Visual Editions è una casa editrice con sede a Londra, fondata nel 2010. É diretta da Anna Gerber e Britt Iversen, le due co-fondatrici, che si concentrano sulla narrazione visiva e pubblicano libri in formato cartaceo e digitale basati sull’idea di “scrittura visiva”, attraverso la quale il materiale narrativo è presentato visivamente e la normale esperienza di lettura viene quindi messa alla prova.

Le due direttrici non sono book designer: anche se collaborano con gli artisti e i designer per realizzare i progetti, il loro ruolo si limita alla pubblicazione dei libri.

Fra i più importanti titoli del loro catalogo, possiamo inlcudere: Tree of Codes (2010) di J. S. Foer, un perfetto esempio di come si possa “scolpire” un libro nella carta; Where You Are (2013), un libro composto da 16 mappe create da diversi scrittori, pensatori e artisti; The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman (2010), di L. Sterne; Composition No. 1 (2011) di M. Saporta, una scatola di pagine mobili, che include anche un’app per iPad.

Il comune denominatore di tutti questi lavori è “una scrittura che usa l’elemento visivo come chiave della narrazione” ed è principalmente questo che Visual Editions realizza con i suoi libri e le sue applicazioni. Come le fondatrici stesse affermano, sta tutto nel “realizzare Great Looking Stories” attraverso elementi visivi applicati ai materiali per la scrittura.

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La testualità visiva al giorno d’oggi viene normalmente associata ai testi digitali, un ipertesto per esempio, ma anche a opere di letteratura elettronica contemporanea; gli elementi visivi sono dati nella maggior parte dei casi dall’utilizzo di strumenti multimediali oppure, sullo schermo, di modelli di testo non lineari.

Alcuni esempi di scrittura visiva però, intesa come testo organizzato visivamente, esistevano già in un’era precedente quella digitale, molto prima degli ipertesti, precisamente agli inizi del ventesimo secolo. Uno dei pionieri in questo senso fu L. Sterne, ma gli esempi storicamente più famosi sono forse James Joyce, Virginia Woolf, J. L. Borges o le avanguardie artistiche, come il Dadaismo, il Futurismo e il Surrealismo. Quello che tutti questi scrittori sperimentali avevano in comune era l’interrogarsi, in fin dei conti, sul problema della scrittura in sé, ossia la relazione tra espressione e contenuto.

In alcuni casi questi esempi letterari  hanno rappresentato delle esperienze pre-digitali, sia che fossero di carta stampata, sia che contenessero già un certo numero di elementi visivi che ci portano a considerarli come un’anticipazione del romanzo ipertestuale o di un modello di testo digitale, una forma testuale non ancora sviluppata che avrebbe potuto esprimere a pieno il potenziale di questi esperimenti stampati.

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Abbiamo affrontato la questione direttamente con il team della Visual Editions, con alcune domande sul loro lavoro e sul loro innovativo approccio all’editoria.

Silvia Bertolotti: Sul vostro sito avete affermato: “Difendiamo libri cartacei e digitali che raccontano storie in modo visivo, creando così esperienze di lettura del tutte nuove. Noi la definiamo scrittura visiva”. Di solito, la possibilità di modellare gli aspetti visivi di un testo, in termini di layout e distribuzione delle parole, interessandone direttamente la linearità, è una caratteristica della scrittura digitale ed elettronica, poiché – per citare Bolter – “ciò che è innaturale nella stampa diventa perfettamente naturale nel mezzo elettronico”[1]. Suppongo che non siate d’accordo, dal momento che anche i libri cartacei possono presentare elementi visivi. Secondo voi, la scrittura visiva può influenzare qualcos’altro oltre all’esperienza di lettura?

Visual Editions: Quando esaminiamo le possibili visuali di un testo, cerchiamo di trovare la miglior piattaforma per la storia. Per noi è la fedeltà al testo a essere veramente importante, qualsiasi sia il formato sul quale lavoriamo, cercando di trarne il meglio. Non si tratta tanto di essere lineari o meno, ma di cosa sia più adatto per la storia e per l’esperienza che il lettore ne ricava. Per scrittura visiva si intende la creazione di un’esperienza visiva da un testo di partenza, quindi l’aspetto visivo costituisce parte integrante di qualsiasi processo di scrittura. Così si crea quella che speriamo sia un’esperienza di lettura giocosa, sorprendente e diversa. Tree of Codes, per esempio, è stato creato da Jonathan Safran Foer, che ha letteralmente tratto una nuova storia dal suo libro preferito, The Street of Crocodiles di Bruno Schulz. Tree of Codes si basa sull’aspetto visivo delle pagine intagliate ma produce una nuova esperienza di lettura. La prima volta che abbiamo pubblicato il libro, abbiamo ricevuto innumerevoli e-mail da clienti che lo adoravano ma che ci chiedevano in continuazione “Come si legge?”. Come preferite!

Silvia Bertolotti: Nella storia della letteratura alcuni autori hanno già superato il confine tra digitale e cartaceo, esplorando nuovi sentieri di scrittura e creando testi sperimentali, stampati in modo tradizionale. In alcuni casi, gli strumenti digitali hanno incentivato e reso più veloce un cambiamento nel processo di lettura e di scrittura preesistente. Infatti, alcuni scrittori avevano già prodotto dei lavori che anticipavano l’idea di testo ipertestuale o digitale, grazie alla presenza di caratteristiche strutturali quali la moltiplicazione dei punti di vista, le strategie di narrazione non-lineari e l’uso di testi non sequenziali. Questi precursori mostrano come la svolta digitale della testualità non dipenda solo dall’utilizzo di differenti materiali di supporto (basati sulla tecnologia), ma anche da un cambiamento interno del processo di scrittura in sé. Penso sia questo il caso dei progetti che pubblicate. Secondo voi, cos’hanno in comune tutti questi scrittori sperimentali e, di conseguenza, quali nuove sfide dovranno affrontare i libri cartacei nell’era digitale?

Visual Editions: Ogni esperienza di lettura che creiamo non è qualcosa di apparente, deriva dalla scrittura ed è inclusa nel testo. Non pensiamo che siano solo strumenti, esattamente come non facciamo tutto questo solo per il gusto di sperimentare. Si tratta più di scoprire nuovi tipi di esperienze. Composition No. 1, per esempio, gioca con questa idea di esperienze di lettura modificate. Oltre alla pubblicazione del libro, abbiamo organizzato un evento di lettura pubblica al Victoria and Albert Museum, dando così la possibilità ai lettori di relazionarsi col testo e di trasformare queste diverse esperienze in un momento di incontro. Sia eventi simili sia l’applicazione, che permette ai lettori di fare esperienza del libro anche in digitale – dove vive in continua riproduzione casuale – ne costituiscono un mezzo di diffusione.

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Silvia Bertolotti: Avete anche affermato: “Crediamo che spesso si venga a creare un divario notevole tra i libri d’élite, perfettamente curati nel dettaglio, che costano persino oltre le 100 sterline a copia, e i tascabili molto più a buon mercato venduti in aeroporto. Perciò stiamo cercando di eliminare questi due eccessi realizzando dei libri con una scrittura visiva spettacolare, qualcosa di grandioso”. Se posso aggiungere, a mio parere, la vostra attività rappresenta un’assoluta innovazione anche all’interno dei nuovi scenari dell’editoria digitale, che in effetti al momento si limitano a proporre schemi e modelli datati. Come casa editrice, che collocazione avete in tale contesto?

Visual Editions:Il nostro interesse è proprio quello di esplorare tutte le possibilità che la tecnologia può offrire, cosa che stiamo facendo tramite un progetto in collaborazione con Google creative lab, dal nome Editions at Play, una nuova piattaforma sulla quale saranno pubblicati esclusivamente libri digitali.

Silvia Bertolotti:Che ruolo ricopre l’interdisciplinarità (mi viene subito in mente il contributo apportato da designer o artisti) per la realizzazione dei vostri libri? E qual è il processo creativo di un testo di Visual Editions?

Visual Editions:Dipende, varia da libro a libro. Il nostro intento è operare sulla natura circolare di un testo incrementando il visivo e viceversa. Spesso ci piace fare da intermediari tra lo scrittore e il designer per far sì che il connubio tra le fasi di lavoro dell’uno e dell’altro possa funzionare al meglio. Da noi gli scrittori non lavorano in modo solitario, proprio perché vogliamo accertarci che nella totalità dell’esperienza della lettura ci sia una stretta connessione tra il testo stesso e gli elementi visivi.

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Silvia Bertolotti:Per quanto riguarda determinati libri, la distanza tra stampa e digitale può essere considerata abbastanza ridotta, poiché alcuni testi cartacei si avvicinano più a testi digitali che ad altri stampati e viceversa. Siete del parere che questo sia il caso dei vostri libri, per i quali non si mette in discussione la componente propriamente materiale, ma solo la presenza di alcune caratteristiche narrative, che risultano sempre più vicine a una tipologia testuale digitale o ipermediatica nonostante il supporto cartaceo?

Visual Editions:Non siamo dell’idea che la carta funga da supporto a un testo, ma qualora venga utilizzata, bisogna trarne il massimo potenziale – come accade anche nel caso in cui dobbiamo trarre il massimo potenziale da un evento o un ambiente narrativo a cui ci stiamo dedicando. E così il medesimo sforzo di analisi e rappresentazione del testo sarebbe necessario per un ambiente digitale.


http://www.visual-editions.com/

[1] Bolter J. D., Lo spazio dello scrivere. Computer, ipertesto e la ri-mediazione della stampa. (Routledge, 1991), 143.