{"id":10558,"date":"2009-06-03T12:00:00","date_gmt":"2009-06-03T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-045\/a_ctivism\/"},"modified":"2020-10-28T10:56:53","modified_gmt":"2020-10-28T09:56:53","slug":"a_ctivism","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/hacktivism\/a_ctivism\/","title":{"rendered":"A_tivismo"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">In questo articolo vorrei presentare alcune delle mie riflessioni sulle forme di protesta all&#8217;interno dello spazio dell&#8217;arte. Queste asserzioni sono state concepite in occasione della tavola rotonda <span class=\"testoscuro\">&#8220;Out of the fiction of protest \u0096 Arte e attivismo politico&#8221; tenuta lo scorso 24 maggio 2009 a Milano<\/span>. Per sintetizzare il mio pensiero ho deciso di organizzare il testo in tre ipotesi che possono fungere da incentivo allo sviluppo di argomentazioni che negano o confermano un determinato punto di vista.<\/p>\n<p><em class=\"testoscuro\"><strong>Ipotesi 1<\/strong>:<\/em> <em>Dentro la sfera dell&#8217;arte \u00e8 linguisticamente impossibile manifestare dell&#8217;ATTIVISMO perch\u00e9 tale pratica [ogni forma d&#8217;arte politica] viene immediatamente rinominata ARTIVISMO. L&#8217;effettuata rinominazione determina l&#8217;immagine attraverso la quale questi interventi vengono proiettati pubblicamente. Ci\u00f2 influisce sulla loro potenza, ovvero sulla potenzialit\u00e0 di impatto della \u00abforza-azione\u00bb. <\/em><\/p>\n<p>L&#8217;idea che sta alla base di questa ipotesi \u00e8 che ogni etichettatura dei processi di resistenza utilizzando il termine \u00abarte\u00bb trasforma tale pratica, indipendentemente dal suo grado di sovversivit\u00e0, in un <em>passage \u00e0 l&#8217;acte <\/em> impotente. Questo avviene gi\u00e0 con il semplice uso della retorica artistica che depotenzia a priori l&#8217;attivismo perch\u00e9 tende ad appiattirlo in una mera rappresentazione e spettacolarizzazione delle vere forme di lotta politica. Come \u00e8 possibile, si potrebbe opporre, che una tale peculiarit\u00e0 linguistica influenzi l&#8217;esito di questo genere di attivit\u00e0?<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\" align=\"center\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag45\/articoli\/img\/hacktivism_otherehto01.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"333\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Per capire l&#8217;importanza dell&#8217;identificazione nominale bisogna soffermarsi sulla questione del linguaggio. Il linguaggio \u00e8 uno strumento che ci distanzia dalla nostra esperienza diretta dell&#8217;\u00abessere-nel-mondo\u00bb. Grazie all&#8217;aggiunta di uno strato di realt\u00e0 astratta o interpretativa, esso ci permette di effettuare l&#8217;attribuzione di significato grazie alla quale ci rapportiamo con i corpi e con le cose. Si potrebbe dire che il nome assume la stessa funzione della forma &#8211; entrambi si fondono nell&#8217;involucro con il quale entriamo in contatto con ci\u00f2 che ci circonda.<\/p>\n<p>Le potenzialit\u00e0 offerte dal nome [il corpo linguistico] e dalla forma [la rappresentazione, il medium usato] vengono filtrate attraverso le reti relazionali di una determinata societ\u00e0. Con questo voglio dire che il processo di identificazione di un corpo o di una cosa viene attuato nei punti di collisione tra le generiche potenzialit\u00e0 virtuali incluse nel nome e nella forma e le specifiche relazioni sociali con le quali le persone si rapportano con questi corpi e cose. Gli insiemi di significato cosi formati vengono fagocitati nella materialit\u00e0 del corpo o della cosa, modificandone sia la struttura interna che la dinamica di azione. Con il termine \u00abdinamica di azione\u00bb mi riferisco alla potenza di impatto che un corpo o una cosa pu\u00f2 provocare dentro una specifica societ\u00e0.<\/p>\n<p><span class=\"testoscuro\"><em><strong>Ipotesi 2<\/strong>:<\/em><\/span><em> L&#8217;artivismo risulta comodo al sistema dell&#8217;arte [soprattutto alle figure di potere dentro e intorno ad esso] poich\u00e9 viene spesso utilizzato come prova e garanzia dell&#8217;impegno etico-sociale delle persone che creano, curano e consumano arte contemporanea. <\/em><\/p>\n<p>Personalmente credo che si debba dividere il vasto campo dell&#8217;arte che viene oggi identificata come artivistica in due tipologie: l&#8217;arte che usa la politica solamente come ispirazione [l&#8217;artivismo tematico] e l&#8217;arte che fa politica attraverso l&#8217;uso e la propaganda dei nuovi modi di produzione [l&#8217; a_tivismo metodologico]. Nella prima categoria includo tutti gli artisti nel cui lavoro la componente di resistenza \u00e8 presente solamente a livello di concetto. Questi artisti creano lavori che vogliono denunciare alcune problematiche di carattere socio-politico senza che la loro impostazione critica influenzi la struttura interna del loro intervento.<\/p>\n<p>Per andare pi\u00f9 nello specifico, trovo assurdo che una gran parte degli artisti il cui lavoro \u00e8 orientato verso una critica diretta del funzionamento del sistema (che denunciano per esempio i problemi di sfruttamento dei lavoratori, il neo-colonialismo, la gentrification, \u0085) continui a condividere ed applicare il modello arcaico di propriet\u00e0 intellettuale. Agendo in questo modo dimostrano di non tenere conto, consapevolmente o meno, del fatto che il modo di consegna del messaggio [le potenzialit\u00e0 offerte dal nome e dalla forma] definisce il messaggio stesso [struttura + dinamica di azione].<\/p>\n<p>Qui ho in mente l&#8217;insistenza sul concetto di \u00abunicit\u00e0\u00bb presente in molti progetti artistici &#8220;di protesta&#8221; che attraverso una scelta impropria del mezzo o delle politiche di distribuzione, continuano a limitare la fruibilit\u00e0 e riproducibilit\u00e0 del loro lavoro. La decisione di applicare le regole restrittive del Copyright anche quando il formato del lavoro (come nel caso di video, libri e stampe digitali) implica gi\u00e0 di per s\u00e9 la possibilit\u00e0 di essere condiviso, copiato, modificato e hackerato liberamente \u00e8 tanto pi\u00f9 rivelatrice del reale livello di attivismo incorporato. Soprattutto perch\u00e9 credo che lo scopo di ogni progetto attivistico dovrebbe essere quello di poter rendere accessibile la controinformazione a un numero pi\u00f9 vasto possibile di persone mentre una simile decisione non fa altro che impedire la fruizione di massa.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\" align=\"center\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag45\/articoli\/img\/hacktivism_otherehto03.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"333\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Ci\u00f2 ovviamente influisce anche sull&#8217;efficacia concreta del progetto perch\u00e9 la limitazione del libero circolamento necessariamente indebolisce la sua potenza. Considerando tutto ci\u00f2, mi pare naturale pensare che in tali situazioni tutto il discorso della resistenza non si spinga molto oltre ad una semplice retorica o moralizzazione. D&#8217;altronde si capisce che tale impostazione sia conveniente all&#8217;artista perch\u00e9 gli permette di usufruire di tutte le agevolazioni offerte dal sistema dell&#8217;arte: un lavoro che conserva il criterio dell&#8217;autenticit\u00e0 assume ovviamente un valore pi\u00f9 elevato dentro il mercato dell&#8217;arte, sempre alla ricerca di nuovi diademi etico-sociali.<\/p>\n<p>Potremmo chiamare questo fenomeno \u00ababbellimento strategico\u00bb perch\u00e9 sebbene esso in superficie riproduca l&#8217;ingaggio socio-politico, questo rimane nei visceri solo uno strumento funzionale per attirare della luce candida sopra di s\u00e9 e sotto la quale ci sentiamo tutti [chi produce, cura e consuma questi prodotti] interiormente onesti e democratici.<\/p>\n<p>Si tende a dimenticare che la societ\u00e0 pu\u00f2 facilmente fare a meno dell&#8217;arte politica ufficiale [l&#8217;arte &#8220;riconosciuta&#8221;, quella delle gallerie e delle biennali, che include principalmente esempi dell&#8217;artivismo tematico] mentre le figure di potere con molta pi\u00f9 difficolt\u00e0.<\/p>\n<p>L&#8217;arte e soprattutto l&#8217;arte di protesta \u00e8 funzionale al sistema di potere [capitalismo postfordista] per comunicare le possibilit\u00e0 di espressione di un&#8217;opposizione dentro il sistema. Attraverso la promozione dell&#8217;arte politica [l&#8217;arte che denuncia problematiche sociali] il sistema pu\u00f2 autoproclamarsi come democratico e &#8220;politically correct&#8221;. In questo modo fa s\u00ec che gli oppositori possano liberamente &#8220;esprimere&#8221; [scaricare] la loro tensione contro l&#8217;organizzazione del sistema di potere in modo che esso non debba confrontarsi frontalmente con le problematiche denunciate.<\/p>\n<p>Al contrario, nelle pratiche dell&#8217;a_tivismo metodologico non importa tanto cosa viene realizzato [il messaggio] ma come &#8211; l&#8217;insieme delle condizioni presenti intorno alla creazione del lavoro: il medium utilizzato e le modalit\u00e0 di realizzazione, fruizione e distribuzione del progetto. Come esempio di tale prassi posso riportare i progetti di <span class=\"testoscuro\">CAE \u0096 Critical Art Ensemble<\/span> i quali offrono sul loro sito (<a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.critical-art.net\/books\/index.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.critical-art.net\/books\/index.html<\/a>) la possibilit\u00e0 di download gratuito delle loro &#8220;opere&#8221;, ossia dei loro libri di controinformazione nel campo delle (bio)tecnologie. Questo \u00e8 solo un semplice esempio di a_tivismo che aderisce alla filosofia <em>FLOSS, Free\/Libre\/Open Source Software,<\/em> che ha ormai superato i confini del codice per tracciare dei varchi in diversi spazi di realt\u00e0, sia materiale che &#8220;immateriale&#8221;.<\/p>\n<p>L&#8217;ingegnosit\u00e0 del progetto politico FLOSS sta nella creazione di basi distribuzionali come alternativa agli attuali sistemi contenutistici; un approccio che tende a superare la politica del terrore inscritta nelle concezioni normative.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\" align=\"center\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag45\/articoli\/img\/hacktivism_otherehto05.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"333\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><strong><span class=\"testoscuro\"><em>Ipotesi 3<\/em><\/span><\/strong><em>: Nel caso una persona non sia interessata a \u00abfare arte\u00bb o a \u00abfare l&#8217;artista\u00bb ma all&#8217;utilizzo dell&#8217;arte, o meglio dei processi e strumenti creativi alternativi, per scopi altri, non ha pi\u00f9 nessun senso presentarsi o presentare una tale persona come artista o il suo lavoro come arte poich\u00e9 ci\u00f2 indebolirebbe soltanto il carattere activo e socio-funzionale di tali attivit\u00e0 e lavori. <\/em><\/p>\n<p>Considerando il fatto che l&#8217;artivismo e la cosiddetta arte politica vengono frequentemente sfruttati per un \u00ababbellimento strategico\u00bb forse converrebbe concepire delle altre modalit\u00e0 di approccio. Ecco perch\u00e9 vorrei suggerire l&#8217;idea di \u00abautocastrazione simbolica\u00bb che consisterebbe nella trasformazione della figura &#8220;dell&#8217;artista&#8221; in un <em>nonsoch\u00e9 <\/em>che fa cose, svolge azioni. Personalmente credo che l&#8217;allontanamento dal campo dell&#8217;arte possa offrire al <em>nonsoch\u00e9 <\/em> due tipi di impostazioni: l&#8217;una fondata sulla ricerca accademica, l&#8217;altra sulla politica dell&#8217;attivismo vera e propria. Nell&#8217;ambito della ricerca accademica vorrei proporre l&#8217;uso della creativit\u00e0 artistica come ampliamento del modello di razionalit\u00e0 scientifica.<\/p>\n<p>L&#8217;autocastrazione simbolica pu\u00f2 dimostrarsi una possibile strategia contro il depotenziamento dell&#8217;impostazione critica o di ricerca di tali lavori, nonch\u00e9 impedirebbe la fagocitazione da parte del mercato dell&#8217;arte e la conseguente banalizzazione. Essa permetterebbe inoltre di uscire dai limiti situati attorno alla retorica [tecniche e modelli di presentazione e interpretazione] e grammatica artistica [l&#8217;insieme delle convenzioni e cognizioni oggi applicate all&#8217;arte]. Infine, tale impostazione faciliterebbe e rafforzerebbe la messa in discussione non di specifiche sfumature del sistema ma il funzionamento dell&#8217;intero sistema come tale. E&#8217; qua non mi riferisco al sistema dell&#8217;arte in particolare ma all&#8217;organizzazione del sistema di potere in generale.\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In questo articolo vorrei presentare alcune delle mie riflessioni sulle forme di protesta all&#8217;interno dello spazio dell&#8217;arte. Queste asserzioni sono state concepite in occasione della tavola rotonda &#8216;Out of the fiction of protest &#8211; Arte e attivismo politico&#8217; tenuta lo scorso 24 maggio 2009 a Milano. 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