{"id":10461,"date":"2008-11-03T12:00:00","date_gmt":"2008-11-03T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-039\/italiano-almost-cinema-only-the-exhibition\/"},"modified":"2020-10-26T11:18:04","modified_gmt":"2020-10-26T10:18:04","slug":"italiano-almost-cinema-only-the-exhibition","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-039\/italiano-almost-cinema-only-the-exhibition\/","title":{"rendered":"Almost Cinema: Only The Exhibition"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"justify\">Qualche giorno fa, chiaccherando con <span class=\"testoscuro\">Eva De Groete<\/span>, la curatrice della mostra annuale del Vooruit di Gent &#8220;Almost cinema&#8221;, le avevo promesso che avrei scritto una recensione dell&#8217;evento. Lei mi aveva fatto giurare per\u00f2 che avrei visitato &#8220;tutta&#8221; la mostra, sottolineando che non tutti si prendono sempre la briga di farlo, prima di sentenziare giudizi. Detto fatto.<\/p>\n<p align=\"justify\">Aiutata anche dal fatto che la mostra \u00e8 molto compatta, e quest&#8217;edizione di pi\u00f9 rispetto all&#8217;anno passato, ho accontentato Eva senza per\u00f2 seguire tutte le performances che fanno parte dell&#8217;evento. Questa visita virtuale di &#8220;Almost cinema&#8221; parla quindi solo della mostra, ma fa riferimento anche all&#8217;edizione dell&#8217;anno passato che avevo visitato con in mente l&#8217;idea che immagini in movimento e spazi per l&#8217;arte contemporanea non sempre vanno d&#8217;accordo.<\/p>\n<p>Da quattro edizioni,<span class=\"testoscuro\"> &#8220;Almost cinema&#8221; accompagna il Film Festival di Gent (in Belgio)<\/span> con una mostra, una serie di performances ed un simposio, che indagano le possibilit\u00e0 del cinema nella sua intersezione con l&#8217;arte. Per spiegarla meglio \u0096 come recita il sottotitolo della manifestazione \u0096 &#8220;Almost cinema inizia dove i film tradizionali finiscono&#8221;. Lontana dal cinema narrativo, dal documentario giornalistico ed anche dalla videoarte tradizionale, la manifestazione esplora il territorio ampio (immenso, che rischia anche di scivolare nel vago) che si colloca nell&#8217;intersezione tra ambiente, immagine, suono e movimento. Il tutto sconfinando nelle possibili multipli accezioni dell&#8217;idea stessa &#8220;cinematicit\u00e0&#8221;.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag39\/articoli\/img\/videoart_lucreziacippitelli04.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Decostruendo l&#8217;idea tradizionale del cinema come meccanismo di narrazione di una vicenda (in cui tutti gli elementi, compresa la troupe, operano all&#8217;unisono nella messa in scena fittizia di un fatto, come in &#8220;Effetto notte&#8221; di Truffaut), &#8220;Almost cinema&#8221; da oramai quattro edizioni indaga come gli elementi essenziali del film possano essere riproposti per approdare a un prodotto diverso, che implica l&#8217;osservazione e la partecipazione dello spettatore ma in forma astratta e non lineare.<\/p>\n<p>Nel 2007 ho visto la mostra dopo aver visitato la Biennale di Venezia e durante un intenso periodo di riflessione sui black box dell&#8217;arte contemporanea, in particolare ragionavo sui video lunghi tre ore presentati nelle grandi mostre internazionali, sull&#8217;assoluta inutilit\u00e0 di usare gli spazi dell&#8217;arte per presentare films che non hanno spazio nei cinema commerciali e sul perch\u00e9 critici e curatori raramente si pongono il problema che un video su supporto DVD proiettato su un muro in una stanza scura non \u00e8 curatorialmente una bella mossa. All&#8217;epoca ricordo ero ancora scioccata dall&#8217;esperienza devastante e frustrante del video di <span class=\"testoscuro\">Yang Fudong &#8220;Seven Intellectuals in Bamboo Forest&#8221;, presentato alla Biennale di Robert Storr:<\/span> la pellicola, originariamente girata su 35 mm, veniva presentata divisa in 5 parti riversate su DVD in cinque piccoli box di legno in mezzo alla sterminata mostra negli spazi dell&#8217;Arsenale. Durata totale 110 minuti. Perch\u00e9 presentare in mezzo a una mostra un video che sarebbe meglio in una rassegna? A cosa dovrebbero pensare artisti e curatori quando tentano di riflettere su cinema e dintorni? Quali strategie dovrebbero interrogare?<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag39\/articoli\/img\/videoart_lucreziacippitelli05.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>La visita di <span class=\"testoscuro\">&#8220;Almost cinema&#8221;<\/span> mi aveva un po&#8217; rimessa in pace con il mondo. Qualcuno, finalmente, ci pensa. Ma come di consueto, la riflessione avviene nel contesto della &#8220;media art&#8221;, ambito normalmente abituato ad analizzare e speculare sul medium, a differenza dell&#8217;arte contemporanea tradizionale, giacch\u00e9 <span class=\"testoscuro\">Eva de Groete \u00e8 proprio la responsabile della programmazione dedicata alla media art del Vooruit<\/span>, spazio polivalente aperto normalmente anche alle arti dello spettacolo e performative pi\u00f9 tradizionali.<\/p>\n<p>In particolare ero rimasta molto intrigata da alcuni lavori. L&#8217;austriaco <span class=\"testoscuro\">Gebhard Sengm\u00fcller in &#8220;Slide movie&#8221;<\/span> aveva tagliato in stills un b-movie poliziesco, riproponendolo proiettato sulla stessa porzione di parete da 24 proiettori di diapositive che operando in sequenza riproponevano una porzione del film: un omaggio al meccanismo del cinema, che crea nella mente dello spettatore l&#8217;astrazione dell&#8217;azione e del movimento attraverso l&#8217;accostamento di una sequenza di immagini fisse. Con &#8220;Stereorama&#8221;, in cui &#8220;l&#8217;effetto cinema&#8221; \u00e8 dato da cinque visori stereobox in cui lo spettatore sbircia come si spia da un buco della serratura di duchampiana memoria<span class=\"testoscuro\">, gli italiani ZimmerFrei<\/span> inducono vivere momentanee tracce di eventi connettendo le immagini al suono ambientale riproposto da un paio di cuffie: una riflessione sull&#8217;immersivit\u00e0 del cinema. Un&#8217;altra artista austriaca, <span class=\"testoscuro\">Julia Willms, nella proiezione &#8220;Passageway&#8221; <\/span>detournava uno spazio di passaggio del Vooruit, proponendo il <em>tromp l&#8217;oeil <\/em> di un tunnel infinito proiettato su uno schermo posto a chiusura di un corridoio: giocando ancora con l&#8217;effetto immersivo del cinema, che \u00e8 in grado di far &#8220;vivere&#8221; allo spettatore una realt\u00e0 immaginaria, l&#8217;installazione giocava perfettamente con lo spazio che la ospitava.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag39\/articoli\/img\/videoart_lucreziacippitelli02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>L&#8217;edizione di quest&#8217;anno era forse meno da manuale. Le due installazioni assolutamente pi\u00f9 in sincronia con la ricerca di &#8220;Almost cinema&#8221; le avevamo gi\u00e0 visitate lo scorso febbraio alla mostra <span class=\"testoscuro\">&#8220;The cinematic experience&#8221;<\/span> durante <span class=\"testoscuro\">Sonic Acts XII ad Amsterdam<\/span> (di cui scrisse una recensione critica Marco Mancuso per il numero 31 di Digimag del Febbraio 08 (<a class=\"testoscuro\" href=\"https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1094\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1094<\/a>)e sono forse i pezzi pi\u00f9 riusciti. <span class=\"testoscuro\">Ulf Langheinrich con &#8220;OSC&#8221;<\/span> stordisce lo spettatore con una serie di forme astratte tremolanti che bombardano la retina: giocando con l&#8217;apparato percettivo dello spettatore, l&#8217;ex Granular Sintesis opera un&#8217;astrazione del funzionamento del cinema tradizionale, che suggerendo fuori campo, salti temporali, associazioni mentali cattura e mette in scacco la mente dello spettatore che accetta come &#8220;esperienza reale&#8221; tutto quello che vede e che sente.<span class=\"testoscuro\"> Boris Debackere con &#8220;Probe&#8221;<\/span> (<span class=\"testoscuro\">intervista su Digimag 35 del Giugno 2006<\/span> &#8211; <a class=\"testoscuro\" href=\"https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1176\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1212<\/a>) gioca con lo spazio del cinema con un&#8217;installazione audiovisiva generativa ed astratta che reagisce al movimento dell&#8217;osservatore, che \u00e8 quindi obbligato a mettersi in gioco fisicamente avanzando ed operando uno zoom nel film.<\/p>\n<p>La presenza di questa parte della mostra &#8220;The cinematic experience&#8221; non va per\u00f2 letta solo come un cut &amp; paste da Sonic Acts, ma pi\u00f9 come la continuazione di un percorso gi\u00e0 avviato nel 2007 con il simposio intitolato proprio &#8220;Cinematic experience&#8221; in cui artisti, critici e producer erano invitati a riflettere sul cinema, sul suo funzionamento, sui suoi spazi e sul suo significato pi\u00f9 ampio, che non pu\u00f2 essere risolto solamente con l&#8217;idea di una narrazione lineare e verosimile di una storia. In quel caso, erano stati particolarmente interessanti gli interventi dell&#8217;artista <span class=\"testoscuro\">Marnix De Nijs (Run Muther Ficker Run e Beijing Accelerator per ricordare solo un paio di esempi)<\/span>, del teorico sempre olandese <span class=\"testoscuro\">Arjen Mulder (colonna portante del V2_ ed autore di uno dei libri pi\u00f9 chiari secondo me su media e arte, &#8220;Understanding Media Theory&#8221;<\/span>) e dell&#8217;artista <span class=\"testoscuro\">Joost Rekveld<\/span>.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag39\/articoli\/img\/videoart_lucreziacippitelli06.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Una piccola scoperta di questa edizione, il lavoro dell&#8217;artista iraniano<span class=\"testoscuro\"> Ali Momeni, che &#8220;Almost Cinema&#8221; ha ospitato con due lavori: &#8220;Smoke and hot air&#8221; e &#8220;Animal Warmth (#28)&#8221;<\/span>. In particolare, la prima installazione gioca con suono, immagine ed ambiente. Quattro scatole di legno reagiscono a una serie di frasi che vengono diffuse nell&#8217;ambiente, producendo anelli di fumo ed un rumore assordante, che da lontano somiglia a una serie di spari, prodotto dalle scatole produttrici di fumo che si aprono e chiudono aritmicamente. Le frasi, scaricate da google news, sono rilette da un sintetizzatore vocale e ripropongono tutto ci\u00f2 che le autorit\u00e0 israeliane, Usa e Uk hanno dichiarato sull&#8217;Iran.<\/p>\n<p>Un&#8217;installazione sinestetica, in cui l&#8217;audio viene ritmicamente visualizzato dal fumo che lentamente riempie l&#8217;ambiente. Ma anche una metafora: &#8220;parole parole parole&#8221; cantava Mina, fumo, privo di sostanza che annebbia per\u00f2 la vista la propaganda politica conservatrice che vede nell&#8217;Iran il nuovo nemico contro cui l&#8217;Occidente si deve scagliare.\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da quattro edizioni, &#8216;Almost cinema&#8217; accompagna il Film Festival di Gent (in Belgio) con una mostra, una serie di performances ed un simposio, che indagano le possibilit\u0088 del cinema nella sua intersezione con l&#8217;arte. Per spiegarla meglio &#8211; come recita il sottotitolo della manifestazione &#8211; &#8216;Almost cinema inizia dove i film tradizionali finiscono&#8217;. Lontana dal cinema narrativo, dal documentario giornalistico ed anche dalla videoarte tradizionale, la manifestazione esplora il territorio ampio (immenso, che rischia anche di scivolare nel vago) che si colloca nell&#8217;intersezione tra ambiente, immagine, suono e movimento. 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