{"id":10438,"date":"2008-10-02T12:00:00","date_gmt":"2008-10-02T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-038\/italiano-nuovi-amatori-citizen-artists-o-scimmie-infinite\/"},"modified":"2020-10-26T11:13:33","modified_gmt":"2020-10-26T10:13:33","slug":"italiano-nuovi-amatori-citizen-artists-o-scimmie-infinite","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-038\/italiano-nuovi-amatori-citizen-artists-o-scimmie-infinite\/","title":{"rendered":"Nuovi Amatori: Citizen Artists O Scimmie Infinite?"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"justify\"><em>&#8220;The interactive aesthetic experience with computers might fill a substantial portion of that great leisure time predicted for the man of the future.&#8221; <\/em> (Michael A. Noll, 1967)<\/p>\n<p align=\"justify\">Sono passati pi\u00f9 di quarant&#8217;anni da quando <span class=\"testoscuro\">Michael A. Noll<\/span>, allora ingegnere presso i famigerati Bell Laboratories, firmava <span class=\"testoscuro\">&#8220;The Digital Computer as a Creative Medium&#8221;<\/span>, saggio seminale che rappresenta ancora oggi una delle riflessioni pi\u00f9 lucide e al contempo visionarie sulle possibilit\u00e0 estetiche, allora appena nascenti, degli elaboratori.<\/p>\n<p align=\"left\">In quegli anni i computer erano macchinari enormi e complicati, accessibili solo a una ristretta comunit\u00e0 di scienziati e ingegneri. Furono questi ultimi, non a caso, a dar vita ai primi, pionieristici tentativi di indagarne le potenzialit\u00e0 creative e artistiche, sia a livello teorico che attuativo. Il personal computer come oggetto abituale e onnipresente &#8211; talmente consueto da diventare invisibile &#8211; e l&#8217;infiltrazione massiccia delle tecnologie digitali in ogni ambito della vita professionale e quotidiana erano scenari difficili da immaginare. Ancora pi\u00f9 remota era la visione di un mondo dominato dalle logiche di Rete, scandito da connessioni sempre attive, animato da tentacolari <em>social network <\/em> e brulicante di produzione di conoscenza sotto forma di codice binario.<\/p>\n<p align=\"left\">Nonostante ci\u00f2, le poche premesse di cui Noll disponeva per la sua riflessione lo condussero non solo a individuare precocemente il nodo gordiano delle relazioni tra creativit\u00e0 e programmazione (il rapporto tra caso e controllo; il potenziale generativo delle dinamiche randomiche; l&#8217;interazione uomo-macchina come fulcro dei nuovi processi artistici), ma anche a mettere a fuoco un risvolto della questione rimasto poi sottotraccia per decenni e ora esploso in tutta la sua deflagrante forza problematica.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag38\/articoli\/img\/netart_valentinatanni02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"left\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"left\"><span class=\"testoscuro\">Nel paragrafo &#8220;Artistic consequences&#8221;<\/span>, in modo se vogliamo accennato rispetto al cuore dell&#8217;indagine, ma nondimeno chiaro, Noll si sforza di ipotizzare le possibili ricadute di un uso massiccio e democraticamente diffuso delle tecnologie digitali: l&#8217;esperienza estetica mediata da computer sarebbe divenuta &#8220;altamente individualistica&#8221;. Secondo l&#8217;autore, infatti, un&#8217;accresciuta accessibilit\u00e0 ai mezzi di produzione creativa, insieme a una loro sempre maggiore facilit\u00e0 di utilizzo, avrebbe liberato gli autori dalla necessit\u00e0 di acquisire una solida competenza tecnica nell&#8217;uso dei differenti media, e in alternativa, aggiungeremmo noi, di avvalersi del lavoro di un&#8217;equipe con attitudini interdisciplinari (pratica invece molto comune nei rari esempi di arte digitale degli Anni Sessanta e Settanta).<\/p>\n<p align=\"left\">Se da una parte l&#8217;avverarsi di una simile previsione era quasi scontato &#8211; basti pensare al simile effetto provocato nel mondo dell&#8217;arte dall&#8217;invenzione della fotografia o dall&#8217;introduzione di videocamere portatili e videoregistratori &#8211; nel caso delle tecnologie digitali l&#8217;impatto di un tale processo ha avuto e sta ancora avendo conseguenze di gran lunga pi\u00f9 profonde, che non si fermano nel ristretto, seppur importante, ambito della pratica artistica. Innescando un dibattito che non \u00e8 pi\u00f9 soltanto gingillo teorico per il critico d&#8217;arte o lo studioso di estetica, ma che arriva a mettere in discussione l&#8217;intero sistema di produzione e distribuzione della conoscenza umana.<\/p>\n<p align=\"left\"><span class=\"testoscuro\">\u00c8 ancora una volta Noll, nello stesso saggio, a gettare il seme, quando scrive:<\/span> <em>&#8220;Di questo genere di partecipazione nell&#8217;esperienza creativa ed estetica pu\u00f2 fare esperienza sia l&#8217;artista che il non-artista [\u0085] Plausibilmente, potrebbe emergere una forma di &#8216;citizen artist&#8217; [\u0085]. L&#8217;esperienza estetica interattiva con i computer potrebbe costituire una porzione sostanziale dell&#8217;ampia quantit\u00e0 di tempo libero che immaginiamo per l&#8217;uomo del futuro&#8221;. <\/em><\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag38\/articoli\/img\/netart_valentinatanni03.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"left\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"left\"><span class=\"testoscuro\">La stessa espressione &#8220;citizen artist&#8221;<\/span> &#8211; che Noll prende a prestito da un articolo firmato dallo storico <span class=\"testoscuro\">Allon Schoener nel 1966, pubblicato sulla rivista &#8220;Art in America&#8221; <\/span> &#8211; ci riporta, come un link immediato, al dibattito attuale sulla cosiddetta &#8220;cultura amatoriale&#8221; (pensiamo ad esempio al fenomeno crescente del &#8220;citizen journalism&#8221;, che vede la partecipazione di lettori e reporter non professionisti al sistema dell&#8217;informazione). Non solo oggi i mezzi di produzione sono pi\u00f9 che mai accessibili in tutti i campi (arte, musica, cinema, letteratura, giornalismo), ma grazie alla flessibilit\u00e0 del linguaggio digitale e alle reti, anche il volto della distribuzione \u00e8 cambiato per sempre. La cultura amatoriale infatti, \u00e8 sempre esistita, ma mai prima d&#8217;ora il non-professionista ha avuto accesso a sistemi di distribuzione efficienti e di scala mondiale. E mai prima d&#8217;ora l&#8217;interconnessione globale ha permesso lo scambio immediato e continuo delle conoscenze. L&#8217;Amatore del Ventunesimo Secolo raggiunge spesso livelli di competenza difficilmente immaginabili prima, perch\u00e9 anche la formazione \u00e8 continua e accessibile (attraverso l&#8217;e-learning, la vitalit\u00e0 delle comunit\u00e0 virtuali, i progetti di ricerca e creazione collaborativa).<\/p>\n<p align=\"left\">Alla riflessione sulle potenzialit\u00e0 tecnologiche dobbiamo poi intrecciarne una di taglio pi\u00f9 squisitamente culturale. L&#8217;invadenza e la tendenza omologante dei mezzi di comunicazione (includendo in questa definizione approssimativa non solo l&#8217;informazione ma tutta la cultura di massa, compresi l&#8217;intrattenimento e l&#8217;advertising) ha raggiunto negli ultimi vent&#8217;anni un livello di saturazione, generando comprensibili e legittimi fenomeni di intolleranza, diffidenza e finanche rifiuto. Il diffondersi di voci &#8220;alternative&#8221;, di pratiche capaci di muoversi al di fuori della corrente livellante del mainstream, di prodotti culturali frutto di una genuina passione creativa, \u00e8 stato accolto con sollievo, incoraggiato e persino &#8211; talvolta acriticamente &#8211; celebrato.<\/p>\n<p align=\"left\">Il panorama che si delinea all&#8217;orizzonte oggi, mentre ancora ci sforziamo di prendere coscienza del nuovo status, \u00e8 magmatico: pieno di energie ma, come accade in tutte le mutazioni, non privo di risvolti dolorosi e controversi.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag38\/articoli\/img\/netart_valentinatanni01.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"left\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"left\"><span class=\"testoscuro\">Charles Leadbeater, <\/span>sostenitore dei processi collaborativi e autore nel 2008 di<span class=\"testoscuro\"> &#8220;We-think. Mass Innovation, not mass production &#8220;<\/span> dava il via al dibattito, proseguito poi a colpi di articoli, post su blog e saggi, nel 2004, firmando con <span class=\"testoscuro\">Paul Miller <\/span> (fondatore del social network dedicato alla formazione &#8220;School of Everything&#8221;) <span class=\"testoscuro\">&#8220;The Pro-Am Revolution. How enthusiasts are changing our economy and society&#8221;<\/span>. In questo pamphlet di settanta pagine &#8211; disponibile anche online in pdf &#8211; i due autori testimoniano della potenza del nuovo scenario e coniano una definizione per questa nuova figura di &#8220;amatore con standard da professionista&#8221;: il <em>Pro-Am <\/em>, appunto. Si tratta di una descrizione accurata e convincente del fenomeno, sostenuta da un riconoscibile piglio ottimistico, dall&#8217;aspirazione verso una condivisione sempre pi\u00f9 ampia della conoscenza, dalla fiducia nelle potenzialit\u00e0 dell'&#8221;intelligenza collettiva&#8221; che, teorizzata una quindicina di anni fa da <span class=\"testoscuro\">Pierre L\u00e9vy<\/span>, inizia solo da qualche anno a rendersi disponibile all&#8217;osservazione nelle sue applicazioni pratiche.<\/p>\n<p align=\"left\">In fondo, si tratta di una posizione simile a quella presa da <span class=\"testoscuro\">Gene Youngblood <\/span> nel 1982, quando nel catalogo dell&#8217;edizione annuale di Siggraph, Mecca internazionale degli appassionati di Computer Graphic, scriveva: <em>&#8220;Nessuna motivazione \u00e8 pi\u00f9 pura, nessun risultato pi\u00f9 pieno di dignit\u00e0 di quello dell&#8217;amatore che lo fa per amore. [\u0085] Uno strumento \u00e8 &#8216;maturo&#8217; tanto pi\u00f9 \u00e8 facile da usare, accessibile a chiunque, capace di offrire alta qualit\u00e0 a basso costo, e caratterizzato da una pratica pluralistica anzich\u00e9 singolare, utile per una moltitudine di valori. Il professionalismo \u00e8 un modello arcaico che sta svanendo nel crepuscolo dell&#8217;Era Industriale\u0085&#8221; <\/em>.<\/p>\n<p align=\"left\">Particolarmente utile per comprendere lo scenario, soprattutto dal punto di vista dell&#8217;influenza che queste pratiche &#8220;amatoriali&#8221; stanno avendo sull&#8217;assetto dell&#8217;industria dei media, \u00e8 la ricerca di <span class=\"testoscuro\">Henry Jenkins<\/span>, che in saggi come <span class=\"testoscuro\">&#8220;Cultura Convergente&#8221;<\/span>, e ancora di pi\u00f9 in <span class=\"testoscuro\">&#8220;Fan, Bloggers and Videogamers&#8221;<\/span>, offre un viaggio nei meandri delle odierne culture partecipative, mostrando come il sistema mainstream venga costretto, giorno dopo giorno, a prendere coscienza di queste nuove forze culturali che emergono &#8220;dal basso&#8221; e metta in pratica, con successi altalenanti, forme di apertura e di &#8220;inglobamento&#8221; strategico. Si tratta, com&#8217;\u00e8 facile intuire, non solo di strategie di difesa tese a ribadire una secolare autorit\u00e0 e un controllo ritenuto legittimo, ma anche di un contrattacco travestito con forme di &#8220;accoglienza del nemico&#8221;, individuato come unica possibile tattica di arginamento dell&#8217;indubbio danno economico che il nuovo scenario ha imposto all&#8217;industria dei media.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag38\/articoli\/img\/netart_valentinatanni05.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"left\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"left\">E proprio sull&#8217;aspetto di &#8220;sostenibilit\u00e0 economica&#8221; del nuovo scenario culturale, oltre che su un&#8217;appassionata difesa di valori, consuetudini e certezze, \u00e8 incentrato il pi\u00f9 famoso dei saggi fuori dal coro. Si tratta di <span class=\"testoscuro\">&#8220;The Cult of Amateur&#8221;<\/span>, <span class=\"testoscuro\">pubblicato nel 2007 da Andrew Keen<\/span>, critico e giornalista statunitense. Keen, divenuto da subito bersaglio dei tecno-ottimisti di tutto il mondo, accusato da pi\u00f9 parti di schierarsi a favore di un establishment vecchio e corrotto, e di non comprendere le potenzialit\u00e0 culturali della &#8220;partecipazione&#8221;, ha scritto invece un libro che, pur nelle inevitabili generalizzazioni e pur inciampando in qualche luogo comune, rappresenta il necessario controcanto a un dibattito che rischierebbe altrimenti di risolversi in una contrapposizione sterile. Tra una parte impegnata a difendere privilegi economici e quindi povera di motivazioni che vadano aldil\u00e0 della tutela di un interesse, e una parte vitale e ottimista ma che a tratti si dimostra accecata dal proprio stesso entusiasmo.<\/p>\n<p align=\"left\">Il critico americano, che si presenta come un &#8220;pentito&#8221; della tecnofilia Anni Novanta, stigmatizza con innegabile accuratezza e non senza ironia una <em>certa <\/em> cultura digitale, quella fatta di <em>buzzword <\/em>, di narcisismo digitale (&#8220;Everybody was simultaneously broadcasting themselves but nobody was listening&#8221;), di riciclo noncurante e incontrollato dell&#8217;informazione, di fiducia quasi religiosa nell&#8217;infallibilit\u00e0 dei motori di ricerca, di deresponsabilizzazione dell&#8217;atto della comunicazione. Senza poi mancare di elencare scientificamente i danni economici e sociali di quella che chiama &#8220;la cultura 2.0&#8221; (la perdita di posti di lavoro, la chiusura di molte realt\u00e0 culturali medie e piccole, la difficolt\u00e0 di sostentamento economico per autori e musicisti nell&#8217;era del peer-to-peer, la svalutazione della formazione). La metafora che ricorre nel libro, mutuata da <span class=\"testoscuro\">T.H. Huxley (biologo evoluzionista padre del pi\u00f9 noto Aldous)<\/span>, \u00e8 il &#8220;teorema delle scimmie infinite&#8221;. Il teorema dice in sostanza che se dovessimo fornire a un numero infinito di scimmie un numero infinito di macchine da scrivere, &#8216;quasi&#8217; sicuramente alcune di queste scimmie produrrebbero dei capolavori letterari, come un&#8217;opera di Shakespeare, o un Dialogo platonico. La provocazione \u00e8 sin troppo chiara, e proprio in queste forzature retoriche sta il limite di questo saggio, che rimane tuttavia una lettura utile e rinfrescante.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag38\/articoli\/img\/netart_valentinatanni06.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"left\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"left\">Le difficolt\u00e0 di adattamento al nuovo panorama sono evidenti, alcuni le guardano solo da lontano, molti di noi le sperimentano sulla propria pelle ogni giorno, nel bene e nel male. Ci\u00f2 che \u00e8 difficile negare, e che ci impedisce di abbracciare il &#8220;teorema della scimmie infinite&#8221;, \u00e8 la coscienza dell&#8217;ascesa di quella che <span class=\"testoscuro\">Chris Anderson , direttore di Wired e autore di &#8220;The Long Tail&#8221;,<\/span> saggio sulle nuove economie dell&#8217;era digitale, pi\u00f9 citato che letto, ha chiamato &#8220;cultura massicciamente parallela&#8221;: <em>&#8220;Le stesse forze e le stesse tecnologie della coda lunga che stanno portando a un&#8217;esplosione di variet\u00e0 e scelta per quanto riguarda il contenuto che consumiamo, tendono a trascinarci in vortici tribali. Quando la cultura di massa si disintegra, non si riforma in una massa diversa, si trasforma invece in milioni di micro-culture, che coesistono e interagiscono in uno sconcertante numero di modi.&#8221;<\/em><\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"justify\"><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/noll.uscannenberg.org\/Art%20Papers\/Creative%20Medium.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/noll.uscannenberg.org\/Art%20Papers\/Creative%20Medium.pdf<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.digitalepioniers.nl\/pub\/Academy\/Literatuur\/proamrevolutionfinal.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.digitalepioniers.nl\/pub\/Academy\/Literatuur\/proamrevolutionfinal.pdf <\/a><\/p>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.wethinkthebook.net\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.wethinkthebook.net <\/a><\/p>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.henryjenkins.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.henryjenkins.org\/ <\/a><\/p>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/andrewkeen.typepad.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/andrewkeen.typepad.com\/ <\/a><\/p>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/longtail.typepad.com\/the_long_tail\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/longtail.typepad.com\/the_long_tail\/<\/a>\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono passati pi\u009d di trent&#8217;anni da quando Michael A. 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