{"id":10312,"date":"2008-01-29T12:00:00","date_gmt":"2008-01-29T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-031\/the-observatory-the-observed-science\/"},"modified":"2020-10-25T10:26:11","modified_gmt":"2020-10-25T09:26:11","slug":"the-observatory-the-observed-science","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-031\/the-observatory-the-observed-science\/","title":{"rendered":"The Observatory: La Scienza Osservata"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"justify\">Il 15 gennaio 2008, la <span class=\"testoscuro\">Columbia Journalism Review <\/span> (CJR) ha annunciato il progetto <span class=\"testoscuro\">The Observatory<\/span>, un nuovo osservatorio sulla copertura informativa della scienza e dell&#8217;ambiente nel mondo giornalistico.<\/p>\n<p align=\"justify\">Come \u00e8 intuibile, lo scopo \u00e8 quello di soddisfare il bisogno di un giornalismo che tratti i temi della scienza in modo credibile, informativo e indipendente. Risulta invece molto originale la presa di posizione e la disponibilit\u00e0 al confronto da parte della rivista con i nuovi mezzi informativi, quali i magazine digitali e i blog sul tema delle news scientifiche (viene citato il blog magazine <a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/gristmill.grist.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Gristmill<\/a>, la community di <a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/scienceblogs.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Scienceblogs.com<\/a>, il <a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/ksjtracker.mit.edu\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Knight Science Journalism Tracker <\/a> e ovviamente il blog del The New York Times <a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/dotearth.blogs.nytimes.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Dot Earth<\/a>). Una rete, quella di Internet e delle mobile technologies, che secondo la CJR \u00e8 stata troppo contaminata dalle traiettorie industriali di lobby attraverso l&#8217;informazione, a scapito della valorizzazione dei metodi di verifica ed evidenza che dovrebbero contraddistinguere la scienza. Lo scopo dell&#8217;osservatorio della <span class=\"testoscuro\">Columbia Journalism Review <\/span> si tradurrebbe concretamente quindi nello smascherare, attraverso delle news di alta qualit\u00e0, i falsi allarmismi, i bilanci scientifici inesatti, le rappresentazioni errate degli esperimenti , rivelare la portata delle questioni in gioco e le priorit\u00e0 discusse dall&#8217;opinione pubblica.<\/p>\n<p align=\"justify\">L&#8217;osservatorio \u00e8 uno degli ultimi prodotti di un processo di trasformazione della comunicazione scientifica che il sociologo della scienza <span class=\"testoscuro\">Massimiano Bucchi<\/span> ha appropriatamente denominato di &#8220;metamorfosi scientifica&#8221;. Nel suo testo <em>Journalism, Science and Society: Science Communication Between News and Public Relations<\/em>, scritto in collaborazione con <span class=\"testoscuro\">Martin Bauer<\/span>, Bucchi mette in evidenza come la comunicazione della scienza sia mutata radicalmente negli ultimi anni. Questo mutamento \u00e8 imputabile allo sviluppo tecnologico ed organizzativo del mondo giornalistico, ma anche ad un enorme sviluppo di attivit\u00e0 di pubbliche relazioni delle istituzioni di ricerca. E&#8217; aumentato in questo modo il contatto tra la ricerca e il mondo dei media, sia per un interesse maggiore verso i temi della scienza da parte dell&#8217;opinione pubblica, sia, in un modello circolare, per una sensibilit\u00e0 maggiore da parte di politici e finanziatori per le attivit\u00e0 scientifiche.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag31\/articoli\/img\/ia_gigighezzi04.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\">Bucchi e Bauer <\/span>riportano casi di appalto di pagine giornalistiche a uffici stampa locali di universit\u00e0, denunciando quindi l&#8217;assenza di critica da parte di un giornalismo che non si fa pi\u00f9 filtro e interprete delle informazioni (il famoso ruolo di <em>Watchdog Role of the Media <\/em> di Jacques Ellul), ma solo vetrina di news.<\/p>\n<p align=\"justify\">L&#8217;irrompere massiccio dei temi scientifici nel giornalismo, trasforma non solo il giornalismo, ma ovviamente anche la comunicazione interna delle ricerche scientifiche. Come afferma ancora Bucchi, sono soprattutto le nuove tecnologie comunicative che hanno scompigliato &#8220;la tradizionale sequenza lineare: ricerca, discussione informale tra colleghi, pubblicazione specialistica ufficiale, comunicazione ai policy makers, assorbimento attraverso la manualistica, divulgazione al grande pubblico.&#8221;<\/p>\n<p align=\"justify\">Questa linearit\u00e0 viene ora riassemblata e molto spesso il grande pubblico viene a conoscenza delle criticit\u00e0 specifiche di alcune ricerche prima che esse vengano effettivamente discusse e chiarite, se ci\u00f2 \u00e8 possibile, dagli specialisti. Intere ricerche hanno adattato la loro comunicazione al ritmo del mondo giornalistico del news-making: meglio annunci (entusiasti) di piccole scoperte con la promesse di un obiettivo finale, che piuttosto discussioni aperte e complesse e toni prudenti, dovuti magari a insuccessi.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag31\/articoli\/img\/ia_gigighezzi05.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Tuttavia<span class=\"testoscuro\"> Bucchi e Bauer<\/span> rimangono sul versante delle denunce di criticit\u00e0 del sistema e non varcano la soglia del campo propositivo. A questo proposito risultano molto utili le indicazioni fornite da <span class=\"testoscuro\">Robert Frodeman <\/span>e da <span class=\"testoscuro\">Carl Mitcham<\/span> nell&#8217;articolo <em>New Directions in Interdisciplinarity: Broad, Deep, and Critical <\/em>, apparso sul <em>Bulletin of Science, Technology &amp; Society <\/em> (Dicembre 2007). Secondo gli autori, lo scenario comunicativo della scienza segue la tendenze di altri linguaggi scientifici: la complessit\u00e0 della produzione cognitiva attuale presenta la tendenza ad invadere diversi livelli dei sistemi istituzionalizzati. Poich\u00e9 i temi in questione sono di capitale importanza per tutta l&#8217;umanit\u00e0 (guerre, povert\u00e0, sovracrescita demografica, contaminazione dell&#8217;ambiente, ecc.) essa richiede un nuovo tipo di interdisciplinarit\u00e0 che ha come obiettivo la promozione di visioni generali, ma allo stesso tempo deve essere capace di integrare conoscenze disciplinari (e regionali) diverse.<\/p>\n<p align=\"justify\">E&#8217; questo un concetto innovativo di interdisciplinarit\u00e0, non pi\u00f9 in opposizione alla &#8220;disciplinarit\u00e0&#8221;, ma complementare ad essa, in una funzione di arginamento (di sovrapproduzione) e sintesi. Un lavoro fondamentale in questa direzione \u00e8 <em>Interdisciplinarity History, Theory, and Practice <\/em> (1990) di <span class=\"testoscuro\">Julie T. Klein<\/span>, ma per i nuovi sviluppi anche <em>Human Sciences: Reappraising the Humanities through History and Philosophy <\/em> (2000) di <span class=\"testoscuro\">Jens H\u00f8yrup<\/span>. Le nuove forme di interdisciplinarit\u00e0 offrono l&#8217;occasione di superare i limiti politici delle conoscenze disciplinari verso un obiettivo pi\u00f9 solido di pertinenza dei bisogni sociali. Lo scopo \u00e8 superare i problemi di sostentamento dei soli progetti che intercettano (o stimolano) i bisogni della comunit\u00e0 egemonica; il proseguimento di quei progetti ormai arrestati ideologicamente da limiti inviolabili; la riapertura del dialogo su ricerche eccessivamente occupate da posizioni religiose ed etiche diventate dogmatiche.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag31\/articoli\/img\/ia_gigighezzi02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Come nel caso dell&#8217;ottima <span class=\"testoscuro\">Encyclopedia of Science, Technology, and Ethics del 2005 (curatore Carl Mitcham)<\/span>, la conoscenza deve essere co-costruita attraverso la discussione di valori etico-scientifici applicati al mondo della tecnoscienza; tali valori non devono solo essere ripescati o formulati, ma devono essere &#8220;pertinenti&#8221; cio\u00e8 applicati a questioni di giustizia sociale e ambientale, di libert\u00e0 e responsabilit\u00e0 umana, in una sintesi operativa. La matrice della comunicazione, occorre ripeterlo, deve prevedere i due assi orizzontali e verticali: sul primo le diverse scienze disciplinari, sul secondo i contesti delle sedi accademiche, i settori pubblici e quelli privati e le comunit\u00e0 di stakeholder.<\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"justify\"><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/dotearth.blogs.nytimes.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.cjr.org\/the_observatory\/cjrlaunches_the_observatory.php<\/a><\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 15 gennaio 2008, la Columbia Journalism Review (CJR) ha annunciato il progetto The Observatory, un nuovo osservatorio sulla copertura informativa della scienza e dell&#8217;ambiente nel mondo giornalistico.<\/p>\n","protected":false},"author":167,"featured_media":28525,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[239,184],"tags":[40,48],"class_list":["post-10312","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-articles","category-issue-031","tag-focus","tag-hacking"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v22.4 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>The Observatory: La Scienza Osservata &#8226; Digicult | Digital Art, Design and Culture<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-031\/the-observatory-the-observed-science\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"The Observatory: La Scienza Osservata &#8226; Digicult | Digital Art, Design and Culture\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"[:en]The 15 th January 2008 Columbia Journalism Review (CJR) started The Observatory, a new observatory about science information cover and the journalism world environment. 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