono noiosi? Dipende in primo luogo dai convegni e dai relatori, e poi da come si confeziona il libro stesso. La lettura di L'arte della sovversione. Multiversity: pratiche artistiche contemporanee e attivismo politico, a cura di Marco Baravalle per Manifestolibri\/Uninomade, una volta superato il titolo - un tantino sovraesposto - \u008f godibilissima, perch\u00e9 \u008f un libro composto da molti interventi acuti e necessari (non tutti, certo) su un insieme di temi molto attuali, e anche complicati, ma affascinanti per chi si occupa di produzione culturale in genere, e con un taglio politico\/sociale in particolare. 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