{"id":10369,"date":"2008-05-03T12:00:00","date_gmt":"2008-05-03T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-034\/italiano-holy-fire-il-mestiere-dellarte\/"},"modified":"2020-10-25T20:27:21","modified_gmt":"2020-10-25T19:27:21","slug":"italiano-holy-fire-il-mestiere-dellarte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-034\/italiano-holy-fire-il-mestiere-dellarte\/","title":{"rendered":"Holy Fire, Il Mestiere Dell&#8217;arte"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"justify\">Si conclude proprio oggi, mentre sto scrivendo, una mostra che \u00e8 stata presentata come una svolta nel panorama della produzione artistica collegata ai nuovi media. <span class=\"testoscuro\">Holy Fire Art of the digital age<\/span>, realizzata in occasione della ventiseiesima edizione della fiera d&#8217;arte contemporanea di Bruxelles <span class=\"testoscuro\">Art Brussels <\/span>.<\/p>\n<p align=\"justify\">In perfetta sintonia con la fiera d&#8217;arte, una sorta di supermercato dell&#8217;arte contemporanea dove le gallerie pi\u00f9 ricche, in vista e prestigiose del mondo mostrano i loro gioielli a un pubblico di mercanti, collezionisti ed addetti ai lavori, <span class=\"testoscuro\">Holy Fire <\/span> propone un percorso attraverso una serie di prodotti artistici basati sull&#8217;uso dei media, che hanno in pi\u00f9 la caratteristica di essere collezionabili e vendibili. Tanto pi\u00f9 in tono con <em>Art Brussels <\/em>perch\u00e9 la fiera di Bruxelles ha luogo proprio in uno dei Paesi europei con il pi\u00f9 alto numero di importanti collezioni private, con sede non solo nella capitale, ma anche in diverse citt\u00e0 di provincia, principalmente della ricca regione delle Fiandre.<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\">Holy Fire <\/span> \u00e8 una mostra grande, ben allestita negli spazi immacolati ed organizzati dell&#8217;<span class=\"testoscuro\">Imal &#8211; Center for Digital Cultures and Technology di Bruxelles<\/span>, alla quale sono stati invitati a partecipare ben 27 artisti con uno o pi\u00f9 dei loro lavori, facenti parte di diverse collezioni private o gallerie dislocate tra Belgio, Italia, Russia, Stati Uniti. Tra i tanti, <span class=\"testoscuro\">Vuk Cosic, Jodi, Olia Lialina, Golan Levin, Cory Arcangel, Eva and Franco Mattes aka 0100101110101101.OR<\/span>G: sembra davvero l&#8217;appello dei mostri sacri della net.art.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag34\/articoli\/img\/softwareart_lucreziacippitelli07.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Una buona organizzazione, che ha reso disponibili materiali e biografie degli artisti sul website dell&#8217;Imal. Un buon testo introduttivo, con parecchie domande, spunti, idee, che si sono anche riversate nella conferenza organizzata nel sabato immediatamente successivo all&#8217;opening, <span class=\"testoscuro\">Holy Fire: Exhibiting and Collecting New Media Ar<\/span><em>t <\/em>, moderata tra gli altri da <span class=\"testoscuro\">Patrick Lichty degli Yes Men<\/span>, insieme a qualche artista e \u0096 soprattutto \u0096 i galleristi. Una serie di lavori assolutamente eterogenei per intenti, procedure e supporti: s tampe digitali su tela o alluminio, video installazioni, monitor LCD con video generati o softwares interattivi, oggetti. Molti di questi lavori, da notare, fanno parte della produzione degli ultimissimi anni degli artisti che hanno partecipato (tranne forse il <span class=\"testoscuro\">Vuk Cosic di <em>ASCII History of Moving Images \u0096 Psycho <\/em>, che \u00e8 del 1998 ed \u00e8 oramai Storia della net.art<\/span>).<\/p>\n<p align=\"justify\">Persino il titolo era perfettamente accattivante: <span class=\"testoscuro\">Holy Fire \u00e8 una novella &#8211; degli anni Novanta &#8211; di Sterling<\/span>, un grande classico: Chi della nostra generazione non \u00e8 cresciuto leggendo letteratura cyberpunk? Chi non si trova di fronte a un forte senso di appartenenza ripensandoci? Chi non viene suggestionato con una lunga serie di richiami e associazioni mentali che ci riportano all&#8217;inizio di Internet, alle esplorazioni in cui ancora capivamo poco cosa avevamo davanti, soprattutto quando incappavamo in quegli strani siti che proprio non si capiva cosa c&#8217;era da cercare e poi finiva non riuscendo ad uscirne?<\/p>\n<p align=\"justify\">Insomma la mostra aveva tutta una serie di caratteristiche che hanno certamente messo in allerta le aspettative: le mie certamente, ma apparentemente e ovviamente anche quelle dello sfavillante giro New Media (epiteto che oramai, a seconda della lingua delle persone con cui di tanto in tanto mi ritrovo a disquisirne, ha assunto nel vocabolario comune lo status di <em>new media blah blah blah <\/em>, <em>danzon digital <\/em> o <em>nuovi media puah, bah, uff <\/em>). Destino vuole che proprio negli ultimi mesi, viene diffuso s ulla lista <span class=\"testoscuro\">[Netbehaviour] un thread intitolato Netart 2.0 is not net.art <\/span>(che cita <em>Netart 2.0: A Manifesto of Variable Manifestation <\/em> del 2006), in cui si discute del senso, significato, uso ed abuso del termine e del suo significante e su cui mi cade l&#8217;occhio un po&#8217; meno distrattamente del solito.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag34\/articoli\/img\/softwareart_lucreziacippitelli06.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Insomma l&#8217;atmosfera era proprio propizia per scontrarsi col tema delle &#8220;nuove tecnologie&#8221;, dell&#8217;arte, dell&#8217;Arte, del Sistema dell&#8217;arte e dei suoi meccanismi perversi, sul senso dell&#8217;avanguardia e delle Avanguardie e trarne qualche piccolissima e del tutto personale conseguenza. Per esempio che forse sono una vetero -ista perch\u00e9 penso che, come dicevano <span class=\"testoscuro\">Trotskij e Breton nel Manifesto per un&#8217;arte ricoluzionaria ed indipendente <\/span>, della propria arte non bisogna vivere se si vuole essere liberi; poi condivido l&#8217;idea di dare fuoco a musei e gallerie proposta sotto varie forme dalle <span class=\"testoscuro\">Avanguardie storiche<\/span> (tra l&#8217;altro, una volta dentro, dopo 25 minuti inizio a morire di sonno, \u00e8 un dato di fatto organico); tutto sommato infine mi trovo d&#8217;accordo anche con l&#8217;opzione di quell&#8217;egomane di <span class=\"testoscuro\">Guy Debord<\/span>, che a un certo punto teorizza ed attua il distacco in maniera netta da ogni forma di produzione estetica per stare dietro (o davanti) alle vere urgenze del mondo contemporaneo.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ecco brevemente il sunto del discorso dei curatori di <span class=\"testoscuro\">Holy fire Yves Bernard e Domenico Quaranta<\/span>, che introducono il loro lavoro a partire dall&#8217;ormai necessario ed immancabile intento di decostruire il gap New Media\/Arte Contemporanea: il digitale \u00e8 &#8220;del nostro tempo&#8221;; la New Media Art ne \u00e8 il linguaggio ( <em>sic <\/em>) rappresentativo; l&#8217;Arte contemporanea l&#8217;ha &#8220;misconosciuta&#8221;; il descriverla come processuale ed immateriale l&#8217;ha confinata in un mondo parallelo con i suoi festival e regole; ora \u0096 dimostrando che pu\u00f2 essere collezionata e venduta \u0096 si costruisce l&#8217;assioma che \u00e8 entrata nell&#8217;et\u00e0 adulta. E&#8217; come per magia Arte (ARTE, AAAAAAArte).<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag34\/articoli\/img\/softwareart_lucreziacippitelli02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Insomma niente panico, siamo cresciuti, \u00e8 tutto vero. Chi fosse alla ricerca di un bel dipinto da appendere in salotto intonato con il divano in pelle rossa, avr\u00e0 una bella sorpresa: ora l&#8217;Arte con la A maiuscola \u00e8 anche fatta di bytes, chips, screens &amp; lights: quindi chi fosse veramente trendy non cercherebbe pi\u00f9 il quadro, ma il monitor al plasma con qualcosa che si muove dentro.<\/p>\n<p align=\"justify\">Insomma, il fatto che all&#8217;improvviso alcune gallerie di New York e Berlino o alcuni collezionisti abbiano iniziato a vendere soprammobili tecnologici, alcune persone creative stiano diventando ricche e che in poche parole si sia aperto un mercato con un&#8217;offerta di prodotti e la loro vendita, mi garantirebbe che il manufatto tech sia vera arte doc.<\/p>\n<p align=\"justify\">C&#8217;\u00e8 per\u00f2 qualcosa che non mi convince nell&#8217;assioma, cos\u00ec positivista e progressista che sembra prefigurare un felice e fortunato sol dell&#8217;avvenir davanti ai nostri occhi. Intanto la galleria, il museo, la biennale non fanno l&#8217;opera, n\u00e9 tanto meno l&#8217;artista, n\u00e9 tanto meno il Critico o Curatore d&#8217;Arte. Quando la galleria o le collezioni arrivano tutto il gioco \u00e8 gi\u00e0 stato fatto \u0096 ce lo insegna la storia. Il mercato non fa il contenuto, il senso, l&#8217;esperienza dell&#8217;arte: piuttosto la circonda, la contiene, usa le idee della critica \u0096 anche quella militante \u0096 per venderla, se ne appropria.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag34\/articoli\/img\/softwareart_lucreziacippitelli03.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">C&#8217;\u00e8 poi qualcosa che assomiglia troppo alla scoperta dell&#8217;acqua calda nel progetto: la &#8220;rimaterializzazione&#8221; nell&#8217;opera a cui ci si riferisce nell&#8217;introduzione della mostra \u00e8 ormai un dato di fatto nel sistema dell&#8217;arte almeno dal Secondo dopoguerra. Concettuale, performances, evironements: alla fine in un modo o nell&#8217;altro si sono sempre riuscite a trovare icone o feticci dell&#8217;opera, che potessero essere contenute in uno spazio di dimensioni ridotte per incarnare l&#8217; <em>opera <\/em>. La mia amica Tania Bruguera mi raccontava tempo fa che la sua galleria di Chicago le aveva proposto la produzione di una serie di piccoli multipli &#8220;collezionabili&#8221; della sua gigantesca installazione <em>Poetic Justice <\/em>, per riuscire a ricavarne un po&#8217; di fondi. Il corridoio con le migliaia di bustine da te usate ed i minuscoli monitor che \u00e8 stato esposto anche alla Biennale di Venezia del 2005 poteva essere agilmente trasformato in una serie di tavolette con qualche bustina ed un monitorino: <em>lovely <\/em>. Sembrerebbe una cosa assurda e improponibile. Ma infondo non molto diversa dal pensare di fare delle coloratissime e scicchissime stampe su tela di un paio di avatar di Second Life e proporli come la materializzazione di una ricerca sulla manipolazione dell&#8217;identit\u00e0 nello spazio virtuale. Forse stanno bene nella sala-studio sopra il nuovo Mac.<\/p>\n<p align=\"justify\">Una seconda questione mi ha fatto riflettere: la mostra \u00e8 centrata interamente sui lavori di artisti che hanno fatto parte della &#8220;generazione net.art&#8221;, quella storica degli anni Novanta, come se l&#8217;accezione del termine New Media si esaurisse semplicemente in questo contesto cos\u00ec specifico e localizzato di mostri sacri e pionieri che oggi, cresciuti, hanno capito che fare Arte significa declinare in artefatto una pratica. Per quanto proprio non mi piaccia la definizione, il termine New Media \u0096 su cui si sofferma tante volte il testo di presentazione della mostra &#8211; mi ha sempre suggerito un panorama un po&#8217; pi\u00f9 ampio concettualmente ed anche geograficamente. Dagli ambienti sonori alle performance audio\/video, dalle esperienze che lavorano sul cinema e su tutte le possibili declinazioni, ai progetti di networking sociale in cui il Net del termine abusato net.art implica la connessione, la partecipazione, l&#8217;opera che si fa nel mondo ed attraverso l&#8217;interazione sociale. E poi che dire del fatto che non sono stati considerati per niente lavori provenienti da America Latina, Asia o Africa?<\/p>\n<p align=\"justify\">Ripensando al mio girovagare per la mostra infine, in fondo c&#8217;\u00e8 ben poco che mi abbia veramente coinvolta: non ho riso, non mi sono immersa, non ho pensato, se non, una volta uscita, alle mere questioni di sistema ed artisti. Forse questo il grande merito della mostra e di tutto il progetto curatoriale che la sottende. Mettermi di fronte alla necessit\u00e0 di interrogarmi sulle mie aspettative e sulle prospettive reali dell&#8217;avanguardia artistica.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag34\/articoli\/img\/softwareart_lucreziacippitelli01.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Un white box che contiene oggetti che andranno nel salone di qualcuno, rimane sempre un white box con oggetti. L&#8217;unica fuga \u00e8 non farsi stregare dall&#8217;attitudine avanguardista e come martellavano nella mia testa gli Onda Rossa Posse quando ero adolescente, non credere nei media, nemmeno in quelli nuovi.<\/p>\n<div align=\"justify\">\n<p>L&#8217;unica speranza \u00e8 che questo <em>grande jeu <\/em> sia davvero un gioco per tutti, curatori ed artisti in primis, alle spese del sistema. Se si evita di essere sopraffatti e se non si finisce per crederci e prendersi troppo sul serio, quello dell&#8217;arte \u00e8 un mestiere difficile ma \u00e8 sempre meglio che lavorare. E se in mancanza di facoltosi consorti in grado di mantenerci, se gli avatar possono finanziare progetti anonimi ben pi\u00f9 divertenti come l&#8217;ormai celebre Darko Maver, ben vengano i pupazzoni digitali nei salotti.<\/p>\n<p>Tutto il resto \u00e8 Rock and Roll (e Art) Swindle.<\/p>\n<hr \/>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.imal.org\/HolyFire\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.imal.org\/HolyFire\/<\/a><\/p>\n<\/div>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si conclude proprio oggi, mentre sto scrivendo, una mostra che \u008f stata presentata come una svolta nel panorama della produzione artistica collegata ai nuovi media. 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