Un insistente brusio, un rumore di fondo, un groviglio di voci che pervade lo spazio e si diffonde fino all’ingresso… Days l’installazione di Bruce Nauman creata nel 2009 per la retrospettiva Bruce Nauman: Topological Gardens alla Biennale di Venezia dello stesso anno i – si introduce in questo modo al visitatore.

È l’ICA – Institute of Contemporary Arts di Londra a ospitare la prima presentazione al pubblico britannico dell’ultimo lavoro sonoro dell’artista statunitense e, come suo solito, lo fa decisamente in grande stile non solo dedicando un’intera stagione della sua eccellente programmazione di proiezioni, talks e performances alle molteplici diramazioni della ricerca sonora nelle arti contemporanee, ma anche realizzando SOUNDWORKS: una mostra collettiva che, allo stesso tempo, è un omaggio all’artista americano, una ricognizione sulla ricerca sonora attuale e una piattaforma web accessibile a un pubblico allargato.

SOUNDWORKSè infatti pensata come un archivio onlineliberamente accessibile e permanente che raccoglie le tracce audio di cento artisti selezionati da molteplici istituzioni internazionali e invitati a rispondere al lavoro di Nauman. Le tracce sono trasmesse nella sala superiore dell’ICA ma è molto più semplice (e interessante) collegarsi al sito http://www.ica.org.uk/projects/soundworks/ e perdersi nei molteplici percorsi di ascolto possibili all’interno della piattaforma. È un’esplorazione a tutto campo, quella dell’ICA, che propone, accanto a nomi celebri e noti come quelli di Cosey Fanni Tutti, David Toop,Liam Gillick, Scanner,Brandon LaBelle o Florian Hecker, anche voci giovani e forse meno conosciute: da Haroon Mirzaa Tris Vonna-Michell, da Jesse Ashall’italiano Alberto Tadiello ii

 

Days, installato nella sala inferiore dell’istituzione londinese, si irradia nell’intero spazio espositivo – nella biglietteria, nella libreria, nel caffè – occupandolo completamente con un vocio diffuso. L’unico appiglio visivo del lavoro di Nauman è costituito da quattordici pannelli, quattordici presenze scultoree bianche e minimali sospese nello spazio e disposte su due file parallele: speakers direzionali che diffondono sette diverse voci intente a recitare all’infinito i nomi dei giorni della settimana (monday, tuesday…) in sequenze impreviste dando origine a un corridoio sonoro cacofonico. Le voci infestano lo spazio con un amalgama sonoro a prima “vista” indecifrabile, un chiacchiericcio indistinto e inafferrabile. Ciascuna voce diviene riconoscibile solo quando il visitatore, addentrandosi all’interno dell’installazione, si trova in asse con due degli speakers. Solo allora entra in gioco la componente semantica del linguaggio che destabilizza ulteriormente l’ascoltatore a causa dei cambiamenti introdotti nell’ordine in cui i nomi dei giorni sono pronunciati. Voci dallo spiccato accento americano, di donne e uomini, giovani e anziani, che articolano questa triviale litania in tonalità, ritmi e pronunce diversificate innescando un cambiamento continuo e progressivo dell’amalgama sonoro. Voci sdoppiate e dislocate che provengono contemporaneamente da due punti diversi nello spazio, intente a celebrare ossessivamente l’inesorabile e banale trascorrere del tempo.

Pur nella scala minore dell’installazione londinese rispetto a quella veneziana, Days rimane un brillante tentativo di demarcazione spaziale attraverso il suono e può essere considerata come un’incarnazione esemplare dell’interesse di Nauman per la relazione fra voce e spazio: un nesso che l’artista esplora sin dagli esordi della sua lunga carriera e che sembra rimanere un nodo centrale nella sua pratica estetica.

Pensiamo, ad esempio, a Get Out of My Mind, Get Out of This Room (1969), un piccolo ambiente completamente vuoto in cui quattro speakers nascosti nelle pareti diffondono la registrazione della voce dell’artista che, incessantemente, ripete la frase del titolo iii. La voce di Nauman che ansima, urla imperiosamente o ringhia con rabbia si rivolge direttamente a noi, il pubblico, ordinandoci o implorandoci di uscire dalla stanza in cui siamo appena entrati e, allo stesso tempo, ci pone in una situazione di disagio per l’impossibilità di localizzare chiaramente la sorgente di questa voce.

Pensiamo, ancora, a Raw Materials (l’indimenticabile installazione site-specific realizzata per la Turbine Hall della Tate Modern nel 2004), composta a partire dalla traduzione sonora di ventidue testi ripresi da lavori precedenti di Nauman originariamente elaborati in una pluralità di media diversi (in forma testuale, in disegni, neon, video o installazioni). Un’installazione-retrospettiva sui generis, un re-enactment e, allo stesso tempo, una riflessione metalinguistica sul proprio lavoro in cui l’artista ripercorre alcune delle sue opere chiave attraverso una transcodifica usando il linguaggio nella sua forma orale per entrare in rapporto dinamico con lo spazio iv.

In Days, così come in Get Out e Raw Materials, il linguaggio viene quindi posto in relazione con lo spazio attraverso la sua materializzazione sonora, la sua incarnazione vocale, attraverso un vero e proprio processo di “spazializzazione” del linguaggio v.

Può forse sembrare paradossale parlare di “materializzazione” a proposito del suono, medium effimero e intangibile per eccellenza, e di “incarnazione” per una voce registrata, irrimediabilmente separata dal corpo che l’ha prodotta. In realtà, in gran parte del lavoro di Nauman, il linguaggio è sempre in relazione con la soggettività e con il contesto. Nel brillante saggio, Please Pay Attention Please: Bruce Nauman Words, Writings and Interviews, Janet Kraynak argomenta efficacemente quanto le espressioni linguistiche di Nauman siano essenzialmente mondane, si pongano in rapporto al mondo invece che al sistema linguistico (e come sia proprio questo aspetto a  differenziarle, ad esempio, dalle pratiche di molti artisti concettuali a lui contemporanei) vi. Allo stesso modo, gli spazi articolati da Nauman vertono essenzialmente sulla relazione fra soggetto e ambiente complicandone e moltiplicandone le possibilità espressive e percettive. Il suono, in questo nesso, è sicuramente un medium privilegiato, come Get Out,Raw Materials e infine Dayssembrerebbero confermare.

 

Il linguaggio, la voce, la deformazione di forme verbali e la ripetizione incessante sono al centro anche di molti dei 100 lavori che compongono SOUNDWORKSe che costituiscono anche una sorta di cassa di risonanza espansa della pratica di Nauman, della sua influenza sulla ricerca artistica attuale, dei molteplici approcci e prospettive possibili sul suo lavoro.

L’uruguayano Alejandro Cesarcointeressato alla ripetizione, alla narrazione e alla traduzione – si registra mentre ripete il proprio nome, letteralmente, “come se fosse pronunciato sulla superficie della luna”. L’estrema dilatazione della pronuncia e la scissione fonetica a cui è sottoposto il nome proprio traducono direttamente in forma orale la celebre firma al neon di Nauman My name as though it were written on the surface of the moon(1968) riproponendo il processo alla base di Raw Materials.

Anche la traccia sonora di Floriano Romano si gioca interamente su un’opera di Nauman, in questo caso Please pay attention please. La frase è sottoposta a un ribaltamento e a un processo di ripetizione e vocalizzazione simile a quello di Get Out: l’imperativo “don’t pay attention” è declinato circolarmente in multiple intonazioni finendo quasi per diventare mero espediente per un esercizio ritmico.

Direttamente collegato alla riflessione sullo scorrere del tempo che è alla base di Days, invece, è 365 di Brandon LaBelle: un diario sonoro registrato nel corso di un anno, nel 1997, ripetendo ogni giorno in luoghi e orari diversi la frase “365 is a significant number”. La reiterazione della stessa frase in contesti e tonalità diverse priva ben presto le parole del loro valore semantico, dando luogo a un’intima ma allo stesso tempo impersonale scansione del tempo e comprimendo la propria esistenza nel corso di un anno nei 24 minuti di durata della traccia sonora.

La ripetizione, in questo caso legata a un marcato interesse per tematiche socio-politiche, è alla base anche di We will be here forever dell’italiana Rossella Biscotti: il re-enactment di una frase del rapper attivista afro-americano KRS-One (Lawrence Krisna Parker) ripetuta fino all’esaurimento del nastro della cassetta. “Do you understand that? We will be here for ever and ever…” ripete la voce, articolando una tensione e una “resistenza passiva” – come dichiara l’artista – basata sulla “presenza fisica nel tempo”.

Mattin gioca invece sul paradosso con My work is entirely my own and contains no third party material: un lavoro che porta avanti la decostruzione della nozione di proprietà intellettuale che è al centro della ricerca dell’artista basco e che, al contempo, pone in questione l’istituzione stessa in cui ha luogo la mostra. Una voce distorta recita alla lettera quella che ha tutta l’aria di essere l’e-mail con cui il direttore dell’ICA lo ha invitato a partecipare al progetto. La registrazione include ogni dettaglio: dalla descrizione di SOUNDWORKS alle procedure per caricare i files sulla piattaforma online, dal compenso proposto agli artisti alle modalità di fatturazione, dagli indirizzi e-mail fino alle informazioni biografiche… Quando il testo arriva a specificare le politiche relative al copyright, richiedendo agli artisti di dichiarare “my work is entirely my own and contains no third party material”, la registrazione si inceppa e la formula è ripetuta in loop, come in un mantra, per più di 10 minuti sui 20 in totale di cui è composta la traccia.

Queste diverse e spesso molto lontane declinazioni di ricerca rappresentano anche una vasta campionatura delle possibilità espressive, concettuali e formali della registrazione sonora. Dopo aver esplorato, negli anni passati, le influenze e le ricorrenze del video, del cinema, delle fanzines o della televisione nelle arti visive contemporanee, l’ICA volge lo sguardo al suono per indagarne le diramazioni nella ricerca artistica attuale. Come recita l’introduzione al programma estivo, “Founded by artists, musicians and composers as a medium that is immersive, accessible, and transformative, sound has become increasingly important to artists and audiences in recent years, pheraps as a compelling variant of more ortodox forms of artistic delivery”.

La “stagione sonora” dell’ICA, infatti, è solo un’ulteriore riconferma del sempre crescente interesse del sistema artistico “ufficiale” nei confronti dell’universo della sonorità. Proprio il 2012 (complice anche il centenario della nascita di John Cage) ha visto una pletora di eventi, festival e mostre: dalla monumentale Sound Art. Sound as Medium of Art allo ZKM-Zentrum für Kunst und Medientechnologie di Karlsruhe a A House Full of Music. Strategies in Music and Art al Mathildenhöhe di Darmstadt. Allo stesso tempo si moltiplicano le pubblicazioni, gli incontri, i dibattiti su queste ricerche fino a qualche anno fa considerate, se non marginali, perlomeno settoriali… Anche l’ICA sceglie di mettere in campo un tassello importante in questo mosaico di studi e ricerche e, per lo meno nel caso di SOUNDWORKS, le risonanze saranno certamente di lunga durata.

http://www.ica.org.uk/

http://www.cesarco.info/

http://www.brandonlabelle.net/

http://www.rossellabiscotti.com

http://www.mattin.org/


Note:

[i] – La mostra veneziana presentava anche Giorni, la versione italiana di Days: un’installazione “gemella” registrata a Venezia coinvolgendo un gruppo di studenti dell’Università IUAV.

[ii] – The project SOUNDWORKS has just won a Bronze award in the art category at the second annual European Lovie Awards – the European Award to honour different kind of contents created for the internet – for its innovative use of technology.

[iii] – La traccia sonora di Get Out è anche una delle 5 registrazioni che confluirono in Sudio Aids II (1967-1968) insieme al sonoro di quattro film e video realizzati in quegli stessi anni (Jumping, Violin Tuned D.E.A.D., Rolling on the Studio Floor e Walking in the Studio).

[iv] – Il processo di trasformazione dei testi di partenza varia da un caso all’altro: a volte il sonoro di un video è separato dall’immagine e riassemblato in loop (Thank You Thank You, 1992), in altri casi un testo presentato originariamente come poster o come installazione al neon viene fatto recitare e viene registrato per la prima volta per questa occasione (Left or Standing/Standing or Left Standing, 1971/1999; The True Artist Is An Amazing Luminous Fountain, 1966). Da questo punto di vista Raw Materials può essere considerata la manifestazione macroscopica dell’attitudine di Nauman a riutilizzare in contesti diversi lo stesso materiale di partenza evidente in tutta la sua ricerca. Sulla mostra si veda il catalogo: Emma Dexter (ed.), Bruce Nauman – Raw Materials, Tate Publishing, London 2004.

[v] – Ma anche Sound Breaking Wall, presentato nel 1969 nella galleria Sonnabend a Parigi, si avvaleva dello stesso principio: l’installazione sonora era composta da suoni registrati – sussurrii quasi inudibili, risate e tonfi fragorosi –  diffusi nello spazio espositivo da altoparlanti invisibili. A proposito di questo lavoro Nauman afferma: “The idea was of the whole room being the sound, the whole room resonating, really locating the sound” cit. in  Joan Simon, “Hear Here: Bruce Nauman talks to Joan Simon”, Frieze, no. 86, September 2004, pp. 130-37, http://www.frieze.com/issue/article/hear_here/.

[vi] – Passando in rassegna alcune fasi cruciali del dibattito sulla filosofia linguistica alla fine degli anni Sessanta, la Kraynak ci mostra come “throughout Nauman’s art an outgoing investigation on language can be found: one predicated, however, less upon the rules and laws of the semiotic sign than upon the workings of the speech act or the ‘utterance’”  (Janet Kraynak, Please Pay Attention Please…cit., p. 6). La ‘pronuncia’ è un aspetto centrale all’interno del più ampio concetto di “dialogo” proposto dal teorico russo Mikhail Bakhtin che, rifiutando l’approccio totalizzante delle linguistiche tradizionali di derivazione Saussuriana, si concentra sull’atto individuale del parlare sottolineandone il carattere intersoggettivo e contestuale. Per questo Nauman fa ampio uso di pronomi personali e forme verbali che chiamano direttamente in causa lo spettatore, lo coinvolgono in modo diretto come, ad esempio, proprio in Get Out of My Mind, Get Out of This Room. Janet Kraynak (ed.), Please Pay Attention Please: Bruce Nauman’s Words Writings and Interviews, MIT Press, Cambridge-London 2003, p. 6.

[vii] – Gregor Muir, “Foreword”, in ICA Programme, June-September 2012, p. 3.