{"id":10286,"date":"2007-12-03T12:00:00","date_gmt":"2007-12-03T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-030\/limiteazero-infinite-limits\/"},"modified":"2020-10-25T10:08:43","modified_gmt":"2020-10-25T09:08:43","slug":"limiteazero-infinite-limits","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/design\/limiteazero-infinite-limits\/","title":{"rendered":"Limiteazero, Limiti Infiniti"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">Digicult ha avuto modo di intervistare <span class=\"testoscuro\">Limiteazero<\/span> all&#8217;inizio delle sue pubblicazioni, era il Marzo 2005, una vita fa: Tiziana Gemin scrisse un articolo piuttosto completo sull&#8217;attivit\u00e0 del duo di designer e architetti milanesi <span class=\"testoscuro\">Paolo Rigamonti e Silvio Mondino<\/span>, un punto di partenza per tutti coloro che proprio non conoscono la loro produzione e attivit\u00e0: <a class=\"testoscuro\" href=\"https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=120\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">https:\/\/digicult.it\/digimag\/article.asp?id=120<\/a>. Con questo articolo, l&#8217;intenzione \u00e8 andare oltre e riprendere le fila l\u00e0 dove le avevamo lasciate.<\/p>\n<p align=\"justify\">Viste le rapidissime evoluzioni avvenute nel campo della comunicazione e dell&#8217;arte multimediale (due campi sempre pi\u00f9 intrinsecamente legati tra loro, alla faccia dei puristi come me) e avendo seguito da vicino (per ragione anche di amicizia) il percorso di crescita e riconoscimento internazionale dei <span class=\"testoscuro\">Limiteazero<\/span>, mi \u00e8 sembrato giusto fare due chiacchiere con Paolo e Silvio, cercando di fissare gli argomenti di conversazione attorno ad alcune parole chiave che hanno caratterizzato i loro ultimi progetti: nuove professionalit\u00e0, interazione e rapporto con lo spazio, comunicazione urbana e hyper-architettura.<\/p>\n<p align=\"justify\">Se <span class=\"testoscuro\">Laptop Orchestra<\/span>, nella sua estatica semplicit\u00e0, ha rappresentato il corto-circuito di un possibile nuovo sistema di commissione-produzione che mette in diretto contatto una committenza privata illuminata con il professionista-artista, per la creazione di un oggetto-valore in grado di soddisfare linguaggi ed estetiche ibride al punto da &#8220;esistere&#8221; con uguale dignit\u00e0 in un padiglione fieristico (Smau 2005) cos\u00ec come in una galleria (<span class=\"testoscuro\">Hublab a Milano e la Mediaruimte a Bruxxels<\/span>), \u00e8 forse con la serie degli <span class=\"testoscuro\">Aspesi Shop, di bb_write per Blackberry e recentemente con il progetto Reddot <\/span> (in collaborazione con Cristina Chiappini) che si \u00e8 completato quel processo che ha reso <span class=\"testoscuro\">Limiteazero<\/span> il pi\u00f9 importante studio di multimedia design in Italia. Ovviamente molto pi\u00f9 conosciuto e valorizzato fuori dai patri confini piuttosto che tra le maglie occluse di questa nostra povera Italietta.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il loro tentativo di ibridare la tradizione (di matrice fortemente italica, per non dire Politecnica) del progetto con i linguaggi del digitale, creando un ponte tra continuit\u00e0 storica e modernit\u00e0, percorrendo i sentieri della sperimentazione a cavallo tra arte e comunicazione e design, scendendo a compromessi con le committenze private (in mancanza di Istituzioni attente) ma rimanendo sempre coerenti con il proprio percorso, li ha portati per due volte al <span class=\"testoscuro\">Wired Festival (a New York e a Los Angeles), al Cantor Art Museum di Palo Alto invitati da Google e a far parte del Milano Made in Design a Shangai e Pechino, <\/span> nonch\u00e9 a stringere rapporti professionali con studi come <span class=\"testoscuro\">Tomato a Londra, Lab[Au] a Bruxxels e Antonio Citterio &amp; Partners<\/span> qui in Italia.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk05.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Come ebbi modo di scrivere in occasione del catalogo della loro mostra personale alla galleria Hublab a Milano: &#8220;ogni loro nuovo lavoro \u00e8 innanzitutto progettualmente bello. S\u00ec bello, piacevole a vedersi, elegante nella forma, nel design, a rispecchiare anni di studio e lavoro in questo ambito come del resto in quello dell&#8217;architettura. E questo forse rimane uno degli elementi che meglio li contraddistingue, la loro firma digitale per non andare fuor di metafora. E ancora, per i Limiteazero \u00e8 interessante non tanto il flusso di codici in quanto tale, ma per le dinamiche e le interazioni che esso rappresenta, il mondo virtuale che sembra riuscire, per un attimo, a rendere reale. Il valore random circuitabile in un codice non \u00e8 poi importante per osservare la casualit\u00e0 come impronta estetica della macchina, ma \u00e8 innanzitutto uno strumento in mano all&#8217;artista per innescare una serie di corto circuiti in un sistema binario apparentemente perfetto. Un&#8217;installazione inserita in un contesto ambientale infine, non \u00e8 solo la scusa per accendere un dialogo tra uomo e macchina e osservarne le reazioni nello spazio, ma diventa oggetto di analisi della concretizzazione fisica di un processo elettronico e quindi immateriale. Il vero elemento centrale di ogni designer di interfacce, autore di schermi razionali di interpretazione sensoriale.&#8221;<\/p>\n<p align=\"justify\">Tutto ci\u00f2 \u00e8 ancora presente nel lavoro di <span class=\"testoscuro\">Limiteazero<\/span>, cos\u00ec amabilmente abili nel dare di se stessi un&#8217;immagine raffinata e indelebile della loro rarefatta estetica minimale: come non apprezzare in questo senso <span class=\"testoscuro\">a_mirror o 5 pezzi cinetici<\/span>. Come non ammirare in questo senso la raffinatezza del rapporto tra interazione e spazio (reale e virtuale), tra opera e spettatore, l&#8217;eleganza di un&#8217;interazione mai volgare e immediata, giocata sui codici della spontaneit\u00e0 emotiva.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ma \u00e8 l&#8217;intelligenza di capire limiti e potenzialit\u00e0 degli strumenti (concreti ed elettronici) a disposizione quello che mi ha sempre stupito di <span class=\"testoscuro\">Paolo Rigamonti e Silvio Mondino<\/span>, cos\u00ec lontani dal techno entusiasmo dei Mercanti al Tempio. La consapevolezza cio\u00e8 delle possibilit\u00e0 enormi offerte dai media digitali nei possibili sviluppi del rapporto corpo-spazio fino ai nuovi territori dell&#8217;architettura urbana multimediale, ma anche delle sue possibili limitazioni contenutistiche, soprattutto nella visualizzazione dei paesaggi infomazionali delle moderne metropoli. I Limiteazero hanno dimostrato anche in questo senso (<span class=\"testoscuro\">vedi il lavoro proposto per il progetto di hyper-architettura commissionato da Lab[Au], Spectraum-Dexia Tower a Bruxxels<\/span>) un apprezzabile equilibrio estetico e progettuale, proponendo un sistema di luci e suoni &#8220;vivo&#8221;, &#8220;emotivo&#8221;, in grado di relazionarsi quanto pi\u00f9 possibile con luoghi, spazi, persone\u0085.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk12.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Marco Mancuso<\/strong>: Vorrei far si che questa intervista fosse una sorta di punto di passaggio nel descrivere l&#8217;attivit\u00e0 di Limiteazero come designers e artisti. Sebbene infatti l&#8217;attivit\u00e0 degli ultimi anni vi abbia visto protagonisti della cosiddetta nuova scena artistica digitale italiana (nell&#8217;ambito della software art o dell&#8217;interazione),\u00a0si pu\u00f2 forse\u00a0oggi affermare che\u00a0la vostra figura abbia ormai assunto connotati pi\u00f9 ampi e se vogliamo sfaccettati.\u00a0Quello che intendo \u00e8 che la sensazione \u00e8 pi\u00f9 quella di avere ormai di fronte un ibrido assolutamente\u00a0consapevole di artista-designer-professionista in grado di adattare la propria attivit\u00e0 a diverse situazioni e committenze. Quanto\u00a0sentite vostra questa metamorfosi (artista\/professionista), quanto risponde al vostro background professionale\u00a0e quanto \u00e8 stata in un certo qual modo programmata?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Limiteazero<\/strong>: <\/span> Potremmo dire che fin dal nostro esordio abbiamo\u00a0manifestato\u00a0questa vocazione naturale all&#8217;ibridazione. Gi\u00e0 una decina di anni fa, quando abbiamo fondato limiteazero, avevamo l&#8217;idea di costruire un progetto basato sull&#8217;intersezione fra professionalit\u00e0 e linguaggi diversi, perch\u00e9 in qualche modo avvertivamo gi\u00e0 allora che pi\u00f9 che di una scelta, si trattasse di rispondere alle esigenze di un sistema che iniziava a richiedere modelli di\u00a0approccio\u00a0pi\u00f9 ampi e complessi alla progettazione. La nostra ambizione, se cos\u00ec volgiamo chiamarla, \u00e8 sempre stata quella di provare ad ibridare la tradizione progettuale con i linguaggi dei nuovi media, cercando una continuit\u00e0 filologica, ipotesi di sviluppo che collegassero la continuit\u00e0 storica con la contemporaneit\u00e0. Non so se ci stiamo riuscendo, ma quando qualcuno ci dice che nei nostri lavori si legge in modo evidentemente l&#8217;impronta della scuola del design italiano, se non addirittura della tradizione della scuola del Politecnico di Milano, abbiamo la sensazione che qualcosa, almeno in parte, abbia funzionato.<\/p>\n<p align=\"justify\">Questa metodologia si riflette in una attivit\u00e0 professionale che procede di pari passo con un percorso sperimentale o, per meglio dire, in un percorso sperimentale che diviene prodotto commerciale, offerta di servizio.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk10.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">In effetti noi non abbiamo mai preteso di fare arte, pensiamo piuttosto di essere predatori dei sui linguaggi, cerchiamo di coglierne alcuni aspetti e codici linguistici, traducendoli poi in altre forme e contaminandoli con altre modalit\u00e0 di lavoro, giocando anche su alcune ambiguit\u00e0 del mondo della comunicazione. Negli ultimi anni abbiamo stabilito alcune importanti collaborazioni, per esempio con <span class=\"testoscuro\">Tomato a Londra o con lo studio Antonio Citterio &amp; Partners <\/span>, che ci hanno permesso di elaborare nuove metodologie e di confrontarci con altri modelli di lavoro, ampliando le nostre competenze e spingendoci a definire nuovi scenari di intervento.<\/p>\n<p align=\"justify\">Limiteazero oggi \u00e8 definibile come uno studio di design che offre le proprie competenze professionali a clienti\/partner alla ricerca di un lavoro fuori standard, non conforme alle logiche tradizionali della comunicazione ma, nello stesso tempo, consapevole di essere in grado di parlare la lingua di alcune fasce precise di mercato, sensibili a certi linguaggi e certi stimoli. Nel contempo \u00e8 un luogo di circolazione di idee e di sperimentazione, un punto appartenente ad un network di contatti e di scambi internazionali, dove vengono implementati progetti di ricerca non commissionati, ma che costituiscono la vera ossatura portante del sistema che cerchiamo di proporre.<\/p>\n<p align=\"justify\">Potremmo dire che siamo i rappresentati di una professione 2.0, un nuovo modello di lavoro dove sperimentazione, pratica artistica, professionalit\u00e0 si incrociano in un social network diffuso e puntiforme, dove il risultato finale di ogni lavoro \u00e8 dato dalla somma dei contributi di pi\u00f9 soggetti.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Marco Mancuso<\/strong>: L&#8217;ultimo progetto\/collaborazione in ordine di tempo che rappresenta a mio avviso un importantissimo riconoscimento a livello internazionale, \u00e8 il progetto Spectraum \/ Dexia Tower per invito del collettivo di Bruxxels Lab[Au]. Ecco, vorrei sapere come \u00e8 stato lavorare su un progetto di media architettura di questo tipo. Pi\u00f9 che il discorso meramente tecnico di come funziona il tutto, mi interessa sapere come vi siete rapportati a un contesto urbano di questo tipo, capace di tale impatto sul paesaggio della citt\u00e0.<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Limiteazero<\/strong>: <\/span> <span class=\"testoscuro\">spectr|a|um<\/span> \u00e8 stata un&#8217;esperienza interessante di lavoro su una nuova scala in effetti. La fortuna, ma anche la difficolt\u00e0, di questo intervento risedeva proprio nella totale libert\u00e0 di approccio, non essendoci contenuti precisi da esprimere o obiettivi strategici da raggiungere. A differenza di <span class=\"testoscuro\">Holger Lippmann e Olaf Bender <\/span>, che hanno lavorato su bellissime sequenze video, noi abbiamo preferito optare per un software generativo, che definisse quindi un processo &#8220;vivo&#8221;, qualcosa che avviene in tempo reale. Questo \u00e8 forse l&#8217;aspetto che ci ha pi\u00f9 coinvolto: utilizzare un grande oggetto urbano come schermo di un processo in real time. La Dexia Tower rappresenta un&#8217;emergenza straordinaria in un contesto urbano con uno sviluppo verticale piuttosto contenuto, come Bruxelles, inoltre la citt\u00e0 si sviluppa su alcune colline da cui la tower risulta visibile.<\/p>\n<p align=\"justify\">Abbiamo voluto lavorare sull&#8217;idea di poter sfruttare questa sorta di faro urbano, gettare un segno luminoso che non fosse necessariamente &#8220;accattivante&#8221;, in senso visivo, ma che costituisse un evento in se, sfruttando proprio la sua visibilit\u00e0 da diversi punti della citt\u00e0. Le forme semplici che abbiamo realizzato, avevano l&#8217;obiettivo di lavorare sulla percezione a distanza, operando in modo da non rivelare la massa dell&#8217;edificio, ma di stabilire piuttosto un sistema luminoso astratto immerso nello spazio.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk03.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Marco Mancuso<\/strong>: Pensate che il fenomeno nascente dell&#8217;architettura multimediale, delle cosiddette media-facades, della capacit\u00e0 cio\u00e8 di intervenire sul paesaggio urbano possa costituire una nuova forma di visualizzazione della nervatura di dati che caratterizza le moderne metropoli, una sorta di comunicazione ipermediata sulla quale artisti e architetti come voi possono intervenire?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Limiteazero<\/strong>: <\/span> Che l&#8217;uso sempre pi\u00f9 frequente di tecnologie di visualizzazione stia\u00a0trasformando\u00a0tutto in un\u00a0potenziale\u00a0schermo, fino all&#8217;intera citt\u00e0, mi sembra che al di l\u00e0 del rapimento estatico stimolato dall&#8217;immagine dello spettacolo luminoso, dovrebbe far\u00a0riflettere sulle reali valenze qualitative dei possibili contenuti. La disponibilit\u00e0 di tecnologia sempre pi\u00f9 diffusa ci sembra inversamente proporzionale alla qualit\u00e0\/validit\u00e0 del contenuto veicolato, come del resto la storia dei media ci insegna. Sar\u00e0 proprio la crisi di cose\u00a0interessanti\u00a0da dire a costituire la crisi di identit\u00e0 (culturale) della citt\u00e0 multimediale. Esiste un essere umano in grado di ricordare anche un solo frammento di contenuto interessante dopo una visita a\u00a0Times Square?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\">Paul Virilio <\/span> sostiene che la quarta dimensione dell&#8217;architettura sia l&#8217;informazione, e sicuramente questa componente costituisce uno dei nodi cruciali dello sviluppo della citt\u00e0 dei prossimi anni e quindi il lavoro sull&#8217;informazione all&#8217;interno del paesaggio urbano \u00e8 certamente un tema rilevante, ma occorre prestare enorme attenzione alle conseguenze di uno scriteriato scempio mediatico senza direzione e, soprattutto, senza senso, come capita gi\u00e0 di vedere tristemente in alcuni luoghi.<\/p>\n<p align=\"justify\">Insomma, la tecnologia ci offre gi\u00e0 potenti strumenti, ma ci sembra ancora poco maturo il senso delle cose da veicolare attraverso esse. Finch\u00e9 verranno utilizzati video pubblicitari, loghi aziendali illuminati o news a scorrimento la cosa non sar\u00e0 particolarmente difficile &#8211; potremmo dire che per ora il linguaggio di questa &#8220;multimedialit\u00e0 amplificata&#8221; \u00e8 ancora un rozzo dialetto &#8211; ma superare questa soglia e sviluppare un linguaggio articolato \u00e8 tutt&#8217;altra cosa, ed \u00e8 a questa strada che dobbiamo riferirci.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk08.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Marco Mancuso<\/strong>: E ancora, quale \u00e8 secondo voi la differenza tra questo tipo di architettura multimediale e il lavoro di architetti che utilizzano le nuove tecnologie come Nox, Ito, Spuybroek, Libeskind, Hadid e altri (vedi mostra di Gianluca Milesi per Mixed Media 2006)? A quale delle due correnti, se di correnti separate si pu\u00f2 parlare, vi sentite di appartenere maggiormente anche sulla base della tradizione italiana del progetto che immagino caratterizzi la vostra formazione?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Limiteazero<\/strong>: <\/span> Degli architetti che hai citato direi che solo di Lars Spuybroek, e solo in parte peraltro, si pu\u00f2 affermare che abbia utilizzato le nuove tecnologie nel suo lavoro. Per il resto sarebbe pi\u00f9 corretto dire che i linguaggi della contemporaneit\u00e0, fortemente influenzati dalle dinamiche dei nuovi media, sono ormai parte del vocabolario di una certa architettura moderna. Pi\u00f9 in generale ancora direi che i linguaggi della comunicazione (ovvero di quell&#8217;insieme di simboli della contemporaneit\u00e0 condivisi su scala globale), sono diventati un sorta di esperanto estetico con cui l&#8217;architettura, il design, l&#8217;arte, la moda, i media si traducono indifferentemente.<\/p>\n<p align=\"justify\">Possiamo forse dire che alcune soluzioni formali dell&#8217;architettura siano state rese possibili solo a seguito di un rinnovamento del linguaggio estetico apportato dai nuovi media, ma questo fenomeno mi sembra ormai comunemente accettato che non possa pi\u00f9 riferirsi solo agli aspetti relativi alla ricerca sulla forma &#8211; sicuramente enormemente amplificati dalle opportunit\u00e0 offerte dai nuovi strumenti di modellazione e rappresentazione &#8211; quanto piuttosto alla definitiva trasformazione dell&#8217;architettura in fenomeno di comunicazione, in protagonista del sistema della civilt\u00e0 dello spettacolo\/evento, del suo ingresso a pieno titolo nel mondo dei media.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk07.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">La media-architecture \u00e8 uno stratagemma per provare ad aggiungere, in modo artificiale e posticcio, un livello di lettura, quello dell&#8217;informazione, alla complessit\u00e0 dell&#8217;architettura: ma spesso si traduce in una semplice trasformazione della pelle dell&#8217;edificio in screen. Questo aspetto \u00e8 sicuramente interessante sul piano del linguaggio &#8211; e ben vengano sperimentazioni in questo senso &#8211; ma lascia totalmente scoperte riflessioni, forse oggi quanto mai rilevanti, sul suo essere orfana di un senso di appartenenza alla &#8220;civitas&#8221;, alla continuit\u00e0 storica del tempo della citt\u00e0, dei luoghi.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il progetto dell&#8217;architettura, invece, si trasforma in base all&#8217;uso delle nuove tecnologie in senso strumentale, che diviene poi metodo e linguaggio. Certa architettura non \u00e8 pi\u00f9 progettata attraverso modelli di rappresentazione strutturale astratta (piante e sezioni), ma si traspone sul piano della narrazione dell&#8217;evento, dello storytelling, diventando un processo plastico e scultoreo, volume virtuale di estrusione e modellazione, rendering e rappresentazioni la rendono prodotto in se, a volte anche indipendentemente dalla sua effettiva trasposizione in manufatto.<\/p>\n<p align=\"justify\">Non si tratta tanto di prendere una posizione, perch\u00e9 di fatto si \u00e8 comunque parte di questo flusso culturale, pi\u00f9 che altro si tratta di continuare a percorrere percorsi di ricerca per individuare nuove aree di senso nell&#8217;applicazione delle nuove tecnologie.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk01.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Marco Mancuso<\/strong>: Pi\u00f9 in generale, analizzando altri vostri progetti pi\u00f9 recenti come per esempio Reddot o gli Alberto Aspesi Shops, come vi rapportate con il concetto di &#8220;spazio&#8221; e come \u00e8 evoluto il vostro modo di fare interaction design sulla base del rapporto con lo spazio del quotidiano, legato magari a normali attivit\u00e0 di vita e lavoro (la vetrina del negozio, l&#8217;ingresso di un&#8217;azienda), dipendente dalla spontaneit\u00e0 delle persone che lo vivono. Quale quindi il rapporto tra &#8220;spazio&#8221; e &#8220;vivente&#8221; e quali le direzioni che vi piacerebbe intraprendere in questo senso?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Limiteazero<\/strong>: <\/span> Entrambi i progetti che citi, seppur molto diversi fra di loro, hanno in effetti in comune uno stesso elemento che, peraltro, \u00e8 una costante del nostro lavoro quando entra in contatto con il concetto di interazione, ovvero che quest&#8217;ultima per noi \u00e8 quasi sempre intesa come un effetto accidentale e, soprattutto, elementare. Sono oggetti che sarebbe pi\u00f9 esatto definire come reattivi piuttosto che interattivi. Entrambi i progetti, non richiedono una particolare attenzione per la modalit\u00e0 di relazione che stabiliscono con le persone, semplicemente si accorgono di te e reagiscono in base alla tua semplice presenza. Non rivelano contenuto, non giocano con te, non ti raccontano una storia, semplicemente reagiscono, esattamente con la stessa banalit\u00e0 con cui si apre la porta a vetri della banca, o cui si alza la sbarra del cancello.<\/p>\n<p align=\"justify\">Mentre gli oggetti disegnati per i <span class=\"testoscuro\">negozi Aspesi<\/span> sono pensati per essere delle sentinelle elettroniche, sempre presenti in vetrina a presentare contenuto, Reddot (in collaborazione con Cristina Chiappini) \u00e8 pensato come un oggetto che si integra nell&#8217;architettura stessa. E&#8217; un oggetto pesante e con una sua forma e massa fisica definite, \u00e8 pensato per essere presente anche quando \u00e8 spento. Non lavora solo sullo spazio in cui \u00e8 inserito, ma cerca di relazionarsi anche con i materiali che definiscono quello spazio, cerca di essere accolto trovando un linguaggio comune con esso.<\/p>\n<p align=\"justify\">Reddot lavora in un modo che ci \u00e8 sembrato interessante soprattutto sulla sua identit\u00e0 di oggetto, sul gioco di materiali che traspongono in modo meccanico la luce su materiali diversi. Questo pezzo inoltre \u00e8 nato in un clima di forte <span class=\"testoscuro\">collaborazione e\u00a0assonanza con il cliente (Nice)<\/span>, che ha voluto credere nella strada\u00a0 di lavorare con noi seguendo un percorso sperimentale che coniugasse\u00a0 l&#8217;idea di realizzare un progetto particolare che si relazionasse con\u00a0 il loro spazio di lavoro e rappresentanza. Al di l\u00e0 del nostro percorso di ricerca, crediamo che proprio il\u00a0 rapporto con una committenza &#8220;illuminata&#8221; e coraggiosa sia un punto fondamentale per la realizzazione di questo tipo di sperimentazioni\u00a0 immerse in spazi con destinazioni ad attivit\u00e0 lavorative, commerciali o produttive, che costituiscono un nodo molto importante per lo sviluppo futuro del nostro genere di attivit\u00e0.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk09.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Marco Mancuso<\/strong>: Parlando una volta con Manuel dei Lab[Au], egli affermava convinto che gli studi come loro, voi e pochi altri nel mondo, rappresenteranno nel medio futuro gli interlocutori ideali per tutti coloro che vorranno sviluppare progetti a cavallo tra arte e comunicazione. In sostanza la capacit\u00e0 tecnica, il gusto estetico, la tradizione nel design e nell&#8217;architettura urbana, la capacit\u00e0 di lavorare sia con il suono che con le immagini, farebbero di voi interlocutori ideali per un progetto multimediale di ampia portata. Siete d&#8217;accordo su questo punto? E&#8217; un po&#8217; questa la direzione in cui Limiteazero vuole spingere da un punto di vista professionale?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Limiteazero<\/strong>: <\/span> Come per ogni nuova fase di cambiamento tecnologico e di linguaggio, accade che vi siano delle avanguardie sperimentali, apprezzate e condivise da una ristretta elite, che tracciano alcune direzioni di ricerca che devono parte del proprio successo alla novit\u00e0 stessa che esse raccontano e rappresentano. Poi, inevitabilmente, i linguaggi maturano ed entrano in relazione con numeri diversi, sia di in termini di pubblico che conseguentemente di quantit\u00e0 e qualit\u00e0 del contenuto, dando origine a sistemi pi\u00f9 diffusi e a processi pi\u00f9 industrializzati. Chi, come noi, ha maturato anni di esperienza lavorando sull&#8217;incrocio di linguaggi, professionalit\u00e0 e tecnologie diverse, ha certamente coltivato una conoscenza molto approfondita degli strumenti e della gestione di processi multimediali complessi, ma \u00e8 anche vero che poche cose come il multimedia possiedono un grado di ambiguit\u00e0 e di riproducibilit\u00e0 cos\u00ec ampio.<\/p>\n<p align=\"justify\">Siamo convinti che il destino di molti di noi sia quello dei rompighiaccio. Stiamo navigando in mari molto difficili e, spinti dalla curiosit\u00e0 e dalla passione, stiamo affrontando la difficolt\u00e0 di reggere un ritmo molto veloce di aggiornamento e adeguamento degli strumenti che utilizziamo quotidianamente e questo, evidentemente, ha come limite la resistenza umana. Fin quando questo sar\u00e0 possibile da reggere per piccoli gruppi di persone vorr\u00e0 dire che non c&#8217;\u00e8 ancora maturit\u00e0 del mercato per assorbire questa offerta. Appena certi linguaggi e certe possibilit\u00e0 entreranno nel patrimonio culturale collettivo, allora credo che si formeranno in breve tempo imprese commerciali di medie dimensioni (inglobate in multinazionali della comunicazione) che copriranno in poco tempo le fette di mercato pi\u00f9 rilevanti, spesso questo accadr\u00e0 anche utilizzando le nostre esperienze attuali come riferimento.<\/p>\n<p align=\"justify\">Crediamo quindi che figure come la nostra rimarranno probabilmente sempre legate ad una clientela molto ristretta e particolare, destinati a lavorare con modalit\u00e0 sperimentali, e quindi dovremo necessariamente aggiornare continuamente i nostri modelli di lavoro, adeguandoci ai cambiamenti.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk04.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Marco Mancuso<\/strong>: Come \u00e8 lavorare in Italia per uno studio come Limiteazero. Anche se so che vi sto imboccando, vorrei che provaste a fare mente locale su che tipo di difficolt\u00e0 o di vantaggi avete nel lavorare in un paese come l&#8217;Italia di oggi. Come si colloca in questo senso l&#8217;esperienza di un festival come Mixed Media a Milano, nato e deceduto dopo una sola edizione, di cui tu Paolo tra l&#8217;altro sei stato ideatore e primo promotore?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Limiteazero<\/strong>: <\/span> Diciamo che l&#8217;Italia sembra caratterizzarsi come un mercato molto ricettivo per i prodotti tecnologici, ma questo sembra anche essere inversamente proporzionale alla capacit\u00e0 di fare innovazione tecnologica e, soprattutto, di integrare la tecnologia all&#8217;interno della propria tradizione culturale. Compriamo, utilizziamo ma non elaboriamo. Basti vedere la situazione di internet in Italia, dove a fronte di una percentuale apparentemente molto confortante di popolazione connessa in rete, la qualit\u00e0 del web Italiano &#8211; sia in termini di contenuti che di forma &#8211; rimane, nel suo insieme, a dir poco imbarazzante. Dal punto di vista culturale, non possiamo assolutamente dire che non ci si occupi pi\u00f9 di contenuti di qualit\u00e0, visto che festival prestigiosissimi legati alla scienza, alla filosofia o alla letteratura, svolgono in modo eccellente una funzione sia pedagogica che di approfondimento in assoluta continuit\u00e0 con la tradizione culturale di questo paese.<\/p>\n<p align=\"justify\">Non possiamo per\u00f2 dimenticare che realt\u00e0 come lo <span class=\"testoscuro\">Studio di Fonologia Musicale della RAI di Milano, con figure come Maderna e Berio <\/span>, che fra gli anni 50 e 70 fu protagonista della sperimentazione elettronica sonora europea o come, negli stessi anni, il <span class=\"testoscuro\">GruppoT che con Giovanni Anceschi, Gianni Colombo e Gabriele De Vecchi <\/span>, lavorava sull&#8217;arte programmata, costruendo meravigliosi ambienti immersivi e interattivi, siano state tutte figure molto pi\u00f9 apprezzate e consacrate pi\u00f9 in terra straniera che qui da noi. Sembrerebbe sempre che questo paese si rinchiuda in quello che crede essere un aristocratico autocompiacimento per la propria storia, rivelandosi invece un gretto provincialismo decadente e autolesionista.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk13.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Per essere onesti bisogna dire che questo non vale in ugual misura per tutte le citt\u00e0 Italiane, certamente Milano sembra lottare con energia per primeggiare nella classifica delle peggiori. Credo sia sufficiente confrontare l&#8217;offerta culturale, anche solo degli ultimi cinque anni, di Milano con quelle di Roma, Genova o Torino per trarre qualche considerazione. La nostra esperienza si immerge in questo contesto, soffrendo della scarsit\u00e0 di interlocutori e soprattutto di strutture, istituzioni o in generale di qualsiasi tipo di realt\u00e0 ricettiva di riferimento. Il nostro lavoro \u00e8 molto pi\u00f9 conosciuto ed apprezzato all&#8217;estero che in Italia. Abbiamo scelto anni fa di utilizzare l&#8217;inglese come lingua principale del nostro sito proprio in considerazione del fatto che l&#8217;80% delle visite provengono da paesi stranieri, cos\u00ec come siamo stati invitati ad esporre il nostro lavoro in contesti molto prestigiosi all&#8217;estero, mentre in Italia dobbiamo ringraziare con tutto il cuore solo privati di buona volont\u00e0 che contro tutto e tutti sono riusciti comunque ad organizzare con fatica progetti in cui ci hanno coinvolto.<\/p>\n<p align=\"justify\">E&#8217; anche vero che una certa scarsezza di attenzione \u00e8 certamente dovuta all&#8217;esiguit\u00e0, se non altro in termini numerici, di una possibile scena elettronica Italiana. Siamo in pochissimi a lavorarci e di quei pochi il livello qualitativo \u00e8 sua volta rarefatto. Questo certamente non invoglia gli investimenti e probabilmente non giustifica il mettere in moto complicate macchine istituzionali che gi\u00e0 faticano a marciare su argomenti molto pi\u00f9 importanti.<\/p>\n<p align=\"justify\">L&#8217;esperienza del festival <span class=\"testoscuro\">Mixedmedia <\/span> \u00e8 anch&#8217;essa profondamente legata a questa aridit\u00e0 del contesto, ma anche a qualche mancanza o inadeguatezza del suo stesso format, oltre ad una inevitabile inesperienza da neofiti nell&#8217;organizzazione. Nel tentativo di parlare una lingua il pi\u00f9 possibile comprensibile da molti, ha finito per parlare lingue diverse e non sempre chiare e in questo modo non \u00e8 riuscito a portare il suo messaggio dove avrebbe voluto. Tutto questo per quanto attiene all&#8217;autocritica, pratica che riteniamo troppo spesso ignorata e invece assolutamente da rivalutare. Certamente poi il rapporto con le istituzioni non ha aiutato, n\u00e9 in termini di semplice incoraggiamento n\u00e9 di aiuti concreti, sempre comunque attenti a sostenere iniziative di dubbia utilit\u00e0 ma di sicuro potere. Per non parlare degli sponsor privati interpellati, che hanno spesso frainteso le finalit\u00e0 dell&#8217;evento cercando di ottenere presenze in linea con quelle previste per fiere dell&#8217;informatica o per chioschi promozionali.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag30\/articoli\/img\/design_mk14.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>foto by Arianna D&#8217;Angelica<\/p>\n<p align=\"justify\">Direi che il tutto si \u00e8 svolto in coerenza con quanto detto sopra: mancati accessi a livelli di potere adeguati (primo requisito per fare qualcosa in Italia, di cui noi eravamo consapevoli ma che abbiamo comunque, ingenuamente, sottovalutato), scarsa (se non nulla) sensibilit\u00e0 all&#8217;argomento e senso generale di indifferenza alle potenzialit\u00e0 insite nel progetto da parte delle Istituzioni. Forse mi sbaglio, ma credo che in una citt\u00e0 Italiana diversa da Milano avremmo avuto pi\u00f9 possibilit\u00e0.<\/p>\n<p align=\"justify\">Su questo argomento non ho altro da dire.<\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"justify\"><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.limiteazero.net\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.limiteazero.net\/<\/a><\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Digicult ha avuto modo di intervistare Limiteazero all&#8217;inizio delle sue pubblicazioni, era il Marzo 2005, una vita fa: Tiziana Gemin scrisse un articolo piuttosto completo sull&#8217;attivit\u0088 del duo di designer e architetti milanesi<\/p>\n","protected":false},"author":5,"featured_media":15926,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[239,36,183],"tags":[57,80,53],"class_list":["post-10286","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-articles","category-design","category-issue-030","tag-architecture","tag-interaction","tag-interviews"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v22.4 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Limiteazero, Limiti Infiniti &#8226; Digicult | Digital Art, Design and Culture<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/digicult.it\/design\/limiteazero-infinite-limits\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Limiteazero, Limiti Infiniti &#8226; Digicult | Digital Art, Design and Culture\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"[:en]Digicult got the opportunity to interview Limiteazero at their beginnings in March 2005. 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