{"id":10203,"date":"2007-05-31T12:00:00","date_gmt":"2007-05-31T12:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-025\/italiano-le-prime-rose-di-bruce-nauman\/"},"modified":"2016-05-02T11:30:09","modified_gmt":"2016-05-02T09:30:09","slug":"italiano-le-prime-rose-di-bruce-nauman","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-025\/italiano-le-prime-rose-di-bruce-nauman\/","title":{"rendered":"Le Prime Rose Di Bruce Nauman"},"content":{"rendered":"<p><\/p>\n<p align=\"justify\">Il <em>New York Times <\/em>ha recentemente scritto: &#8220;Pioniere della video arte e della performance post-minimalista e scultore dalla versatilit\u00e0 apparentemente illimitata, Nauman \u00e8 famoso e ammirato in modo controverso fin dalla prima entrata in scena [\u0085] e il suo lavoro esplica da sempre un&#8217;importante influenza sull&#8217;arte contemporanea.&#8221;<\/p>\n<p align=\"justify\">I riconoscimenti si sprecano quando si parla di lui, <span class=\"testoscuro\">Bruce Nauman <\/span>, l&#8217;artista vivente per eccellenza, nato il 6 dicembre 1941 a Fort Wayne in Indiana, e subito incontrastato fulcro centrale delle prime luci elettroniche, quando la sperimentazione aveva ancora fame e i vari Wolf Vostel, Nam June Paik, Allan Kaprow o Giaccari andavano a braccetto fra circuiti chiusi, portapak e nuovi broadcast.<\/p>\n<p align=\"justify\"><span class=\"testoscuro\">Una rosa non ha denti: Bruce Nauman negli anni Sessanta<\/span>, mostra unica nel suo genere che \u00e8 stata inaugurata il <span class=\"testoscuro\">22 maggio al Museo d&#8217;arte contemporanea del Castello di Rivoli <\/span>e che chiuder\u00e0 i battenti il 9 settembre, ci proietta nella pi\u00f9 completa retrospettiva dedicata agli esordi dell&#8217;artista, con opere mai viste prima in Italia, spesso connotate da una valenza postdadaista, sulle traccie di <span class=\"testoscuro\">Duchamp e Man Ray <\/span>. &#8220;Il suo primo lavoro che adotta il linguaggio verbale &#8211; spiega la curatrice della mostra Constance M. Lewallen &#8211; ispirato alla lettura delle Investigazioni filosofiche di Ludwig Wittgenstein &#8211; \u00e8 una targa di piombo cilindrica che doveva essere esposta all&#8217;aperto, a contatto col tronco di un albero il quale poi crescendo l&#8217;avrebbe via via avvolta con la corteccia&#8221;.<\/p>\n<table width=\"100%\" border=\"3\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag25\/articoli\/img\/performing_massimoschiavoni01.jpg\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Non \u00e8 un caso che Nauman abbia partecipato alla mostra alla<span class=\"testoscuro\"> Leo Castelli Gallery a New York<\/span> nel 1969 dove espose l&#8217;ormai celebre <em>Video Corridors <\/em> e alla &#8220;conceptual art arte povera land art&#8221; svoltasi presso la <span class=\"testoscuro\">Galleria civica d&#8217;Arte Moderna di Torino nel 1970 a cura di Germano Celant<\/span>. Gli inizi sono questi, arte povera e concettuale, che ben presto lascia superando il formalismo dominante della Pop Art e del Minimalismo; si dedica alla sperimentazione con la scultura e la performance e collabora con <span class=\"testoscuro\">William Allan e Robert Nelson<\/span> a progetti di film. Nauman poi sar\u00e0 invitato a tutte le pi\u00f9 significative esposizioni di anti-form e arte concettuale come <span class=\"testoscuro\"><em>Eccentric Abstraction <\/em> (1966), <em>Prospect 68 <\/em> (1968), <em>When Attitudes Become Form <\/em> (1969), e <em>9 at Castelli <\/em>(1969<\/span>). La conferma del successo internazionale si ha nel 1972 quando il <span class=\"testoscuro\">Los Angeles County Museum of Art di Los Angeles e il Whitney Museum of American Art di New York <\/span>gli dedicano una personale, la prima organizzata da musei, che viene presentata in diverse sedi negli USA e in Europa.<\/p>\n<p align=\"justify\">La mostra rievoca gli anni trascorsi da Nauman nella zona della Baia di San Francisco, ed espone pi\u00f9 di 100 opere fra disegni, fotografie, film, video, installazioni performative e libri d&#8217;artista. In questi anni l&#8217;artista spesso usa ironia e gioco di parole, partecipazione e reazione del pubblico, iniziando plasmando creta e poliestere, calchi e sculture con tubi al neon arrivando alle prime videoinstallazioni e performance fruibili. Proprio i videoambienti, come <em>Video Corridors <\/em> del 1970 nati per stimolare reazioni sensoriali nel visitatore e fagli prendere coscienza in modo inedito della propria identit\u00e0 fisica e della realt\u00e0 circostante, sono le opere conclusive di questo percorso ma da dove rinascer\u00e0 una nuova percezione dell&#8217;arte negli anni settanta. In queste opere dove lo schermo-specchio si trasforma nel catalizzatore di un&#8217;esperienza sconcertante attraverso il circuito chiuso, il fruitore non riconosce pi\u00f9 la sua immagine ma quella dell&#8217;altro, un&#8217;immagine di se stesso che non ha mai sperimentato in natura, e per questo la simula secondo una logica televisiva. Da qui i lavori di Dan Graham e Peter Campus, di Giaccari o Grifi. &#8220;Innestato nel circolo chiuso del ready-made, il video libera e rivitalizza le tecniche espressive dell&#8217;happening, della performance, dell&#8217;environment. Basti pensare a quanto Paik stesso fece con Charlotte Moorman [\u0085] in cui musica e desiderio, tecnologia e corpo, video e violoncello, intrecciandosi e rilanciandosi reciprocamente, comunicavano messaggi molto pi\u00f9 che visivi, molto pi\u00f9 che metaforici. [\u0085] Pi\u00f9 che dalle forme, Nauman \u00e8 colpito dalle propriet\u00e0 degli oggetti, dalle funzioni della lingua [\u0085] cio\u00e8 il suo interesse \u00e8 tutto per il dispositivo.&#8221; (L.Valeriani, 1999)<\/p>\n<table width=\"100%\" border=\"3\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag25\/articoli\/img\/performing_massimoschiavoni02.jpg\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Ricordiamo ora <em>Beckett Walk <\/em> o <em>Slow Angle Walk <\/em> del 1968, un&#8217;opera video-performativa che mostra il dispositivo video nella duplice funzione di processo e immagine spazializzata. In <em>Beckett walk <\/em> una telecamera fissa collegata a un monitor per ciascun lato di uno spazio architettonico quadrato che si sviluppa in altezza, riprende dall&#8217;alto la persona che ne percorre il perimetro. I suoi movimenti non sono naturali: Nauman realizza una sorta di happening o performance mediatica ripetitiva, a loop: il performer con le mani dietro la schiena alza una gamba a 45 gradi e la lascia poi ricadere a terra con grande rumore. Comportamenti bizzarri, rovesciamenti del corpo che vengono ritagliati nella scatola del monitor e che contrastano con quel geometrico percorso obbligato che regolamenta il suo tracciato nello spazio. &#8220;Non \u00e8 gratuito il riferimento a Beckett, che \u00e8 stato un incontro importante per Nauman, perch\u00e9 in entrambi il linguaggio \u00e8 un elemento che trova in se stesso il proprio fondamento, non sta al posto di&#8230;, non \u00e8 uno strumento espressivo legato alla dimensione soggettiva e intersoggettiva di locutori e perlocutori&#8221; (V. Valentini, <em>Corridoi, labirinti, soglie: come mettere in gioco lo spettatore <\/em>, in <em>Dal vivo <\/em>, 1996)<\/p>\n<p align=\"justify\">In <em> Art Make-up <\/em>, quattro proiezioni su altrettante pareti registrano l&#8217;azione dell&#8217;artista che si colora il corpo; ecco una delle prime videoinstallazioni spaziali. \u00c8 una stanzina tutta bianca dove risuona in modo ossessivo questa frase: &#8220;Esci dalla mia mente. Esci da questa stanza&#8221;. Tra i lavori con scritte al neon vanno segnalati almeno il gioco alternato delle parole <em>War\/Raw <\/em> (guerra rozza), di forte contenuto politico, e la famosa dichiarazione che si sviluppa a spirale, ironica e profetica, <em>&#8220;Il vero artista aiuta il mondo rivelando verit\u00e0 mistiche&#8221; <\/em>. Nauman decostruisce il linguaggio, svelandone le fragilit\u00e0. Lo spettatore \u00e8 sollecitato a reagire alle sollecitazioni ambientali create dall&#8217;artista, attratto dalle potenzialit\u00e0 del corpo nella societ\u00e0 tecnologica: &#8220;L&#8217;opera di Nauman \u0096 infatti \u0096 non \u00e8 fatta per essere contemplata o per emozionare, ma per agire come uno strumento di comunicazione, un medium che crea contatto mentale e simbolico tra artista e pubblico, anzi tra soggetto e soggetto, tra io e tu&#8221;. (Eduardo Cicelyn)<\/p>\n<table width=\"100%\" border=\"3\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag25\/articoli\/img\/performing_massimoschiavoni04.jpg\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Sono gli anni della rivoluzione tecnologica, presa da Nauman al balzo se vogliamo, e rimodellata secondo prospettive inusuali per l&#8217;attenzione del periodo, video e scultura in un&#8217;unica sembianza, installazione ed happening in tutt&#8217;uno; e l&#8217;accento \u00e8 posto sulla &#8220;registrazione&#8221; in diretta anche di fenomeni performativi. Cosi la differita sar\u00e0 un&#8217;alleata da maneggiare con cura anche per <span class=\"testoscuro\">Otto Piene, Allan Kaprow o Stephen Beck <\/span>. Cos\u00ec come per <span class=\"testoscuro\">Adrian Piper <\/span> in <span class=\"testoscuro\">Catalysis III <\/span>del 1970; l&#8217;artista \u00a0 crede che l&#8217;oggeto artistico \u00admateriale o concettuale &#8211; nel suo asunto di separazione e stailit\u00e0 non possa pi\u00f9 entrare in relazione con l&#8217;inquietudine sociale. Realizza alcune performance che cercano di smembrare la loro relazione con il quotidiano. In <em>Catalysis III <\/em> dipinge i propri vestiti con una pittura bianca, e indossa una targa con scritto &#8220;vernice fresca&#8221;, cammina per strade affollate e fa acquisti, una paio di guanti e degli occhiali da sole. \u00a0 <span class=\"testoscuro\">Yoko Ono in Cut piece <\/span>, del 1964 stava seduta impassibile sul palco mentre alcune persone dal pubblico erano invitate a tagliare dei pezzi dal suo vestito, fino a rimanere quasi nuda; <span class=\"testoscuro\">Gino de Dominicis <\/span>quando nel 1969 gettando sassi nell&#8217;acqua cercava di fare quadrati anzich\u00e9 cerchi. \u00a0<\/p>\n<p align=\"justify\">E ci sarebbero in primis anche i vari <strong class=\"testoscuro\">Isamu Noguchi, Alex Hay, Rauschenberg e Yvonne Rainer <\/strong> i quali verso la met\u00e0 degli anni sessanta sposarono la teatralit\u00e0 performativa ottenendo una &#8220;separazione tra oggetto scultoreo da una parte e i pregiudizi che lo spettatore poteva ancora nutrire sul proprio sapere dell&#8217;oggetto e di se stesso dall&#8217;altra. [&#8230;] L&#8217;essenziale era di cogliere che il tipo di teatralit\u00e0 che si trova in Nauman \u00e8 alla base delle questioni sollevate dal loro lavoro scultoreo. [&#8230;] Fried affermava che la teatralit\u00e0 rovina necessariamente la scultura, che confonde il suo essere specifico, che mina l&#8217;idea stessa di un significato propriamente scultoreo&#8230;[&#8230;]\n<table width=\"100%\" border=\"3\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag25\/articoli\/img\/performing_massimoschiavoni05.jpg\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">La scultura di cui sto parlando si nutre al contrario della convinzione che ci\u00f2 che era non basta pi\u00f9, perch\u00e8 poggiava su un mito idealista. Cercando di scoprire ci\u00f2 che \u00e8, o almeno cosa pu\u00f2 essere, la scultura si \u00e8 servita del teatro e in particolare del suo rapporto con il contesto dello spettatore come di uno strumento per distruggere, indagare e ricostruire.&#8221; ( Rosalind Krauss, 2000)<\/p>\n<p><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il New York Times ha recentemente scritto: &#8216;Pioniere della video arte e della performance post-minimalista e scultore dalla versatilit\u0088 apparentemente illimitata, Nauman \u008f famoso e ammirato in modo controverso fin dalla prima entrata in scena [] e il suo lavoro esplica da sempre un&#8217;importante influenza sull&#8217;arte contemporanea.&#8217;<\/p>\n","protected":false},"author":131,"featured_media":29130,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[239,178],"tags":[63],"class_list":["post-10203","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-articles","category-issue-025","tag-performing-art"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v22.4 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Le Prime Rose Di Bruce Nauman &#8226; 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