{"id":10252,"date":"2007-10-03T12:00:00","date_gmt":"2007-10-03T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-028\/rafael-lozano-hemmer-relational-architecture\/"},"modified":"2020-10-25T09:53:56","modified_gmt":"2020-10-25T08:53:56","slug":"rafael-lozano-hemmer-relational-architecture","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/design\/rafael-lozano-hemmer-relational-architecture\/","title":{"rendered":"Rafael Lozano-Hemmer: Relational Architecture"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"justify\">Il Messico, suo paese natale, ha esordito alla <span class=\"testoscuro\">52ma Biennale di Venezia<\/span>, con una sua personale. Artista noto per realizzare spesso larghe installazioni che utilizzano i media pi\u00f9 disparati e interfacce custom-made, <span class=\"testoscuro\">Rafael Lozano-Hemmer<\/span> ama coinvolgere in maniera attiva il pubblico. Installazioni robotiche, computer, video proiezioni, sensori, luci (e ombre) e suoni sono i mezzi con cui crea opere che, in tutto il mondo, cambiano temporaneamente la percezione degli spazi e il loro rapporto con chi li abita, o sottolineano temi come l&#8217;incessante sorveglianza a cui siamo costantemente sottoposti.<\/p>\n<p align=\"justify\">&#8220;Vastissimo il ventaglio di interessi e strumenti che nel corso degli anni hanno stimolato la creativit\u00e0 di <span class=\"testoscuro\">Lozano-Hemmer <\/span>&#8211; ci racconta <span class=\"testoscuro\">Marco Mancuso<\/span> interessato alle nuove frontiere dell&#8217;architettura urbana e conoscitore del lavoro di Lozano-Hemmer &#8211; e sempre molto attuale si \u00e8 rivelato il suo approccio al design e alle teorie che sottendono le pi\u00f9 recenti manifestazioni di architettura mediale, di intervento negli spazi pubblici e di interaction design. Difatti, la tipologia di design proposta dall&#8217;artista messicano \u00e8 una sorta di ibrido, cosa piuttosto rara nel panorama internazionale, tra ci\u00f2 che si \u00e8 ormai assorbito come moderno design dell&#8217;interazione, grazie all&#8217;utilizzo delle tecnlogie digitali e dei sensori, \u00e8 le nuove possibilit\u00e0 offerte dalle tecnologie interattive e audiovisive all&#8217;architettura, soprattutto in ambito urbano. Basti pensare a tutta la serie dei <span class=\"testoscuro\">Relational Architecture<\/span> &#8211; prosegue Mancuso &#8211; o opere come <span class=\"testoscuro\">Vectorial Elevation<\/span> e <span class=\"testoscuro\">Body Movies<\/span>, gli interventi al <span class=\"testoscuro\">CAMM-Centro Atlantico de Arte Moderna<\/span>, le installazioni <span class=\"testoscuro\">Homograpghies e Pulse Room<\/span>, per una risultante in grado di modificare gli spazi che normalmente abitiamo, per creare relazioni umane e sensoriali nuove all&#8217;interno di contesti rivisitati, per aumentare la nostra percezione del contesto circostante, modificando le consuete e spesso assuefatte dinamiche che regolano il nostro rapporto con l&#8217;ambiente attorno a noi. Senza in tutto questo dimenticare il rapporto con la Rete e con le sue possibili dinamiche di networking, palesando la possibile inter-relazione tra spazio reale e spazio virtuale, come in opere quali <span class=\"testoscuro\">The Trace<\/span> o il fenomenale Vectorial Elevation di cui sopra&#8221;.<\/p>\n<p align=\"justify\">Parlando del proprio lavoro, non ama usare termini come &#8220;new media&#8221; o &#8220;interattivit\u00e0&#8221; e si concentra piuttosto sulla &#8220;memoria aliena&#8221;, come mi ha raccontato durante un incontro a New York\u0085.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag28\/articoli\/img\/design_monicaponzini02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Monica Ponzini<\/strong>: Vuoi cominciare a parlare dell&#8217;esperienza della Biennale di Venezia?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Rafael Lozano-Hemmer<\/strong>:<\/span> Era la prima volta che il Messico partecipava, la mostra \u00e8 stata organizzata in un tempo record di quattro\/cinque mesi: abbiamo affittato un bellissimo Palazzo a Cannaregio, ho portato sei installazioni, molto diverse fra loro, alcune robotiche, altre basate su proiezioni o luci, una in particolare nuova, pensata per quello spazio, ma anche le altre erano esposte in modo diverso da come erano state esposte in precedenza, quindi la mostra era piuttosto nuova. C&#8217;era un lavoro del 1992 intitolato <span class=\"testoscuro\">Surface Tension <\/span>, essenzialmente un occhio che ti segue dovunque, assieme ad altri pezzi che utilizzavano la videosorveglianza. Trovo interessante soprattutto adesso, in questo periodo di sicurezza nazionale, di Patriot Act e d&#8217;invasione degli spazi pubblici, utilizzare questo tipo di tecnologie di controllo in una maniera pi\u00f9 giocosa, in maniera che siano visivamente tangibili, in modo da dare la percezione dell&#8217;essere osservati. Nel mio lavoro, le opere d&#8217;arte osservano il pubblico, c&#8217;\u00e8 una specie di sorveglianza del pubblico, che crea l&#8217;ambientazione per potenziali performance.<\/p>\n<p align=\"justify\">E&#8217; stata la prima volta che il Messico partecipava alla Biennale e l&#8217;evento \u00e8 stato segnato tristemente da un incidente che uno dei curatori ( Pr\u00edamo Lozada, NdR ) ha avuto una settimana prima dell&#8217;inaugurazione. E&#8217; entrato in coma e la cosa triste \u00e8 che aveva organizzato una serie di eventi per l&#8217;inaugurazione e i medici, dopo averlo operato, ci avevano dato il 70% di possibilit\u00e0 che sopravvivesse. Ci siamo convinti che ce l&#8217;avrebbe fatta, ma una settimana dopo l&#8217;inaugurazione \u00e8 morto.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag28\/articoli\/img\/design_monicaponzini03.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">La mostra ha un catalogo di cui sono contento, con testi di <span class=\"testoscuro\">Victor Stoichita<\/span>, uno storico dell&#8217;arte che parla di &#8220;new media&#8221;, ma non elettronici, piuttosto &#8220;new media&#8221; del XVIII o XIX secolo, ed \u00e8 interessante per me perch\u00e9 elementi di fantasmagoria, di rappresentazione prospettica, le ombre, sono molto presenti nei miei lavori, quindi avere un suo commento era importante. Abbiamo <span class=\"testoscuro\">Cuauht\u00e9moc Medina<\/span>, un critico messicano, abbiamo <span class=\"testoscuro\">Manuel DeLanda<\/span>, teorico del non-lineare, che vive a New York ma \u00e8 di origine messicana. Ha un approccio che mi piace molto, viene da una tradizione di materialismo deleuziano e il mio lavoro trae molto vantaggio dal suo approccio.<\/p>\n<p align=\"justify\">Penso che tutti gli artisti e i critici dei nuovi media siano molto consapevoli delle dinamiche della non-linearit\u00e0, i sistemi caotici e gli algoritmi ricorsivi , ma l&#8217;impatto culturale di quella rivoluzione matematica non \u00e8 ancora evidente nelle scienze umanistiche e non c&#8217; \u00e8 nessun altro critico pi\u00f9 eloquente di Manuel su questo tema. Leggere uno dei suoi libri sul tema della complessit\u00e0 \u00e8 davvero un modo diverso di accostarsi al problema. Nei suoi libri parla spesso di economia, storia e sviluppo tecnologico, ma questa volta si \u00e8 concentrato sull&#8217;arte ed \u00e8 stato molto interessante. Abbiamo anche <span class=\"testoscuro\">Barbara London, Jos\u00e9 Luis Barrios<\/span>, il catalogo \u00e8 parte integrante della mostra, ed \u00e8 quello che ne rimane. In generale la mostra sta andando bene, ci sono 500 visitatori al giorno, che \u0096 mi sembra di capire &#8211; sia il doppio delle presenze di altri padiglioni al di fuori dei Giardini, e sta avendo ottime critiche, il che mi fa molto piacere.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag28\/articoli\/img\/design_monicaponzini04.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Monica Ponzini<\/strong>: I tuoi interventi si concentrano su spazi pubblici, ma operano anche su edifici che non sempre fanno parte della vera &#8220;vita&#8221; di un luogo \u0085<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Rafael Lozano-Hemmer<\/strong>:<\/span> Lavoro spesso in spazi pubblici, ed \u00e8 una grossa sfida dato che, tra le altre cose, non hai tutti gli intermediari e il solito contesto di produzione. I miei lavori sono soprattutto su larga scala, si basano su proiezioni, luci, sensori e quello che cerco fare e&#8217; generare una lettura eccentrica della citt\u00e0. Mi viene commissionata la trasformazione di alcuni luoghi urbani mentre il pi\u00f9 delle volte, quando i politici parlano di &#8220;rinnovamento&#8221; urbano, intendono mettere lampioni del XIX secolo e Starbucks, e hanno il grosso problema dell&#8217;omogeneizzazione. Queste strutture omogeneizzate non rappresentano le persone, ma piuttosto immagini aziendali internazionali. Il mio lavoro e quello di altri miei colleghi porta una certa eccentricit\u00e0 e penso che questi momenti di rottura degli schemi siano sani, perch\u00e9 portano la gente a interrogarsi su cosa stia succedendo con l&#8217;omogeneizzazione, sulle relazioni tra di loro e con la citt\u00e0.<\/p>\n<p align=\"justify\">L&#8217;altro tipo di intervento \u00e8 sulle strutture &#8220;vampiro&#8221;, edifici emblematici che creano un canone monolitico e che vengono costretti a vivere con restauri. Ma proprio a causa dell&#8217;omogeneizzazione e della globalizzazione che sta prendendo piede, c&#8217;\u00e8 molto conservatorismo verso il secondo tipo di architetture, proprio perch\u00e9 la gente teme una generale perdita d&#8217;identit\u00e0. Dobbiamo per\u00f2 esorcizzare questo aspetto, trasformare questi edifici, che vogliono &#8220;riposare&#8221;, essere trasformati, cambiati. Nel caso dell&#8217;arte, si pu\u00f2 creare il contesto perch\u00e9 questo accada: tirare fuori storie o aspetti &#8220;minori&#8221;, parlare di altri motivi, altre narrative: gli edifici sono stanchi di essere rappresentati nella stessa maniera, vogliono fare parte di una performance differente e con l&#8217;arte si pu\u00f2 fare, si possono ricontestualizzare gli elementi e renderli divertenti o perversi o farli scomparire. Qualunque cosa si faccia, le persone interagiranno con le strutture architettoniche in maniera diversa. L&#8217;ho fatto per 15 anni e continuer\u00f2 a farlo. A questo punto il mio lavoro sta cominciando a entrare in collezioni, musei, gallerie, e bisogna fare attenzione che questo aspetto non prenda troppa importanza. Ho visto colleghi il cui lavoro ha cominciato a vendere sul &#8220;mercato&#8221;, venirne risucchiati. E secondo me bisogna fare attenzione a realizzare cose che siano per il pubblico.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag28\/articoli\/img\/design_monicaponzini05.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Monica Ponzini<\/strong>: Il tuo lavoro \u00e8 molto complesso, attraversa varie discipline, utilizza molti media e viene esposto spesso nel mondo &#8220;reale&#8221;, non nelle gallerie: come ti definisci dal punto di vista artistico?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Rafael Lozano-Hemmer<\/strong>:<\/span> Sono una persona interdisciplinare, connettiva, penso al mio lavoro non tanto come qualcosa di visuale, ma piuttosto performativo. Il modello con cui lavoro \u00e8 quello della collaborazione: ci sono io, che dirigo, poi ci pu\u00f2 essere un compositore, un attore, un programmatore, un fotografo\u0085chiunque sia necessario ed eseguire un progetto specifico. Seguiamo un indirizzo preciso, un&#8217;ossessione, un incubo. Non sempre per\u00f2 \u00e8 cos\u00ec: ho anche collaborato, per esempio con un architetto, seguendo il suo progetto \u0096 io facevo solo la parte visual &#8211; e anche quello va bene; l&#8217;importante \u00e8 che ci sia sempre una spina dorsale.<\/p>\n<p align=\"justify\">Per quanto riguarda i media che utilizzo, sono contrario alla definizione &#8220;new&#8221;: pi\u00f9 uno studia la storia dell&#8217;arte, pi\u00f9 si rende conto che molto di quello che stiamo facendo sono solo progressioni, trasformazioni, nuove versioni di cose che sono state fatte per molto tempo. Non sono per l&#8217;originalit\u00e0, ho studiato il post-strutturalismo, so che questa non \u00e8 pi\u00f9 possibile. Lavoro con la tecnologia perch\u00e9 \u00e8 inevitabile, \u00e8 presente in ogni aspetto della nostra economia globalizzata e tutto quello che succede fa parte di una cultura tecnologica. Dato che la tecnologia \u00e8 inevitabile, la definizione &#8220;new media&#8221; e il fatto di raggruppare gli artisti in quest categoria solo perch\u00e9 usano la tecnologia diventa del tutto ridicolo. La &#8220;new media&#8221; art sta diventando &#8220;normale&#8221; e verr\u00e0 sostituita da nuovi termini, a seconda di quello che uno fa. Dunque s\u00ec, sono un &#8220;media artist&#8221;, ma non voglio necessariamente essere classificato da quello, dato che faccio anche altri tipi di lavori.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag28\/articoli\/img\/design_monicaponzini06.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Monica Ponzini<\/strong>: Parlando di tecnologia, una differenza fondamentale rispetto ai media precedenti \u00e8 che il lavoro di gruppo \u00e8 molto pi\u00f9 presente. Sei d&#8217;accordo?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Rafael Lozano-Hemmer<\/strong>:<\/span> Assolutamente. E su diversi livelli: a livello creativo per esempio\u0085anche se ho appena conosciuto un artista canadese, David Rockeby, che mi ha detto di non avere assistenti. Programma tutto, allestisce tutto, e lo ammiro per questo, \u00e8 molto romantico e meraviglioso; ma la maggior parte dei miei colleghi si riuniscono, collaborano. C&#8217;\u00e8 una buona ragione per questo: essenzalmente \u00e8 molto difficile essere come David, avere il controllo della parte teorica e tecnologica ed essere il grado di realizzare il lavoro. Ed \u00e8 positivo, perch\u00e9 in un certo senso il processo di produzione rende pi\u00f9 umili. Ma anche a livello di presentazione c&#8217;\u00e8 una collaborazione, questa volta per\u00f2 da parte del pubblico. L&#8217;artista richiede la collaborazione della gente, il loro input: loro sono quelli che &#8220;fanno&#8221; l&#8217;opera d&#8217;arte, e anche questo rende umili. Non stai facendo questo per te stesso, stai facendo qualcosa di cui, una volta esposto, tu non sei che uno dei partecipanti, vedi gli altri prenderne possesso, e se hai davvero successo, secondo me, vedrai il pubblico fare cose che non avevi previsto. Se un progetto \u00e8 valido, per me vuol dire che non stai imponendo un unico punto di vista, e che l&#8217;opera ha abbastanza &#8220;poesia&#8221; da permettere alla gente di leggerla in modi diversi. La capacit\u00e0 dell&#8217;artista di tirarsi indietro e permettere al pubblico di prendere le proprie decisioni \u00e8 cruciale, e la collaborazione del pubblico \u00e8 fondamentale.<\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Monica Ponzini<\/strong>: Quindi non c&#8217;\u00e8 solo il tuo apporto o quello del tuo team, per te il ruolo del ruolo del pubblico \u00e8 sostanziale: ti aspetti di avere indietro qualcosa di inatteso?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Rafael Lozano-Hemmer<\/strong>:<\/span> Non tanto che diano a me, ma che diano a se stessi e tra di loro. Per esempio, con i progetti basati sulle ombre si creano connessioni tra le persone pi\u00f9 disparate, il che non sempre funziona alla stessa maniera. In Inghilterra c&#8217;\u00e8 stato un momento particolare in cui un gruppo di giovani evangelici ha cantato e giocato con le ombre, e coesistevano nello stesso spazio con alcuni punk, che si divertivano ugualmente: penso che fosse notevole, per un progetto, avere la capacit\u00e0 di connettere realt\u00e0 diverse. La piattaforma \u00e8 fuori controllo e questo \u00e8 un aspetto importante del mio lavoro. La piattaforma non pu\u00f2 avere una sceneggiatura, puoi indicare dei limiti per quello che la gente pu\u00f2 o non pu\u00f2 fare, ma una volta realizzata, la piattaforma non \u00e8 pi\u00f9 tua e ti devi rilassare e arrenderti all&#8217;eventualit\u00e0 che qualcosa possa andare male\u0085.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag28\/articoli\/img\/design_monicaponzini07.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Monica Ponzini<\/strong>: Nel definire il tuo lavoro, preferisci usare il termine &#8220;relazionale&#8221; piuttosto che &#8220;interattivo&#8221;: perch\u00e9 fai questa distinzione?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Rafael Lozano-Hemmer<\/strong>:<\/span> Originariamente, quando usavo il termine &#8220;relazionale&#8221; e quando ho realizzato una serie di interventi chiamati &#8220;<span class=\"testoscuro\">Relational architecture<\/span>&#8221; &#8211; prima di Nicolas Bourriaud e la sua &#8220;Estetica relazionale&#8221;, dato che quello che intende lui con questo termine \u00e8 molto diverso &#8211; la mia idea dl termine &#8220;relazionale&#8221; a cofronto con &#8220;interattivo&#8221; era che vedevo nel secondo qualcosa di &#8220;predatorio&#8221;, un&#8217;estetica dello &#8220;schiaccia-il-tasto&#8221;. L&#8217;interattivit\u00e0, nel periodo in cui ho cominciato a chiamare il mio lavoro &#8220;relazionale&#8221;, era una specie di &#8220;fetish&#8221;, cos\u00ec come il virtuale lo era stato subito prima. Ho deciso che non volevo essere compreso nell&#8217;uso predatorio e utilitaristo di questa specie di applicazione verticale della tecnologia. &#8220;Relazionale&#8221; per me significava qualcosa di pi\u00f9 laterale, relativo al creare relazioni, mentre l&#8217;interattivit\u00e0 non mi sembrava nulla di tutto ci\u00f2, mi sembrava univoca: tu fai qualcosa, il computer fa qualcos&#8217;altro e finisce l\u00ec. Quello a cui mi riferivo col il lavoro &#8220;relazionale&#8221; era questo emergere di connessioni ad hoc, che non erano predisposte dall&#8217;artista. Al contempo, sto cercando analogamente di spostarmi da questa definizione perch\u00e9 sfortunatamente la percezione dominante del termine adesso \u00e8 basata sull&#8217;estetica &#8220;relazionale&#8221; e mi piace pensare al mio lavoro come qualcosa di pi\u00f9 politico, qualcosa di pi\u00f9 assurdo di quello che <span class=\"testoscuro\">Nicolas Bourriaud<\/span> ha provato a proporre nel suo testo.<\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Monica Ponzini<\/strong>: Un&#8217;altra idea dominante nel tuo lavoro e che hai coniato tu \u00e8 quella della &#8220;memoria aliena&#8221;. La puoi descrivere?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Rafael Lozano-Hemmer<\/strong>:<\/span> Mi piace l&#8217;idea della memoria aliena. Tutti i miei primi lavori erano stati fatti nel contesto di Ars Electronica, V2, Transmediale, dove tutti erano concentrati sul concetto di &#8220;nuovo&#8221;. Ho deciso che dovevamo trovare una nuova parola che non fosse &#8220;nuovo&#8221;, e &#8220;alieno&#8221; era quella che cercavo. Al posto di new media, alien media. Un nuovo concetto diventava un concetto alieno: qualcosa che &#8220;non appartiene&#8221;, uno spostamento, e un buon lavoro concettuale \u00e8 sempre trasferimento, un riposizionamento di qualcosa in un altro contesto, cos\u00ec da farti pensare in maniera diversa riguardo al contesto stesso. <span class=\"testoscuro\">La memoria aliena<\/span> \u00e8 una nozione diversa dall&#8217;architettura o dall&#8217;arte decostruzionista, dagli interventi <em>site-specific<\/em>: \u00e8 qualcosa che parla delle narrative di potere. Io voglio fare qualcosa di differente, voglio dare un&#8217;idea di relazione temporanea, memoria temporanea, aliena, che non ha nulla a che vedere con il sito specifico. Infatti molte delle mie installazioni viaggiano, non sono <em>site-specific <\/em>, ma <em>relationship-specific <\/em>. Il concetto di &#8220;memoria aliena&#8221; nasce dal desiderio di guardare non alla Memoria (con la M maiuscola), ma piuttosto ai piccoli commenti che possono venire fuori dalla gente che osserva o critica il lavoro, dalla micropolitica. E&#8217; un livello molto intimo, piccoli momenti molto significativi che ti fanno cambiare il modo in cui ti relazioni ad un posto. I fenomeni relativi alla macro politica, all&#8217;economia, non sono il soggetto del mio lavoro. E in fin dei conti \u00e8 &#8220;politico&#8221; anche l&#8217;occuparsi di questi momenti &#8220;intimi&#8221;: semplicemente cerco di non fare morale o non fare finta di avere soluzioni per ci\u00f2 che sta succedendo.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag28\/articoli\/img\/design_monicaponzini08.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Monica Ponzini<\/strong>: So che hai conosciuto fin da giovanissimo molti artisti e musicisti perch\u00e9 la tua famiglia possedeva dei nightclub. Inoltre, ti sei trasferito dal Messico prima in Spagna e poi in Canada. Questo background culturale e personale ha influito sulla tua arte?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Rafael Lozano-Hemmer<\/strong>:<\/span> Certo. Ho tre passaporti, il messicano e&#8217; verde, il canadese e&#8217; blu, lo spagnolo e&#8217; rosso: creano l&#8217;RGB. E&#8217; stato problematico per me, ma una volta ho incontrato uno dei pionieri di Fluxus, Dick Higgins, gli ho raccontato come mi sentissi privo di radici e lui mi ha risposto &#8220;Rafael, l&#8217;identit\u00e0 \u00e8 per principianti&#8221;. Ognuno dovrebbe fare una ricerca della propria identit\u00e0, senza esporla troppo al pubblico\u0085nel mio caso, penso che la confusione sia evidente nella maggior parte dei miei lavori, sono coinvolto in una specie di ricerca &#8220;antropologica&#8221;. Quando presenti lo stesso lavoro in citt\u00e0 diverse, le persone si comportano in maniera estremamente differente e non puoi fare generalizzazioni, perch\u00e9 a loro volta sono classificabili sotto certe identit\u00e0. In Portogallo mi aspettavo che le persone giocassero con le ombre e tra di loro, diversamente dagli inglesi, invece e&#8217; stato il contrario\u0085.<\/p>\n<p class=\"testoscuro\" align=\"justify\"><strong>Monica Ponzini<\/strong>: Nel tuo lavoro 33 Questions per Minute, esposto di recente al MoMA, sembri concentrarti sul linguaggio: in questa serie virtualmente infinita, virtualmente corretta ma priva di vero senso vedi in qualche modo la comunicazione di oggi?<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\"><strong>Rafael Lozano-Hemmer<\/strong>:<\/span> Questo lavoro si concentra pi\u00f9 sull&#8217;impossibilita&#8217; della comunicazione, che sulla comunicazione. In generale, penso che la comunicazione nell&#8217;arte sia un concetto molto pericoloso e per molto tempo ho condotto una &#8220;crociata&#8221; contro il termine &#8220;comunicazione&#8221; nell&#8217;arte. Non penso che l&#8217;arte comunichi meglio, e non credo ci sia un problema nella comunicazione in generale; ogni volta che qualcuno si lamenta riguardo alla Rete o MySpace o ai videofonini, penso che sbagli. Semplicmente, la comunicazione non ha posto nell&#8217;arte e l&#8217;arte che mi piace e&#8217; quella che riesce ad assicurare la poesia, che vuol dire ambiguit\u00e0, lo sfuggente piacere delle parole che fluiscono, concetti vaghi, un rallentamento della comunicazione. Tutto quello che mi d\u00e0 piacere \u00e8 opposto alla comunicazione e forse questo progetto segue questa linea.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag28\/articoli\/img\/design_monicaponzini09.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Parte dalla frustrazione della comunicazione: mio padre era in ospedale con un cancro ed era attaccato ad un respiratore, io ho portato una tavoletta con una serie di parole che io avevo scelto, cercando di anticipare quali concetti volesse esprimere. Ma quello che avevo scelto non corrispondeva a quello che voleva esprimere lui\u0085 L&#8217;idea che qualcuno scelga le parole per te e&#8217; problematica. E questo computer che continua a chiedere domande senza senso riguarda il ritmo frustrante delle domande, l&#8217;incapacit\u00e0 di rifletterci sopra, ma si basa anche sul fatto che ci rivolgiamo spesso ai computer per avere risposte e questa installazione vanifica tutto ci\u00f2.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il progetto \u00e8 nato a Cuba: abbiamo connesso il computer a Internet \u0096 Internet e&#8217; proibito ai cubani, ma non ai visitatori- cosicch\u00e9 le domande che la gente imputava andassero direttamente in rete. L&#8217;idea era che le autorit\u00e0 non potessero sapere se una domanda venisse da Internet o dai cubani. Mi aspettavo che i cubani facessero commenti sulla propria situazione e che venissero fuori questioni politiche\u0085 invece ci sono stati parecchi messaggi erotici\u0085 ancora una volta quello che mi aspettavo e&#8217; stato capovolto\u0085Come artista, non puoi e non devi predeterminare il modo in cui le persone vedranno il tuo lavoro ed e&#8217; sempre interessante vedere come si anima in maniera autonoma.<\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"justify\"><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.lozano-hemmer.com\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.lozano-hemmer.com<\/a><\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Messico, suo paese natale, ha esordito alla 52ma Biennale di Venezia, con una sua personale. 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