{"id":10223,"date":"2007-07-02T12:00:00","date_gmt":"2007-07-02T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-026\/software-art-space-software-art\/"},"modified":"2020-10-25T09:30:35","modified_gmt":"2020-10-25T08:30:35","slug":"software-art-space-software-art","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-026\/software-art-space-software-art\/","title":{"rendered":"Software Art Space. Ma Quale Software Art ?!?"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"justify\">C&#8217;\u00e8 da scommetterci. Non appena si diffonder\u00e0 la voce, attraverso i consueti canali tipo mailing lists di riferimento, passaparola, festival internazionali, interviste da parte del critico e curatore d&#8217;arte prezzolato di turno, infinite saranno le lodi che si sprecheranno per <span class=\"testoscuro\">Software Art Space<\/span> (<a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.softwareartspace.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.softwareartspace.com<\/a>), seconda operazione (ma esistente gi\u00e0 da almeno un anno e mezzo) del furbissimo <span class=\"testoscuro\">Steven Sacks<\/span>, fondatore della galleria <span class=\"testoscuro\">Bitforms<\/span> di concezione digitale ma con (micro) sede fisica e concreta a New York. La stessa citt\u00e0 e lo stesso quartiere, Chelsea, in cui uno stuolo apparentemente infinito di gallerie e spazi espositivi di arte contemporanea sembrano fare a gara per essere parte del quel quadrilatero di 4 avenue e 5 streets che determina i destini del mercato internazionale dell&#8217;arte.<\/p>\n<div align=\"justify\">\n<p>Perch\u00e9 \u00e8 inutile prendersi in giro, inutile raccontarsi la favola che a fianco delle lodi ci saranno anche le critiche e le perplessit\u00e0: le critiche, quelle vere, sono dure e dirette, non fiancheggiamenti ludici dell&#8217;ordine costituito. E allora la domanda immediatamente successiva \u00e8: perch\u00e9 un progetto che si prefigge l&#8217;ambizioso compito di diffondere la software art alle masse (ricordiamo che Sacks \u00e8 stato definito da una rivista autorevole come <span class=\"testoscuro\">Wired<\/span> &#8220;colui che porta la software art alle masse&#8221;) \u00e8 di par suo criticabile? Bene, cercheremo di spiegare il perch\u00e9 analizzando il progetto sotto diversi punti di vista.<\/p>\n<p>Direi che il punto di partenza potrebbe essere la natura stessa del progetto, la sua anima portante. Se l&#8217;ambizione \u00e8 quella di rendere la software art accessibile al grande pubblico, mi chiedo innanzitutto come, secondo <span class=\"testoscuro\">Sacks<\/span>, sia possibile ottenere un risultato simile attraverso gli strumenti tecnologici attualmente in commercio e i mezzi di fruizione dedicati a tutto ci\u00f2 che \u00e8 contenuto multimediale: grafica, suono, immagini e interattivit\u00e0.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag26\/articoli\/img\/newmedia_mk02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Analizzando il progetto, si capisce infatti immediatamente che l&#8217;ingegnosissimo device tecnologico necessari per fruire delle opere della Galleria, prevede la presenza di un pc in salotto o in camera da letto o in bagno magari, un mouse wireless ergonomico o un pi\u00f9 pratico touch screen del tutto reperibile dal primo rivenditore sotto casa e ovviamente il cd\/dvd in cui \u00e8 installato l&#8217;eseguibile dell&#8217;opera di software art in questione. Forse qualcuno dovrebbe superare il mio scetticismo e convincermi del fatto che un numero elevatissimo di persone in tutto il mondo decider\u00e0 da domani di comprare online un&#8217;opera di <span class=\"testoscuro\">Golan Levin, di Casey Reas o di Lia<\/span> e di esporla in casa sua, giocando ogni tanto con l&#8217;interattivit\u00e0 e la generativit\u00e0 del progetto. Questo tipo di fruizione ignora la generale tendenza degli addetti ai lavori per i quali i prodotti audiovisivi e interattivi in genere, garantiscono scarso coinvolgimento emotivo all&#8217;interno delle mura di casa propria, nella propria quotidianit\u00e0, quando viene meno il momento dell&#8217;esperienza diretta e del rapporto interattivo con la tecnologia e l&#8217;immersivit\u00e0 sensoriale che essa pu\u00f2 e deve determinare.<\/p>\n<p>E per tutti coloro che si facessero per caso sedurre dall&#8217;aurea mecenatista di qualsivoglia progetto che cela dietro all&#8217;utopia della diffusione orizzontale dell&#8217;arte digitale una vera e propria opera di commercializzazione della new media art stessa e poco pi\u00f9, ricordiamo che ciascuna di queste 10 opere messe in catalogo nel progetto <span class=\"testoscuro\">Software Art Space<\/span> costa una cifra esattamente pari a 150 Euro.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag26\/articoli\/img\/newmedia_mk04.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Ora, si potrebbe come sempre discutere su &#8220;chi decide&#8221; quali artisti guadagnano il riconoscimento ufficiale da parte dei critici e dei curatori internazionali &#8220;che contano&#8221;: Con tutto il rispetto per i pionieri chiamati all&#8217;interno di <span class=\"testoscuro\">Software Art Space<\/span>, alcuni dei quali conosco di persona e stimo a livello professionale e umano, alcuni progetti sono proprio mediamente scarsi, conoscendo la qualit\u00e0 dei lavori in circolazione e il valore degli artisti stessi. Il livello delle opere proposte mi fa riflettere anche sulla scelta curatoriale o quanto meno sul rapporto artista-gallerista, distante economicamente e culturalmente dall&#8217; oceano di artisti digitali e software artists che quotidianamente lavorano cercando il giusto compromesso tra arte, tecnologia, sperimentazione e comunicazione. Questa generazione di artisti alimenta e rende vivo il circuito underground. E&#8217; questo il campo nel quale si fa oggi la vera sperimentazione, l&#8217;anima vitale e portante dell&#8217;arte elettronica a discapito di qualsiasi tentativo spasmodico di una sua &#8220;ufficializzazione&#8221; e &#8220;riconoscimento&#8221;.<\/p>\n<p>Altra cosa che francamente sorprende \u00e8 la scelta del &#8220;costo&#8221; commerciale dell&#8217;opera. 150 Euro non sono niente al giorno d&#8217;oggi nel ricco e consumista mondo occidentale; quale nobile valore viene quindi mai dato all&#8217;opera digitale in questione? E&#8217; da anni che una certa parte di coloro che lavorano nel circuito dell&#8217;arte contemporanea cerca un compromesso e un dialogo tra questo mondo e quello dell&#8217;arte elettronica di generazione underground. O viceversa. A questo scopo si decide di mutuare una delle pratiche basilari del mercato dell&#8217;arte e di applicarle alla sperimentazione digitale: si stabilisce il prezzo di un&#8217;opera e il valore culturale di un artista viene tradotto in valore monetario .<\/p>\n<p>Il dubbio fondamentale su un&#8217;operazione del genere \u00e8 per\u00f2: far entrare la software art nei circuiti dell&#8217;arte mainstream significa necessariamente tradurre in cifre e quotazioni il lavoro dei suoi artisti, a discapito dell&#8217;identit\u00e0 di questa forma d&#8217;arte? L&#8217;equivalenza opera=denaro \u00e8 davvero un procedimento al quale non si pu\u00f2 rinunciare nell&#8217;avvicinare la software art (come altre forme di arte elettronica naturalmente) al grande pubblico?<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag26\/articoli\/img\/newmedia_mk05.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Ma dando anche per scontato che questo sia un procedimento irrinunciabile e che il grande pubblico drizzi le antenne solo davanti a un&#8217;opera che abbia un prezzo, ci si chiede: come mai i lavori potenzialmente migliori dei pi\u00f9 conosciuti artisti a livello internazionale di una delle branchie pi\u00f9 attive dell&#8217;arte digitale, vengono valutati a cifre assolutamente irrisorie? Mi sembra che l&#8217;operazione di Sacks dovesse e potesse avere ben altre prospettive e ambizioni. O forse, mi deve nascere il sospetto che produrre 5000 pezzi di un&#8217;opera e venderla a 150 Euro, per 10 opere presenti, costituisca una mera forma di guadagno a discapito di un discorso molto pi\u00f9 ampio e generale che riguarda la commercializzazione, l&#8217;esposizione, la diffusione e la conseguente sopravvivenza di artisti, curatori e professionisti che lavorando nel mondo della new media art oggi, senza grandi disponibilit\u00e0 economiche, per usare un eufemismo?<\/p>\n<p>Stabilire un prezzo di 150 euro per opere che dovrebbero permettere l&#8217;ingresso della software art all&#8217;interno di un circuito, quello del mercato dell&#8217;arte e delle gallerie, abituato a ben altre cifre, non mi sembra proponga al grande pubblico una percezione delle opere come esempi rappresentivi e selezionati di un processo culturale in atto, quello della creazione digitale nel campo dell&#8217;arte contemporanea. Il rischio probabile \u00e8 che il mercante d&#8217;arte o il gallerista che decideranno di acquistare una delle opere proposte da <span class=\"testoscuro\">Software Art Space<\/span>, non avr\u00e0 la sensazione di aver acquistato un lavoro rappresentativo di un settore dell&#8217;arte contemporanea, software art, bens\u00ec un buon prodotto (forse) ad un prezzo conveniente.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag26\/articoli\/img\/newmedia_mk06.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Si tratta di una mera legge di mercato: un prezzo mediocre come quello proposto da <span class=\"testoscuro\">Steven Sacks<\/span> non rappresenta una quotazione e quindi non si inserisce nel mercato dell&#8217;arte contemporanea, non attribuisce ai lavori l&#8217;identit\u00e0 di opera d&#8217;arte, bens\u00ec di prodotto di consumo. L&#8217;operazione di Sacks risulta estremamente ambigua: se da una parte il fatto stesso di dare un prezzo pone una distanza tra <span class=\"testoscuro\">Software Art Space<\/span> e i circuiti underground, allo stesso tempo il valore economico attribuito alle opere non \u00e8 sufficiente a decretarne l&#8217;ingresso nel mondo dell&#8217;arte contemporanea. Se il processo di attribuzione di valore culturale non sembra riuscito, o comunque poco leggibile, rimane il dato oggettivo: ogni opera \u00e8 un prodotto in vendita su un sito, da comprare e consumare sul vostro pc.<\/p>\n<p>Chiaramente \u00e8 immediato pensare che molti altri software artists a livello internazionale si lasceranno affascinare dal progetto di Sacks, che la chimera del guadagno su larga scala \u00e8 ben chiara e luminosa, soprattutto per una generazione di pionieri che ha fatto precise scelte anche economiche nella propria vita, affidandosi a una forma d&#8217;arte e di comunicazione che si sta affermando proprio in questi anni e all&#8217;interno di un contesto senza un mercato e una distribuzione strutturata. E da questo punto di vista, capisco e accetto il progetto Software Art Space di Steven Sacks.<\/p>\n<p>Dall&#8217;altro mi chiedo quale futuro possa avere un&#8217;operazione di questo tipo, quale senso possa assumere nel contesto pi\u00f9 ampio della distribuzione e commercializzazione della new media art, quale il suo valore culturale.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag26\/articoli\/img\/newmedia_mk07.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Pongo a me stesso queste domande avendo forse gi\u00e0 una risposta, pongo a chi \u00e8 arrivato fino a qui a leggere gli stessi quesiti. Mi chiedo cosa ne pensano le centinaia di artisti che lavorano con il codice in tutto il mondo, che sperimentano, che si sporcano le mani, che tentano di capire come fare della loro arte una fonte di vita e di minimo guadagno. Mi pongo queste domande e spero con tutto il cuore che qualcuno abbia delle risposte per me. Forse lo stesso <span class=\"testoscuro\">Steven Sacks<\/span>, mi riprometto di contattarlo. Ma risposte so che non ce ne sono, solo opinioni diverse e differenti territori artistici e professionali, differenti interessi e modi di vedere le cose.<\/p>\n<p>Per\u00f2 forse vale sempre la pena aprire gli occhi e dare spazio al dubbio, rimanendo aperti e solleciti a un cambio di opinione\u0085o alla sua estrema radicalizzazione.<\/p>\n<hr \/>\n<p><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/www.softwareartspace.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">www.softwareartspace.com<\/a><\/p>\n<\/div>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C&#8217;\u008f da scommetterci. 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Non appena si diffonder\u0088 la voce, attraverso i consueti canali tipo mailing lists di riferimento, passaparola, festival internazionali, interviste da parte del critico e curatore d'arte prezzolato di turno, infinite saranno le lodi che si sprecheranno per Software Art Space (www.softwareartspace.com), seconda operazione (ma esistente gi\u0088 da almeno un anno e mezzo) del furbissimo Steven Sacks, fondatore della fantomatica galleria Bitforms di concezione digitale ma con (micro) sede fisica e concreta a New York.[:]","og_url":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-026\/software-art-space-software-art\/","og_site_name":"Digicult | Digital Art, Design and Culture","article_author":"https:\/\/www.facebook.com\/marcomancuso.digicult","article_published_time":"2007-07-02T10:00:00+00:00","article_modified_time":"2020-10-25T08:30:35+00:00","og_image":[{"width":280,"height":210,"url":"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/2007\/07\/newmedia_mk01.jpg","type":"image\/jpeg"}],"author":"Marco Mancuso","twitter_misc":{"Scritto da":"Marco Mancuso","Tempo di lettura stimato":"15 minuti"},"schema":{"@context":"https:\/\/schema.org","@graph":[{"@type":"WebPage","@id":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-026\/software-art-space-software-art\/","url":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-026\/software-art-space-software-art\/","name":"Software Art Space. 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