{"id":10263,"date":"2007-10-03T12:00:00","date_gmt":"2007-10-03T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-028\/dias-e-riedweg-politics-and-poetics\/"},"modified":"2020-10-25T09:52:32","modified_gmt":"2020-10-25T08:52:32","slug":"dias-e-riedweg-politics-and-poetics","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-028\/dias-e-riedweg-politics-and-poetics\/","title":{"rendered":"Dias E Riedweg: Politica E Poetica"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<div align=\"justify\">\n<p>I lavori di <span class=\"testoscuro\">Dias e Riedweg<\/span> (coppia di artisti, rispettivamente brasiliano e svizzero) sono sicuramente &#8220;un&#8217;esperienza&#8221;. Vogliono coinvolgere lo spettatore nella vita delle persone con le quali hanno parlato e lavorato. Il loro lavoro \u00e8 da una parte politico e dall&#8217;altra sensoriale. Riescono a suscitare emozioni, a coinvolgere.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 questo il loro punto di forza. Le loro opere vogliono, in questo modo, riuscire a mettere in contatto realt\u00e0 sociali diverse, quella di persone che vivono in situazioni precarie e ai margini, e quella di chi vive invece integrato nel sistema capitalistico. Desiderano far comunicare questi due mondi, cos\u00ec che uno si infiltri nell&#8217;altro, per creare una crepa nel sistema. Per questo <span class=\"testoscuro\">Dias e Riedweg<\/span> non si rivolgono solo al pubblico dell&#8217;arte, ma cercano di far penetrare il loro messaggio il pi\u00f9 possibile, in modo che abbia una grande eco e venga recepito da un pubblico molto ampio.<\/p>\n<p>Come ad esempio nel loro primo lavoro: <span class=\"testoscuro\">Devotionalia (1994). <\/span>E&#8217; un progetto realizzato nelle favelas di Rio de Janeiro, in cui sono stati coinvolti anche enti sociali brasiliani e organizzazioni non governative. Per circa tre anni il loro atelier mobile ha girato nelle strade per raccogliere l&#8217;ex voto dei bambini e degli adolescenti che vivevano l\u00ec. Il risultato sono i calchi delle mani e dei piedi di pi\u00f9 di 600 ragazzi, accompagnati dai video in cui ognuno di loro faceva il proprio voto. Quando \u00e8 stata esposta l&#8217;installazione, il pubblico della mostra era per met\u00e0 costituito da persone provenienti dalle favelas e per loro era la prima volta che entravano in contatto con il mondo della video arte e dell&#8217;arte in generale.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag28\/articoli\/img\/videoart_isabelladepanis02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Nel 2003 gli artisti hanno ripreso il lavoro, andando a cercare i ragazzi che avevano intervistato. Hanno scoperto che molti di loro erano morti, ed hanno quindi raccolto le testimonianze di cosa era successo, come e perch\u00e9, dalle voci di chi era coinvolto. Hanno poi realizzato un montaggio alternando queste testimonianze e i resoconti che davano i giornali delle stesse storie. La freddezza dei media \u00e8 esasperata ancora di pi\u00f9 dai racconti di chi aveva vissuto sulla propria pelle quei fatti. La comunicazione diventava cos\u00ec ancora pi\u00f9 intensa, pi\u00f9 penetrante.<\/p>\n<p>Anche in <span class=\"testoscuro\">&#8220;Inside and outside the tube&#8221;<\/span> (1998) gli artisti hanno voluto mettere in atto una &#8220;comunicazione intensiva&#8221;. Hanno raccolto i racconti di alcuni rifugiati in attesa di asilo politico, temporaneamente sistemati in un centro di accoglienza ad Adliswil, in Svizzera. Si sono fatti raccontare le loro storie e quelle delle loro famiglie, le loro prime impressioni sulla Svizzera, cosa avevano provato, che sensazioni avevano avuto. Successivamente tutte queste voci registrate, sono state trasmesse in alcuni luoghi pubblici della citt\u00e0. Le installazioni prevedevano che le voci fossero incanalate dentro dei tubi solitamente usati per il riscaldamento. I tubi erano sia l&#8217;installazione, l&#8217;opera, che il mezzo per trasmettere un messaggio, &#8220;collegavano&#8221; due mondi distanti, gli abitanti della citt\u00e0, e i rifugiati, senza dimora e senza diritti.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag28\/articoli\/img\/videoart_isabelladepanis04.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Nel loro ultimo lavoro <span class=\"testoscuro\">Funk Staden<\/span>, presentato quest&#8217;anno a <span class=\"testoscuro\">Documenta<\/span>, hanno tratto ispirazione dalle illustrazioni di Hans Staden, personaggio vissuto nel sedicesimo secolo e originario di Kassel. Staden, durante un viaggio in Brasile era stato catturato dagli indigeni per essere mangiato, ma poi fu liberato perch\u00e9 non si era dimostrato abbastanza coraggioso per essere &#8220;incorporato&#8221;. Non volevano ingerire la sua diversit\u00e0. Una perfetta metafora del lavoro dei due artisti.<\/p>\n<p><span class=\"testoscuro\">Dias e Riedweg<\/span> hanno reinterpretato le tavole di Staden, ambientando l&#8217;azione nelle favelas di Rio de Janeiro. Su tre schermi si potevano vedere le immagini riprese da tre telecamere montate su dei pali di legno (una citazione dello strumento usato dai cannibali per uccidere la vittima designata). Su un tetto di una casa si svolgeva una sorta di festa e i partecipanti si passavano le tre telecamenre di mano in mano mentre ballavano. Era come se si stesse consumando un rito, un rito del XXI secolo in cui gli antropofagi sono gli abitanti delle favelas e ci\u00f2 che viene cannibalizzata \u00e8 la tecnologia, per diventare uno strumento di diffusione del loro canto.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag28\/articoli\/img\/videoart_isabelladepanis05.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>I lavori di <span class=\"testoscuro\">Dias e Riedweg<\/span>, coniugando l&#8217;aspetto politico con quello pi\u00f9 emozionale, cercano di abbattere le barriere che dividono due societ\u00e0 opposte, che difficilmente comunicano in modo sincero l&#8217;una con l&#8217;altra. Abbattendo gli stereotipi e i luoghi comuni, mettono in mostra la materia vibrante e sensibile della quale siamo tutti composti.<\/p>\n<hr \/>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.gfilomenasoares.com\/%20\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.gfilomenasoares.com\/<\/a><\/p>\n<\/div>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I lavori di Dias e Riedweg (coppia di artisti, rispettivamente brasiliano e svizzero) sono sicuramente un&#8217;esperienza. Vogliono coinvolgere lo spettatore nella vita delle persone con le quali hanno parlato e lavorato. Il loro lavoro \u008f da una parte politico e dall&#8217;altra sensoriale. 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