{"id":10434,"date":"2008-10-02T12:00:00","date_gmt":"2008-10-02T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-038\/italiano-aha-camper-le-trappole-del-social-networking\/"},"modified":"2020-10-26T11:12:43","modified_gmt":"2020-10-26T10:12:43","slug":"italiano-aha-camper-le-trappole-del-social-networking","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/hacktivism\/italiano-aha-camper-le-trappole-del-social-networking\/","title":{"rendered":"Aha-camper: Le Trappole Del Social Networking"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"left\">Nel mese di settembre 2008 gli iscritti alla <span class=\"testoscuro\">mailing list aha (aha@ecn.org)<\/span> hanno visto crescere il traffico delle mail quasi a dismisura. Da una media di 2 o 3 mail al giorno, con picchi di poche decine quando si accendeva qualche flame, si \u00e8 passati quasi improvisamente a una media di 30, 40, poi 50 mail al giorno, arrivando a superare, nei giorni pi\u00f9 caldi, le 80 mail.<\/p>\n<p align=\"left\">Qualche abbandono c&#8217;\u00e8 stato, naturalmente, ma molti di pi\u00f9 sono stati i nuovi arrivi, tanto che il numero degli iscritti sta superando i seicento. Che non sono affatto pochi per una mailing list quasi esclusivamente in italiano, e dichiaratamente &#8220;di nicchia&#8221;, destinata com&#8217;\u00e8 alla comunit\u00e0 degli artisti che sono anche &#8220;attivisti&#8221; (o degli attivisti che si considerano anche &#8220;artisti&#8221; \u0096 le virgolette sono d&#8217;obbligo). La ragione di una cos\u00ec massiccia impennata non \u00e8 affatto misteriosa, per\u00f2. Semplicemente, gli iscritti ad Aha stavano preparando il loro primo incontro nazionale, chiamato<span class=\"testoscuro\"> AhaCamping, il 3, 4 e 5 ottobre a Venezia, presso il S.A.L.E. Docks<\/span>, giovane ma gi\u00e0 affermata sede autogestita di attivit\u00e0 culturali e artistiche (Magazzini del sale, Dorsoduro 187-188; <a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/wpop17.libero.it\/cgi-bin\/vlink.cgi?Id=oBiPPWoh83nCYIE505Nm8QmuYOyidu0dsvBbdjV2K5RwbmruDHgT\/8\/IYVFzP4lL&amp;Link=http%3A\/\/sale%2Ddocks.org\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/sale-docks.org<\/a>). L&#8217;AhaCamping era stato deciso a marzo di quest&#8217;anno, durante un pre-incontro che si era svolto a Torino, ospitato all&#8217;interno del programma dello <span class=\"testoscuro\">Share Festival<\/span> (<a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.toshare.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.toshare.it <\/a>) e di cui DigiMag fece report nel <span class=\"testoscuro\">Numero 22 di Aprile 2008<\/span>:<span class=\"testoscuro\">https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1123<\/span>. Dalla prima idea, e dopo un periodo di incubazione durato qualche mese, fra agosto e settembre le adesioni all&#8217;iniziativa si sono moltiplicate, arrivando a configurare un programma che appare molto ricco.<\/p>\n<p>Le ragioni, tanto del progetto quanto del successo di AhaCamping, mi pare che vadano al di l\u00e0 della comprensibile voglia di conoscersi e di parlarsi di persona di una comunit\u00e0 che per anni \u00e8 vissuta in gran parte solo sugli schermi dei computer degli iscritti: e consentono forse qualche riflessione pi\u00f9 generale sull&#8217;attuale situazione delle comunicazioni digitali \u0096 che \u00e8 poi lo scopo di questo articolo.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag38\/articoli\/img\/hackart_antoniocaronia02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Qualche parola, dunque, sulla storia di Aha. La mailing list <span class=\"testoscuro\">aha@ecn.org nacque il 30 dicembre 2002 a opera di Tatiana Bazzichelli (aka T_Bazz)<\/span>, come nodo fondamentale e strumento del progetto <span class=\"testoscuro\">AHA:Activism-Hacking-Artivism<\/span> fondato l&#8217;anno prima: un progetto di networking artsitico che \u00e8 consistito, oltre che nella mailing list, in mostre, iniziative, incontri (non solo in Italia), e che Tatiana ha riassunto due anni fa nel suo libro <span class=\"testoscuro\">&#8220;Networking. La rete come arte&#8221; <\/span> (costa &amp; nolan; scaricabile in rete a <a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.networkingart.eu\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.networkingart.eu\/ <\/a>). Il progetto AHA era ovviamente figlio del clima degli anni Novanta, e quindi della prima ondata di operazioni culturali e politiche in rete che port\u00f2 agli hackmeeting, dell&#8217;esperienza di associazioni come <span class=\"testoscuro\">Decoder e Strano Networ<\/span>k e di iniziative editoriali come <span class=\"testoscuro\">Shake edizioni e Neural,<\/span> di una fioritura di progetti non commerciali, di condivisione, a cui molti centri sociali allora si erano aperti, dal Forte Prenestino di Roma all&#8217;Ex-Emerson di Firenze (dove si svolse il primo hackmeeting nel 1998), dal Bulk di Milano al TPO di Torino, fino all&#8217;esperienza degli HackLab. Gli anni Novanta furono l&#8217;epoca del cyberpunk come movimento controculturale e dei <span class=\"testoscuro\">Net Strike, della Minimal TV di Giacomo Verde (e dei suoi amici di Quinta parete) e dei primi video di Mariano Equizz<\/span>i. Tutte queste cose (e molte altre) le racconta bene e le ordina, logicamente e storicamente, nel suo libro Tatiana Bazzichelli.<\/p>\n<p>Ma che cosa consentiva, in quegli anni a cavallo della nascita del World Wide Web e quindi dell&#8217;esplosione del fenomeno Internet, un clima cos\u00ec fervido e magmatico anche in Italia (solo con qualche anno di ritardo rispetto agli USA, al Giappone e ad altri paesi europei pi\u00f9 tecnologizzati)? Non certo l&#8217;assenza di conflitto nella societ\u00e0, anzi. E neppure l&#8217;assenza di conflitto in rete: anche prima della nascita del Web, all&#8217;epoca di Usenet e del primo Internet tutto testuale, quello delle BBS (Bulletin Board Systems, antenate delle mailing list), anche in quegli anni la rete era luogo di conflitti, di progetti e pratiche fortemente divergenti. Il controllo politico su Internet che oggi (un po&#8217; ipocritamente) si rimprovera a Cina, Birmania e altri paesi totalitari fu anche il progetto, tra la fine degli anni Ottanta e la met\u00e0 dei Novanta, del governo Usa (il &#8220;chip integrato&#8221; della prima amministrazione Clinton); e le major della musica, del cinema e dell&#8217;editoria non hanno certo aspettato l&#8217;esplosione delle pratiche peer-to-peer per cercare con ogni mezzo di bloccare la libera circolazione in rete delle opere soggette a copyright. Ma negli anni Novanta, tutto sommato, si respirava un clima (che a posteriori appare certo illusorio) di espansione: espansione della libert\u00e0 ed espansione delle opportunit\u00e0 economiche, al di fuori dei monopoli.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag38\/articoli\/img\/hackart_antoniocaronia03.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>La rete appariva come uno strumento di moltiplicazione delle esperienze, di libert\u00e0 e di condivisione, in cui fosse possibile non solo allargare le prospettive di relazione fra gli esseri umani, ma anche di piegare a queste ultime la logica del profitto: senza negare la possibilit\u00e0 di ricavare reddito dalle attivit\u00e0 in rete, ma facendo di questa possibilit\u00e0 un esito subordinato alla logica della condivisione, dello sharing. Gli anni Novanta furono gli anni di <span class=\"testoscuro\">&#8220;nettime&#8221;, la lista di Geert Lovink<\/span> intorno a cui si organizz\u00f2 il pensiero critico europeo sulla rete (a cui anche Aha \u00e8 legata). Gli anni Novanta furono gli anni di Linux e gli anni delle Dot.com: gli anni, come scrive il gruppo di <span class=\"testoscuro\">Ippolita (&#8220;Open non \u00e8 free&#8221;,<\/span> Eleuthera 2005) del passaggio dal <em>free software <\/em> all&#8217; <em>open source <\/em>.<\/p>\n<p>Gli anni Novanta, insomma, furono gli anni di un&#8217;alleanza non formalmente dichiarata, ma di fatto operante, tra il capitale cognitivo, i capitali derivanti dalla conoscenza, e i lavoratori cognitivi: insomma tra il capitalismo libertario e i ribelli delle reti, gli hacker. La gran parte di noi era convinta che l&#8217;ostacolo principale verso lo sviluppo della rete come strumento di libert\u00e0 non fosse tanto l&#8217;intervento dell&#8217;economia, se non nella sua forma monopolistica (Microsoft, per esempio), quanto il tentativo dei governi di regolamentare e di restringere gli spazi all&#8217;azione autonoma in rete. Gli anni Novanta furono quindi un&#8217;orgia di <span class=\"testoscuro\">TAZ, di Zone Temporaneamente Autonome (secondo la definizione di Hackim Bey)<\/span> e di <em>start-up<\/em>, allegramente mescolate insieme. Il risveglio fu brusco: la fine delle Dot.com, lo scoppio della bolla della <em>net economy<\/em>, una delle pi\u00f9 gravi crisi delle borse mondiali (pallida anticipazione di quella che stiamo vivendo adesso), misero una pietra sopra a quella illusione.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag38\/articoli\/img\/hackart_antoniocaronia07.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>La situazione oggi \u00e8 molto diversa rispetto a sette od otto anni fa. Lovink, nel 2002, la riassumeva cos\u00ec: &#8220;Adesso che i futurologi hanno lasciato il ciberspazio in seguito alla crisi delle dot.com, Internet va verso un vuoto concettuale. Non una biblioteca n\u00e9 un supermercato o un ufficio bancario, \u00e8 vista piuttosto come una &#8216;fonte di informazioni&#8217;, secondo una definizione neutrale, grigia e in un certo senso passiva. La preoccupazione che qui esprimo nasce da una quotidiana esperienza della Rete come luogo di infezione che dissemina virus, pornografia, truffe economiche e altre informazioni poco attendibili. Luogo della ragione o pentola a pressione della paranoia? Scegliete voi.&#8221; (Geert Lovink, <em>Dark Fiber <\/em>, Sossella 2002, pp. 24-25).<\/p>\n<p>La situazione in cui si svolge il nostro<span class=\"testoscuro\"> ahaCamp<\/span>, dunque, \u00e8 molto diversa da quella in cui la lista nacque e si svilupp\u00f2. L&#8217;intuizione di Lovink su Internet come pura e semplice &#8220;fonte di informazioni&#8221; si \u00e8 rivelata sorprendentemente profetica. Solo che nel 2002 anche il tema dell&#8217;informazione in Internet aveva una valenza controculturale e alternativa (per non dire antagonista) che a sei anni di distanza sembra essersi affievolita, se non proprio scomparsa. Il fatto \u00e8 che gli anni fra il 1999 e il 2003 furono gli anni dello sviluppo del movimento mondiale contro la globalizzazione neoliberista (&#8220;no global&#8221; o &#8220;new global&#8221; che dir si voglia), culminata con le manifestazioni contro la guerra in Iraq della primavera 2003, che fecero addirittura credere al <em>New York Times <\/em> che quei movimenti rappresentassero &#8220;la seconda superpotenza&#8221;.<\/p>\n<p>In quel clima lo sviluppo di esperienze come quella di Indymedia, la sua radicale orizzontalit\u00e0, l&#8217;apertura totale alla condivisione e alla collaborazione di rete parevano costituire un naturale prolungamento delle aspirazioni cos\u00ec diffuse nella cybercultura degli anni Novanta. Basta confrontare quella situazione con quella di oggi per capire che cosa sia cambiato. Si \u00e8 verificata l&#8217;incapacit\u00e0 dei movimenti a condizionare le scelte dell&#8217;ala guerrafondaia della politica mondiale (l&#8217;asse Bush-Blair), ma anche a influire sulle posizioni della sinistra (socialdemocratica, verde o estrema), che anzi proprio nel rifiuto di perseguire alternative efficaci alla politica di guerra e di devastazione liberista dell&#8217;ambiente e della vita dei cittadini ha dimostrato la sua totale impotenza (da cui Barak Obama tenta oggi di farla uscire). La crisi finanziaria che sta colpendo globalmente l&#8217;economia capitalistica \u00e8 stata innescata dalla faccenda dei mutui<br \/>\n&#8220;<em>subprimes <\/em>&#8221; ma \u00e8, in tutta evidenza, la crisi complessiva di un modello economico, sociale e culturale. E non c&#8217;\u00e8 da stupirsi che questa crisi concentri su di s\u00e9 tutta l&#8217;attenzione e la preoccupazione dei cittadini, lasciando poco spazio ad altre visioni e altri progetti.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag38\/articoli\/img\/hackart_antoniocaronia01.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Questo, ovviamente, \u00e8 vero sino a un certo punto. Il panorama di Internet oggi sembra dominato da fenomeni di allegra e spensierata condivisione di video, foto e messaggi totalmente privati, personali e ben poco significativi \u0096 se guardiamo questo fenomeno con le lenti ottimistiche dell&#8217;utopia della &#8220;intelligenza collettiva&#8221; forniteci anni fa da Pierre L\u00e9vy. \u00c8 il <span class=\"testoscuro\">fenomeno del Web 2.0, a cui l&#8217;AhaCamping dedica appunto uno dei seminari del suo appuntamento<\/span>. Una visione accigliata e pessimista di questo fenomeno sarebbe naturalmente fuorviante. Che dietro al cosiddetto &#8220;social networking&#8221;, dietro a siti come <span class=\"testoscuro\">Myspace e Facebook, a Flickr e a YouTube, ma anche a Wikipedia e a Second Life, dietro all&#8217;espolosione dei blog<\/span>, che dietro a tutto questo ci sia un atteggiamento di condivisione e di apertura che dalla cultura hacker \u00e8 migrato verso spazi pi\u00f9 vasti, \u00e8 la prima osservazione da fare.<\/p>\n<p>E non dobbiamo neppure guardare dall&#8217;alto in basso la relativa povert\u00e0 dei contenuti, la banalit\u00e0 della stragrande maggioranza delle foto e dei video che circolano su quei siti, l&#8217;assoluto solipsismo della quasi totalit\u00e0 dei blog: anche nelle immagini pi\u00f9 convenzionali e nelle riflessioni pi\u00f9 private traspaiono e circolano bisogni, desideri, voglia di comunicare e di condividere: gli ingredienti base di un tessuto sociale, insomma. E non c&#8217;\u00e8 dubbio che da qualche anno a questa parte, nei siti di &#8220;social networking&#8221; assistiamo a una moltiplicazione di attivit\u00e0 espressive che forse c&#8217;\u00e8 sempre stata, in tutte le epoche e in tutte le culture, ma che non aveva mai trovato, sinora, un luogo in cui mostrarsi, circolare e confrontarsi.<\/p>\n<p>Detto questo, per\u00f2, non possiamo neppure evitare di riflettere sulle caratteristiche di questi siti, che sono siti apertamente commerciali, che utilizzano comunque strategie e tecniche di filtraggio e di manipolazione dell&#8217;informazione, che costruiscono immensi database dal valore economico rilevante, a cui tutti contribuiamo ma da cui non ricaviamo alcun utile economico. La condivisione, perci\u00f2, per l&#8217;utente si ferma a un livello abbastanza basso. Basti pensare alla regia occulta che c&#8217;\u00e8 dietro a un&#8217;impresa come Wikipedia, mascherata dietro una pretesa oggettivit\u00e0 di regole e di standard qualitativi delle voci; o alla ingente e articolata massa di profili di consumo costruita da Google con la semplice registrazione e catalogazione delle ricerche degli utenti, analizzata e messa a nudo da <span class=\"testoscuro\">Ippolita nel loro ultimo lavoro &#8220;Luci e ombre di Google&#8221; (Feltrinelli 2007)<\/span>. Sembra che col Web 2.0 si stia producendo, insomma, la stessa dinamica che caratterizza, in grande, tutta l&#8217;economia cosiddetta &#8220;immateriale&#8221; o &#8220;postfordista&#8221; del capitalismo cognitivo: la capacit\u00e0 di far entrare nel processo di valorizzazione economica ogni genere di attivit\u00e0 umana, anche non volontariamente indirizzata all&#8217;economia, assorbendo una serie di istanze che erano state proprie dei movimenti di contestazione del capitalismo nei decenni precedenti (flessibilit\u00e0 nel lavoro, fine della separazione fra tempo di lavoro e tempo libero, autonomia nelle scelte), ma inserendole in un nuovo contesto tecnico e organizzativo, e quindi cambiandone e stravolgendone il segno.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag38\/articoli\/img\/hackart_antoniocaronia03.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><span class=\"testoscuro\">Geoff Cox<\/span> (intervistato sulle tematiche del social networking da Clemente Pestelli proprio nello scorso <span class=\"testoscuro\">Numero 37 di Digimag:<\/span> <a class=\"testoscuro\" href=\"https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1256\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=1256<\/a>), che ha prodotto una rigorosa analisi teorica e una interessante pratica &#8220;sovversiva&#8221; nei confronti del Web 2.0<br \/>\n(<a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/project.arnolfini.org.uk\/projects\/2008\/antisocial\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/project.arnolfini.org.uk\/projects\/2008\/antisocial\/<\/a>), osserva che &#8220;le piattaforme di social networking sono in realt\u00e0 &#8216;antisociali&#8217;, in quanto esprimono tendenze contraddittorie, perch\u00e9 al tempo stesso connettono e disconnettono le socialit\u00e0 (\u0085) Dal momento che (Michael Bauwens) &#8216;il web sociale facilita un livello di condivisione sociale mai visto prima, ma lo fa prevalentemente attraverso piattaforme proprietarie,&#8217; la relazione sociale viene prodotta in una forma restrittiva.&#8221;<\/p>\n<p>Ancora <span class=\"testoscuro\">Geert Lovink (&#8220;Zero comments&#8221; <\/span>, Bruno Mondadori 2008) mette in luce gli effetti perversi di questo gigantesco processo in cui gli utenti si divertono a creare contenuti di cui per\u00f2 non possono controllare gli effetti e le ricadute economiche e sociali: &#8220;Per aprire nuovi spazi sociali in cui agire bisogna lasciarsi alle spalle la religione del free: i &#8216;media sociali&#8217; hanno l&#8217;esigenza vitale di sviluppare la propria economia. Regalare i propri contenuti dovrebbe essere un atto generoso e volontario, non l&#8217;unica opzione disponibile. Invece di celebrare il dilettante dovremmo sviluppare una cultura di Internet che aiuti i dilettanti (che spesso sono giovani) a diventare professionisti, cosa che non accade se predichiamo loro che l&#8217;unica scelta che hanno \u00e8 sbarcare il lunario durante il giorno con un McJob in modo da poter celebrare la loro &#8216;libert\u00e0&#8217; durante le lunghe ore notturne passate sulla rete. \u00c8 necessaria una redistribuzione di denaro, risorse e potere: sinora il Web 2.0 ha portato benefici soltanto ai ricchi, che sono diventati ancora pi\u00f9 ricchi. \u00c8 ora che le &#8216;folle&#8217; si chiamino fuori da questa logica.&#8221;<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag38\/articoli\/img\/hackart_antoniocaronia06.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Se si condivide l&#8217;ipirazione di questa posizione di Lovink, si possono aprire interessanti spazi di sperimentazione per provare a &#8220;deviare&#8221; la logica proprietaria e in ultima analisi alienante del social networking. E l&#8217;AhaCamping pu\u00f2 essere un contributo in questa direzione.<\/p>\n<hr \/>\n\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/isole.ecn.org\/aha\/camper\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/isole.ecn.org\/aha\/camper\/<\/a>\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel mese di settembre 2008 gli iscritti alla mailing list aha (aha@ecn.org) hanno visto crescere il traffico delle mail quasi a dismisura. 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