Forse avrai già sentito parlare di mining con riferimento alla criptovalute. Ma sai esattamente cosa serve per minare crypto? Ovvero sai come funziona il sistema e quale tecnologia è necessaria?

Proviamo a rispondere a queste domande entrando nel merito dell’argomento e cominciando con un breve ripasso dei concetti di base.

Cosa vuol dire estrarre bitcoin?

Il mining bitcoin è l’attività che consente ai miners (minatori) di aggiungere blocchi digitali alla blockchain, al fine di certificare la transazione di dati relativi a pagamenti ed estrazione (emissione) di criptovalute.

La blockchain è in pratica una sorta di libro mastro nella quale ogni minatore appone una firma digitale per la certificazione di garanzia. Per farlo serve una grande potenza di calcolo in grado di risolvere i problemi dell’algoritmo alla base del funzionamento della blockchain.

Tale difficoltà è ciò che permette al sistema di essere sicuro e protetto. Al termine del processo, come premio per avere contribuito alla creazione di un ulteriore blocco della rete, il minatore che ha risolto il problema viene retribuito con bitcoin.

Perché estrarre bitcoin?

L’estrazione di crypto viene considerata da alcuni come un potenziale investimento. Il motivo è semplice: le criptovalute sono diventate mainstream e da settore di nicchia hanno cominciato ad attrarre anche investitori tradizionali (oltre che appassionati di DeFi).

Del resto, il tasso di cambio Bitcoin/Eur (Bitcoin kurs) testimonia l’apprezzamento continuo della prima criptovaluta emessa sul mercato, nonché la più importante per capitalizzazione. Il trend di crescita negli ultimi 5 anni (2017-2022) è stato davvero significativo, tanto che il prezzo di un BTC è passato da circa 3.800 € a circa 19.000 € (con impennate superiori ai 55.000 € per 1 BTC). E c’è chi crede che l’obiettivo dei 100.000 USD per moneta non sia un traguardo irraggiungibile.

Date tali premesse è comprensibile come i ‘minatori domestici’ abbiano cominciato a investire in modo massiccio sulla tecnologia utile e necessaria per il mining di crypto. Non solo Bitcoin, ovviamente, ma anche Ether (ETH), Tether, Dogecoin e via dicendo.

Per chi si dedica a questa attività, però, serve far quadrare i conti fra prospettive di guadagno e costi. Quest’ultimi hanno due voci principali: hardware informatico (ne parliamo sotto) e costi energetici. Senza dubbio l’energia è la spesa operativa più onerosa e anche un discosto di pochi centesimi nel costo per kilowattora (kWh) può inficiare la redditività del mining.

Cosa serve per minare crypto?

Agli inizi degli anni 2000 chi voleva fare mining crypto poteva farlo anche usando attrezzature ‘normali’, come personal computer. Poi, via via che il numero dei miners è aumentato, per mantenere la sicurezza al massimo livello, si è alzata anche la difficoltà di estrazione.

Il tempo di estrazione di un blocco, infatti, non è direttamente proporzionale al numero dei minatori, ma è tenuto sui 10 minuti di media per far sì che la blockchain abbia il medesimo standard di controllo e di verifica.

Da ciò risulta chiaro che, come soluzione per un algoritmo sempre più complesso, serve una maggiore potenza di elaborazione del calcolo. Motivo per cui i normali personal computer sono presto diventati obsoleti. Per fare fronte a tale mutato scenario i miners si dotano ormai delle schede grafiche più potenti sul mercato e si associano in mining pool per abbattere i costi. Vero è che un investimento iniziale in computer e chip specialistici sono diventati indispensabili per estrarre crypto in modo competitivo. In particolare, l’hardware per il mining deve avere elevate capacità di elaborazione grafica (GPU) se non addirittura un circuito integrato dedicato (ASIC).