{"id":10394,"date":"2008-07-02T12:00:00","date_gmt":"2008-07-02T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-036\/once-is-not-enough\/"},"modified":"2020-10-26T10:55:42","modified_gmt":"2020-10-26T09:55:42","slug":"once-is-not-enough","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/hacktivism\/once-is-not-enough\/","title":{"rendered":"Una Volta E&#8217; Troppo Poco"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Nel 2007 <span class=\"testoscuro\">Eva e Franco Mattes (aka 0100101110101101.ORG) hanno realizzato Sinthetic Performances<\/span>, una serie di azioni &#8220;dal vivo&#8221; condotte in Second Life con i loro avatar, riprendendo alcune classiche e storiche performance dell&#8217;arte contemporanea.<\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Per la precisione hanno replicato <span class=\"testoscuro\">Shoot di Chris Burden (1971)<\/span>, in cui l&#8217;artista Usa si era fatto sparare a un braccio in uno spazio pubblico in California; <span class=\"testoscuro\">Seedbed (1972) in cui Vito Acconci <\/span>si masturbava nel sottoscala di una galleria d&#8217;arte di New York; <span class=\"testoscuro\">Imponderabilia (1975)<\/span>, evento bolognese nel quale i visitatori di una mostra dovevano entrare per uno spazio molto stretto quasi del tutto ostruito dai corpi nudi di <span class=\"testoscuro\">Marina Abramovi\u010d e Ulay; Tapp und Tastkino<\/span>, realizzata pi\u00f9 volte fra il 1968 e il 1971 da <span class=\"testoscuro\">Valie Export e Peter Weibel<\/span>, in cui il partecipante poteva toccare il seno dell&#8217;artista nascosto da una scatola sagomata come una specie di teatro chiuso; e infine la famosa <span class=\"testoscuro\">7000 Oaks, con la quale, alla mostra Documenta 7 di Kassel nel 1982, Joseph Beuys<\/span> invit\u00f2 il pubblico a piantare 7.000 querce per creare un bosco che restasse nel tempo a emblema della mostra e delle potenzialit\u00e0 sociali dell&#8217;arte.<\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Del &#8220;re-enactment&#8221;, cio\u00e8 della ripetizione, rimessa in scena o ricreazione di performance artistiche o eventi storici di un passato pi\u00f9 o meno recente, ho gi\u00e0 fatto cenno nell&#8217;articolo <span class=\"testoscuro\">&#8220;Chi ha paura di Janez Jan\u009aa&#8221; in Digimag 32 di Marzo<\/span>, a proposito dell&#8217;azione Mount Triglav on Mount Triglav degli artisti sloveni. Se vale la pena di tornare pi\u00f9 ampiamente su questo argomento, non \u00e8 solo perch\u00e9 gli stessi tre artisti che oggi si chiamano Janez Jan\u009aa stanno preparando la mostra <span class=\"testoscuro\">RE:akt! Reconstruction, re-enactment, re-reporting, curata da Domenico Quaranta, che aprir\u00e0 i battenti al Museo Nazionale d&#8217;Arte Contemporanea di Bucarest nel gennaio 2009 per poi trasferirsi a Lubiana e a Rijeka (Fiume). <\/span>Il fatto \u00e8 che, esaminando le cose con un po&#8217; di prospettiva, ci accorgiamo che il re-enactment \u00e8 un fenomeno ormai ampio e diffuso, e che \u00e8 capace di farci scoprire alcune cose interessanti a proposito dell&#8217;arte contemporanea e, insieme, sull&#8217;interazione fra quest&#8217;ultima e la cultura digitale.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag36\/articoli\/img\/netart_antoniocaronia06.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Perci\u00f2, tanto per cominciare, un po&#8217; di storia. S\u00ec, perch\u00e9 Eva e Franco Mattes o gli Janez Jan\u009aa non sono partiti da zero: il loro merito \u00e8 quello di avere ripreso delle pratiche gi\u00e0 operanti, e \u0096 attraverso l&#8217;uso di ambienti sintetici come Second Life, ma non solo \u0096 di aver avviato una riflessione pi\u00f9 approfondita di queste pratiche. L&#8217;idea di replicare antichi eventi storici non \u00e8 nuova: in Italia il Palio di Siena, la sfilata del Carroccio a Legnano e molti altri simili cortei in costume; in Gran Bretagna e in Usa i cosiddetti pageant, fedeli e a volte minuziosamente maniacali ricostruzioni di battaglie delle rispettive guerre civili nel XVII e XVIII secolo, sono solo i primi esempi che vengono in mente. Ma alle origini del documentario, gi\u00e0 con Robert J. Flaherty, vediamo come il regista affiancasse a riprese &#8220;dal vero&#8221; delle ricostruzioni simulate degli eventi che voleva documentare (p. es. le imprese di caccia e di pesca degli eschimesi in Nanook of the north).<\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">E in questo campo una vera e propria svolta venne impressa da <span class=\"testoscuro\">Peter Watkins<\/span>, un geniale e troppo spesso dimenticato cineasta inglese assertore di una programmatica contaminazione tra la storia e la fiction. Dagli anni Sessanta in poi Watkins ha sempre praticato una ricostruzione degli eventi storici lontani (Culloden, 1964; il monumentale La Commune &#8211; Paris, 1871, 2000) basata su scene di azione ma anche su interventi degli attori che, con deliberato anacronismo, commentavano gli eventi come se parlassero ai giorni nostri; mentre in film come <em>The War Game (1965), The Gladiators (1969) o Punishment Park (1970),<\/em> costruiva strane situazioni ipotetiche, fiction presentate come se fossero documentari. Il tutto con un discorso lucidamente e impietosamente teso a individuare le manipolazioni vergognose e ipocrite dei poteri politici ed economici.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag36\/articoli\/img\/netart_antoniocaronia07.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Dalla fine degli anni Novanta il re-enactment comincia a essere praticato anche nel campo delle arti visive. Nel 1999 il francese <span class=\"testoscuro\">Pierre Huyghe realizza la videoinstallazione a due canali The Third Memory<\/span>. Si tratta di una rievocazione della famosa rapina alla Chase Manhattan Bank di Brooklyn del 22 agosto 1972 che serv\u00ec da ispirazione a Sidney Lumet, tre anni pi\u00f9 tardi, per il suo classico film Dog Day Afternoon (Quel pomeriggio di un giorno da cani), protagonista Al Pacino. Huyghe recupera il vecchio John Woytowiczs, autore della rapina (ideata per finanziare l&#8217;operazione del cambio di sesso del suo amico), ormai ingrassato e imbolsito dopo anni e anni di galera, ma del tutto a suo agio (cos\u00ec sembra) nel ruolo di &#8220;regista&#8221; della rievocazione degli eventi, delle posizioni e delle dinamiche di quel pomeriggio che doveva avere tanta influenza sulla sua vita successiva. Il confronto fra questo re-enactment (su uno schermo) e le riprese originali della rapina mixate con scene dal film di Lumet (sull&#8217;altro schermo), non servono a ristabilire una presunta &#8220;verit\u00e0&#8221;, ma a mostrare quanto la nostra percezione dei fatti sia influenzata dalla fiction e dai media.<\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Il Woytowiczs del 1999, infatti, non pu\u00f2 fare a meno di imitare, anche rimettendo in scena un evento cos\u00ec &#8220;personale&#8221;, Al Pacino, e non nella sua veste di protagonista di Dog Day Afternoon, ma semmai del Padrino, ruolo che si addice molto di pi\u00f9 al suo fisico e al suo rulo nella fiction del 1999.<\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Per\u00f2 l&#8217;artista che forse pi\u00f9 di ogni altro ha esplorato possibilit\u00e0 e limiti del re-enactment in questo nuovo decennio del secolo \u00e8 l&#8217;inglese <span class=\"testoscuro\">Rod Dickinson<\/span>. La sua maniacale precisione nel tornare sulla scena di eventi che lo hanno colpito e impressionato \u00e8 magistrale. Ma questo non significa che Dickinson si faccia prendere dalla smania della filologia, al contrario: ci\u00f2 che \u00e8 caratteristico del lavoro di questo autore \u00e8 la sua capacit\u00e0 di estrarre gli elementi di un certo evento che sono pi\u00f9 pertinenti rispetto alla rilettura che se ne pu\u00f2 fare anche a pochi decenni di distanza.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag36\/articoli\/img\/netart_antoniocaronia01.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Le sue opere sembrano in qualche modo realizzare ci\u00f2 che Benjamin diceva gi\u00e0 negli anni Trenta del secolo scorso a proposito del carattere &#8220;dialettico&#8221; di certe immagini, in cui non pare tanto importante il tempo della loro produzione, quanto il tempo della loro &#8220;ri-lettura&#8221;, quel tempo, cio\u00e8, in cui esse si caricano di ci\u00f2 che il pensatore berlinese chiamava &#8220;tempo-ora&#8221; (Jetz-zeit): la capacit\u00e0 di concentrare in se stesse tutto il significato di un&#8217;epoca. Cos\u00ec Dickinson ha &#8220;replicato&#8221; uno degli esperimenti della psicologia sociale pi\u00f9 scioccanti, il famoso <span class=\"testoscuro\">&#8220;esperimento Milgram&#8221; del 1960 (The Milgram Re-enactment, 2002<\/span>), in cui lo psicologo americano di Yale rivel\u00f2 come molte persone abbiano introiettato cos\u00ec a fondo il principio di autorit\u00e0 da essere disponibili a infliggere scariche elettriche dolorose ad altri esseri umani, se ci\u00f2 viene loro chiesto da persone &#8220;autorevoli&#8221; nel quadro di un esperimento accademico.<\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Due anni pi\u00f9 tardi Dickinson ha fatto rivivere all&#8217;ICA di Londra il massacro della setta Davidica di David Koresh a opera del FBI a Waco, in Texas, nel 1993 (Nocturn: The Waco Re-enactment, 2004): nella sua &#8220;ricostruzione&#8221;, avvenuta in uno stadio, la dimensione della tragedia viene scomposta nei suoi elementi (la posizione reciproca degli spettatori che &#8220;impersonano&#8221; le vittime e gli aggressori, l&#8217;assordante e lancinante colonna sonora con cui l&#8217;FBI si prefiggeva di spezzare la resistenza dei Davidici), sino a mettere in luce, come nel precedente <span class=\"testoscuro\">The Milgram Re-enactment<\/span>, un conflitto individuo-societ\u00e0 che l&#8217;artista giudica evidentemente basilare. Ma \u00e8 proprio questa capacit\u00e0 analitica che porta Dickinson, in altre occasioni, a proporre dei re-enactment di avvenimenti mai avvenuti, realizzati con una accuratezza tale da nascondere, o da rendere molto difficile, la scoperta della loro falsit\u00e0.<\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Ecco allora <span class=\"testoscuro\">The Air Loom, presentato al Piet Zwart Institute di Rotterdam nel 2005,<\/span> raffinata ricostruzione di una macchina per il controllo della mente dei londinesi (e in primo luogo del Primo ministro William Pitt) nel 1810; o l&#8217;installazione <span class=\"testoscuro\">Greenwich Degree Zero, progettata col romanziere Tom MacCarthy<\/span> e realizzata nel 2006, nella quale la minuziosa ricostruzione di un fallito attentato anarchico all&#8217;Osservatorio astronomico di Londra nel 1894 serve a rimettere in moto una riflessione sul ruolo dei media e della tecnologia nella costruzione dell&#8217;esperienza e della memoria pubbliche.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag36\/articoli\/img\/netart_antoniocaronia02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Anche da una rassegna cos\u00ec breve e incompleta, \u00e8 chiaro come il fenomeno del re-enactment sia collegato alla questione della &#8220;riproducibilit\u00e0 tecnica&#8221; dell&#8217;opera d&#8217;arte (o se si preferisce al suo carattere mediale), e alle riflessioni aperte sull&#8217;argomento sin dal saggio <span class=\"testoscuro\">L&#8217;opera d&#8217;arte nell&#8217;epoca della sua riproducibilit\u00e0 tecnica (1936) di Walter Benjamin<\/span>. Esso non \u00e8 che una delle ultime conseguenze della tematica dell'&#8221;opera aperta&#8221;, della svalorizzazione di un &#8220;originale&#8221;, del carattere relazionale dell&#8217;evento artistico e della consapevolezza della responsabilit\u00e0 sociale ed etica di ogni azione artistica. Per\u00f2 il re-enactment non \u00e8 tanto l&#8217;espressione di uno sperimentalismo neo-avanguardistico, come tante &#8220;opere aperte&#8221; degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso; esso \u00e8 piuttosto l&#8217;espressione di una crisi della storia, e di una tensione del cittadino comune a farne parte in modo pi\u00f9 completo.<\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Come dice la studiosa berlinese <span class=\"testoscuro\">Jennifer Allen<\/span>, nel re-enactment il pubblico diviene un testimone, ai cui occhi &#8220;l&#8217;evento originale diventa storico assumendo una dimensione temporale, e afferma il suo statuto di storia apparendo come un evento discreto, con una durata finita. In altre parole, \u00e8 il re-enactment che fa dell&#8217;evento un&#8217;origine, dandogli una definizione e un&#8217;identit\u00e0 che esso poteva anche non aver avuto.&#8221; In questa aspirazione del re-enactment a trasformare un passato caotico, una continuit\u00e0 informe, in un&#8217;esperienza discreta e definita, che solo con la ripetizione e la rilettura acquista un senso possibile, la storia non ha per\u00f2 un carattere normativo e chiuso: essa appare al contrario, come gi\u00e0 in Benjamin, come un campo di possibilit\u00e0, in cui non solo il futuro, ma anche il passato \u00e8 costantemente riscritto.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag36\/articoli\/img\/netart_antoniocaronia05.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\">Ma il re-enactment (e qui sta la sua pertinenza e la sua affinit\u00e0 con la cultura digitale, anche quando non fa un uso esplicito di mezzi digitali) rivela anche un carattere fortemente linguistico, o meglio meta-linguistico. Traducendo eventi storici, culturali, artistici da un contesto a un altro, da un mezzo a un altro (i re-enactment sono quasi sempre anche &#8220;ri-mediazioni&#8221; nel senso di Bolter e Gruisin), questa particolare forma di espressione riporta il linguaggio a una sorta di grado zero, ne sottolinea fortemente il carattere di potenzialit\u00e0 comunicativa: il re-enactment \u00e8 insomma una specie di &#8220;enunciato performativo&#8221;, in cui pi\u00f9 che il contenuto ha rilievo il fatto stesso di enunciare, la capacit\u00e0 del linguaggio di ordinare ed esprimere azioni relazionali.<\/p>\n<hr \/>\n<p class=\"testo_iframe\" align=\"justify\"><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.0100101110101101.org\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.0100101110101101.org<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.mnsi.net\/%7Epwatkins\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.mnsi.net\/~pwatkins\/<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.en.wikipedia.org\/wiki\/Pierre_Huyghe\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.en.wikipedia.org\/wiki\/Pierre_Huyghe<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.milgramreenactment.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.milgramreenactment.org\/<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.reakt.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.hartware-projekte.de\/frameset.htm<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.aksioma.org\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.aksioma.org<\/a><\/p>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.reakt.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.reakt.org\/<\/a>\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 2007 Eva e Franco Mattes (aka 0100101110101101.ORG) hanno realizzato Sinthetic Performances, una serie di azioni &#8216;dal vivo&#8217; 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