{"id":10004,"date":"2006-06-01T12:00:00","date_gmt":"2006-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.digicult.it\/digimag\/issue-015\/collaboration-paradox\/"},"modified":"2020-10-21T14:45:57","modified_gmt":"2020-10-21T13:45:57","slug":"collaboration-paradox","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/digicult.it\/it\/digimag\/issue-015\/collaboration-paradox\/","title":{"rendered":"Il Paradosso Della Collaborazione"},"content":{"rendered":"<span class=\"cb-itemprop\" itemprop=\"reviewBody\">\n<p align=\"justify\">La collaborazione costituisce una delle pratiche scientifiche pi\u00f9 consolidate. I motivi per cui si collabora nella ricerca scientifica sono da individuare nella sempre crescente specializzazione dei saperi, nella complessit\u00e0 dei problemi d&#8217;indagine, nella crescita dei costi degli apparati tecnologici, ma in un circolo virtuoso sul quale spesso non riflettiamo, la teoria della collaborazione presuppone che grazie all&#8217;abbattimento dei costi di ricerca si stimoli ulteriormente la collaborazione, arrivando a superare barriere politiche e finanziarie a favore della circolazione dei saperi.<\/p>\n<p align=\"justify\">A proposito di quest&#8217;ultimo punto \u00e8 interessante osservare i risultati di uno studio dell&#8217;anno scorso condotto da alcuni studiosi della <span class=\"testo_iframebold\">Lousiana State University di Baton Rouge<\/span>. Nel paper <span class=\"testo_iframebold\">Collaboration Paradox: Scientific Productivity, the Internet, and Problems of Research in Developing Areas<\/span>, apparso su <span class=\"testo_iframebold\">Social Studies of Science (October 2005)<\/span>, Ricardo B. Duque, Marcus Ynalvez, R. Sooryamoorthy, Paul Mbatia, Dan-Bright S. Dzorgbo e Wesley Shrum riflettono su due pratiche che possiamo definire assiomi delle moderne scienze della comunicazione:<\/p>\n<p align=\"justify\">1 &#8211; la collaborazione scientifica \u00e8 direttamente associata alla produttivit\u00e0?<\/p>\n<p align=\"justify\">2 \u0096 l&#8217;utilizzo di Internet (in particolar modo le email) comportano una riduzione dei problemi di collaborazione?<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag15\/articoli\/img\/ia_gigighezzi04.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Gli autori citano due ricerche simili svolte precedentemente (Lee, Bozeman (2005) &#8216;The Impact of Research Collaboration on Scientific Productivity&#8217;, <em>Social Studies of Science <\/em>35(5): 673\u0096702 e Walsh, Maloney (2003) &#8216;Problems in Scientific Collaboration: Does Email Hinder or Help?&#8217;, manoscritto non pubblicato, University of Chicago) che confermano, quasi inequivocabilmente gli assunti; ma c&#8217;\u00e8 un importante fattore da tenere in considerazione, ovvero che le due ricerche si riferiscono a gruppi collaborativi negli Stati Uniti. Gli studiosi della Lousiana, con un approccio comparatista, si sono invece rivolti a gruppi di ricerca di paesi in via di sviluppo; il campione \u00e8 molto composito e va dalle universit\u00e0 ai gruppi di ricerca privati e <span class=\"testo_iframebold\">ONG del Ghana, del Kenya e di Kerala per l&#8217;India.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Perch\u00e9 i paesi in via di sviluppo? La risposta \u00e8 molto semplice: bisogna verificare sistematicamente (quindi non solo nelle democrazie finanziariamente pi\u00f9 ricche) se le nuove possibilit\u00e0 di comunicazione offrono possibilit\u00e0 di collaborazione e interazione tra paesi diversi, poich\u00e9 sono proprio queste tecnologie che si presentano come adatte ad abbattere barriere geografiche, temporali e spesso politiche.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag15\/articoli\/img\/ia_gigighezzi02.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Lo studio si \u00e8 svolto dal 2000 al 2002, ha coinvolto circa 918 scienziati, principalmente nelle capitali di <span class=\"testo_iframebold\">Nairobi, Accra, Thiruvananthapuram<\/span> (la formazione scientifica era prevalentemente agraria, per il 31% dei casi, bioscientifica per il 28%, di ingegneria e tecnologie dell&#8217;informazione per il 16%, chimica e fisica per il 9%, di geologia per il 7% e scienze sociali per l&#8217;8%. Un 1% \u00e8 stato lasciato aperto).<\/p>\n<p align=\"justify\">I ricercatori hanno utilizzato diversi metodi d&#8217;indagine: dall&#8217;intervista faccia-a-faccia all&#8217;analisi dei programmi e campioni scientifici. Per verificare i meccanismi di composizione dei gruppi, hanno inoltre verificato gli strumenti di selezione ed esclusione dei componenti. Una grande difficolt\u00e0 dell&#8217;indagine si \u00e8 rivelata la messa a punto del metodo di misurazione della produttivit\u00e0 scientifica. I ricercatori hanno deciso di accantonare i classici metodi bibliometrici (un metodo quantitativo standard del mondo scientifico che comprende, ad esempio, la citation analysis) perch\u00e9 riflettono la predominanza dei paesi pi\u00f9 sviluppati. Hanno utilizzato come principale indicatore di produttivit\u00e0 le pubblicazioni nei giornali nazionali e in quelli stranieri degli ultimi 5 anni, sia verificati, sia dichiarati dagli stessi autori (per tenere in considerazione anche la divergenza tra produttivit\u00e0 effettiva e autodichiarata). La produttivit\u00e0 \u00e8 stata misurata in due direzioni: intra e interorganizzativa.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag15\/articoli\/img\/ia_gigighezzi05.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">La misurazione intraorganizzativa comporta la mappatura dei rapporti stabili e frequenti tra le persone all&#8217;interno dell&#8217;organizzazione, quella interorganizzati tra diversi gruppi all&#8217;esterno, con la richiesta di una scala di misurazione per la frequenza collaborativa. I dati raccolti sono poi stati rielaborati con variabili geografiche, demografiche, biografiche (sesso, et\u00e0, stato civile, grado d&#8217;istruzione).<\/p>\n<p align=\"justify\">Tra i tanti risultati emersi dall&#8217;indagine \u00e8 particolarmente degno di nota il fatto che i keniani hanno il pi\u00f9 basso livello di produttivit\u00e0, ma il maggiore di collaborazione a livello nazionale e regionale. Pu\u00f2 apparire una ovviet\u00e0, ma la collaborazione \u00e8 pi\u00f9 difficoltosa e costosa in alcune regioni in via di sviluppo. In molti casi viene sovvertito l&#8217;argomento principale a favore della collaborazione, ovvero che i costi della coordinazione risultino minori rispetto ai benefici prodotti dalla coordinazione delle forze intellettuali. Le difficolt\u00e0 di comunicazione sono infatti molto pi\u00f9 grandi per gli scienziati del Terzo Mondo (e non parliamo dei risultati) e comprendono gli sforzi nel contattare i colleghi, nel coordinare i passi dei programmi, nel trasmettere aggiornamenti e soprattutto nel mantenimento della sicurezza delle informazioni.<\/p>\n<table border=\"3\" width=\"100%\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\" width=\"280\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/digicult.it\/wp-content\/uploads\/archivio\/digimag15\/articoli\/img\/ia_gigighezzi06.jpg\" alt=\"\" width=\"280\" height=\"210\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-size: xx-small; color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">Se passiamo al secondo quesito, le possibilit\u00e0 di riduzione dei problemi di collaborazione che offre Internet, il mezzo risulta essere molto gradito e utilizzato, ma comunque diffuso in modo disomogeneo (86% in India, 65% in Ghana, 51% Kenya). Da un punto di vista pragmatico (potremmo definirlo &#8220;etnografico&#8221;) i comportamenti in atto denotano come nei paesi in via di sviluppo rimangono dei pesanti problemi del contesto locale che Internet e la collaborazione non possono superare: la povert\u00e0, la corruzione, le obbligazioni famigliari, il clientelismo.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ci\u00f2 che appare come un&#8217;ovviet\u00e0 \u00e8 invece il primo enorme passo da compiere prima di delineare qualsiasi futuro scenario tecnoscientifico: differenziare le politiche di promozione della comunicazione, comprendendo il pi\u00f9 possibile le relazioni ambientali. Insomma, ancora una volta, smetterla di applicare una rozza concezione neoliberista di autoregolamentazione del sistema comunicativo; non promuovere le nuove tecnologie per una cieca fede nei risultati ottenuti dalle nazioni pi\u00f9 avanzate tecnologicamente.<\/p>\n<p align=\"justify\">Se Latour sottolineava l&#8217;impossibilit\u00e0 di separare la tecnoscienza dalla societ\u00e0 perch\u00e9 \u00e8 una separazione frutto di natura e cultura, smettiamola di separare la comunicazione dalle pratiche che costituiscono la realt\u00e0 ambientale, anche nell&#8217;ambito della ricerca scientifica.<\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"justify\"><a class=\"testoscuro\" href=\"http:\/\/worldsci.net\/paradox.pdf%20\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/worldsci.net\/ paradox .pdf<\/a><\/p>\n\n<\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La collaborazione costituisce una delle pratiche scientifiche pi\u009d consolidate. 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