L’immagine fissa, intesa come fotografia, fotogramma o video, o addirittura pixel, è un’unità e in quanto tale è il punto di partenza per il pensiero alla base del lavoro di Hugo Olim. In senso metaforico l’immagine fissa, così come si presenta a noi, è il risultato di un dialogo con il suono da cui riceve proprietà ritmiche e di movimento.

Nel video, così come nella performance visiva, i collegamenti stabiliti tra immagine e suono sono apparentemente il risultato di un dialogo basato su una struttura definita come visual music. A livello visivo, l’immagine è spesso astratta e opera di collaborazioni con musicisti. Ne è un esempio il video Mic.Madeira (2011) con suoni di Simon Wetham, trasformato in DVD dalla casa portoghese Cronica Electronica. Video come 2link (2007) e Interrupt (2009), entrambi con suoni di Joao Ricardo, presentano una composizione in cui il suono e l’immagine si fondono. Se dapprima il collegamento è quasi letterale, dopo un po’, a causa dell’assenza d’informazione, l’intensità è provocata dal silenzio e dal buio delle immagini. Questo dialogo continuo tra immagine e suono, esplicito nel video e nelle performance, diventa implicito nelle fotografie. Il processo è interessante specialmente se l’artista spiega i vari livelli di connessione.

Il profondo interesse nel processo da parte di Hugo Olim è evidente nei video e nei documenti disponibili sul suo sito, e ciò estende a varie prospettive l’ottica del suo lavoro, che sia attraverso l’estetica, la tecnica o la tecnologia. Il processo ha a che fare con la trasformazione, o forse sarebbe meglio dire l’evoluzione, verso qualcosa di nuovo piuttosto che qualcosa di meglio. La performance è un mezzo per scoprire piuttosto che una posizione d’arrivo.

hugo-olim-005-001

Ana Carvalho: La performance fa parte degli scopi del suo studio (delle possibilità mondiali) e come differisce la performance dal film e la fotografia?

Hugo Olim: Malgrado la performance non sia il tema o l’obiettivo principale dei miei studi, gioca comunque un ruolo importante in tutto il mio lavoro. È più simile a un processo attraverso il quale posso raggiungere la sorpresa, l’inaspettato, il nuovo. Vedo la performance come un atto vivido. Quando mi esibisco o sono comunque in uno stato d’animo in cui ho voglia di lavorare sperimento le possibilità di certe frequenze dello spettro magnetico del campo (come lei ha detto nella domanda “delle possibilità mondiali”), lavoro in tempo reale, agendo e reagendo con i miei pensieri e il mio corpo all’unisono, tutto in quel momento specifico. È un processo vivo e dal vivo che accade sempre nel presente. Non importa se il risultato finale dovrà essere un lavoro stabilito (come una fotografia o un film) o un lavoro più libero (come quando faccio i visual per i contesti live).

Secondo me ogni creazione, che sia o non sia un’ opera d’arte, o semplicemente l’atto di sperimentazione in sé, è una performance, un dialogo che implica una risposta in un preciso luogo e in un preciso momento, come sto facendo io stesso, proprio ora, durante questa intervista. In qualche modo mi esibisco ogni giorno e durante qualsiasi cosa io stia facendo, anche mentre svolgo le faccende quotidiane: mentre sono a casa sto facendo qualcosa (sto facendo da mangiare, giardinaggio, opere d’arte); mi esibisco anche nel contesto di una performance dal vivo. Vedo l’atto di esibirsi come parte del mio processo evolutivo e d’apprendimento come essere umano, come parte del tentativo e della sconfitta, come parte del percorso che mi porterà ad ottenere un certo risultato. Penso che la vita sia un continuo show, esibizioni quotidiane comprese.

hugo-olim-004-001

Ana Carvalho: Parlando dell’estetica nel suo lavoro, il risultato sembra provenire da una eterna connessione tra i media. Ad esempio, la sequenza fotografica Dropfield (2003-2008) o la sequenza di Rennacs (2003) rimanda in modo immediato ad una distorsione del video, un bug se vogliamo dirla così, e ad uno screenshot. Anche gli strati di connessione emergono in tempo reale, tra le tecniche e le tecnologie nel processo di creazione. Può descrivere meglio queste connessioni?

Hugo Olim: Ogni cosa è connessa! Una frase così potrebbe sembrare un cliché, ma è molto vera e ci credo sempre di più. Provo a vedere le immagini (statiche o in movimento) come un modello frattale eterno, nel quale posso generarle e rigenerarle all’infinito usando qualsiasi tipo di strumento, tecnica o tecnologia io abbia a disposizione nel momento della creazione. È più o meno la stessa cosa di quando si guardano le immagini di un atomo o di un pixel, dai quali ogni cosa può essere creata e riorganizzata in numerosi modi e modelli. Il mio obiettivo, qualche volta, è di bloccare l’ inquadratura di un film o di un video per farlo durare nel tempo, per apprezzarlo semplicemente come singola immagine. Con altre immagini, invece, desidero dare l’ ‘illusione’ del movimento giocando con un’immagine ferma, trasformandola in diversi modi (potrebbero essere dei fermo immagine o fotografie).

Nel cinema il movimento è di per sé illusione, è una percezione che non esiste sulla superficie di pellicola stampata. I film e i video sono fatti di fermo immagini, fatti a loro volta da atomi o pixel. Quindi torniamo al punto di partenza in cui tutto è connesso. Qualche volta voglio andare in profondità e ingrandisco l’immagine per vederne la struttura, le sue molecole… altre volte allargo l’inquadratura perché voglio avere soltanto una panoramica generale (mi viene subito in mente il film ‘Potenze di Dieci’ dei coniugi Eames – è tutto là). Qualche volta voglio catturare (e anche rubare) un’ immagine da un film o da un video, altre volte ancora voglio soltanto vederle in movimento. Dipende dal progetto sul quale sto lavorando o semplicemente dall’umore del momento. Si tratta di un gioco eternamente divertente, durante il quale possiamo sempre divertirci senza mai annoiarci.

hugo-olim-003-001

Talvolta ciò che davvero mi mette alla prova è compiere questo atto di manipolazione nella modalità più arcaica, impiegando meno risorse, meno effetti, meno tecnologia, attrezzatura etc. e ottenere un risultato finale attraverso un processo naturale partecipando alle caratteristiche di materiale/tecnologia/attrezzatura. Per esempio, Dropfield è una stampa a due fotogrammi. Quando la si guarda, sembra che io abbia creato una composizione di quattro immagini con Photoshop, ma non è così. La manipolazione sopraggiunge a causa di un errore che divide in tempi diversi la struttura orizzontalmente in due parti sulla cassetta VHS in cui l’immagine si trovava. Ho solo dovuto immortalare/rubare  quel momento e stamparlo, creare questi sguardi lomografici. Non c’è nessun software coinvolto nel processo.

Rennacs include scannergrafie create usando uno scanner piatto per manipolare l’immagine e renderla distorta. Di nuovo, non c’è nessuna manipolazione di software. Le immagini sono state create durante il processo di scannerizzazione. Mentre la luce dello scanner si muoveva, io stavo applicando ogni tipo di movimento alle immagini fonte (ho usato film, stampe e monitor televisivi). Lo scanner è stato creato per scannerizzare documenti/immagini nella maniera più statica. In Rennacs le fonti non sono per niente statiche. Il risultato finale è un effetto della mia performance durante il processo di scannerizzazione. Lo scanner stesso ha creato immagini, interpretando i gesti delle mie mani. In qualche modo era una specie di anomalia: stavo corrompendo il programma per creare immagini nuove. Alla fine, ho ottenuto una singola immagine come risultato di una performance in movimento.

hugo-olim-002-001

Ana Carvalho: Riguardo la performance, come si vede come VJ o live cinema performer? Il suo concetto di performer è cambiato durante la sua carriera?

Hugo Olim: Mi sono sempre visto come un live visual performer che impiega sia il VJing che le tecniche cinematografiche e qualsiasi altro strumento disponibile. Quando ho iniziato, ho cercato di esplorare diversi contenuti, possibilità estetiche e concetti nel contesto delle  video performance live attrverso i miei due progetti: Chiklet TV e Pygar. Chiklet TV era un progetto personale VJ focalizzato più sui contesti club e DJ dove stavo facendo video jamming, mash up e manipolando in tempo reale e in maniera libera loops di prova da telefilm, show televisivi, video da internet, grafici, animazioni etc. Con Pygar, un progetto realizzato insieme al musicista João Ricardo (aka OCP), il concetto e l’immaginario erano completamente diversi da ciò che stavo facendo con Chiklet TV.

Pygar è più un progetto audiovisivo sperimentale ed esplorativo dove manipolavo contenuti più astratti cercando di associarli alla musica di João. Suonavamo anche in diversi luoghi e per un pubblico diverso in gallerie, musei e festival. Con Chiklet TV potevo esibirmi tutta la notte tra le 2 e le 8 ore di fila, provando a connettere il video al suono senza avere nessun tipo di relazione, precedentemente confrontandomi o incontrandomi col DJ. Con Pygar il set sarebbe stato al massimo di un’ora circa e sebbene dovrebbe essere un’improvvisazione in tempo reale il contenuto e il concept erano preparati in base all’estetica del progetto.

Negli ultimi anni lavoro più con musicisti/compositori/artisti del suono come Vitor Joaquim, Simon Whetham, Nuno Rebelo, Jerome Faria o la Madeira Classical Orchestra che con i DJ. Per ognuno di questi artisti cerco di creare un particolare contenuto di immagini, usando diversi strumenti, software e mi esibisco in reazione ai loro suoni, idee e contesti. Quindi, la risposta è sì, naturalmente cambio alcuni dei miei concetti e contesti come performer durante tutta la mia carriera in base alla situazione in cui sono coinvolto.

hugo-olim-001-001

Ana Carvalho: Sembra che le attrezzature che usi per creare fotografie, film e performance, non siano state create per questo scopo. Ti appropri delle loro altre possibilità, che non sono lo scopo del loro design e comprende scanner, lettori VHS e anche microscopi tascabili. C’è un uso esplorativo dell’attrezzatura attraverso le possibilità estetiche. Come vedi quest’uso diverso delle attrezzature in relazione al processo lavorativo e la connessione con la natura come processo?

Hugo Olim: Mi sono sempre divertito a provare ed esplorare diversi modi e strumenti per esibizioni e creazioni di immagini. Dico strumenti ma per me sono più dei “giocattoli”, che mi permettono di giocare e divertirmi, come un bambino. Sovvertire le funzionalità principali dell’attrezzatura, esplorare gli errori e non seguire i programmi dell’attrezzatura o le regole da manuale è qualcosa che faccio da molto tempo, fin da quando ho iniziato a creare immagini. Il filosofo ceco Vilém Flusser ha un interessante punto di vista nel suo Towards a Philosophy of Photography, un libro in cui paragona la macchina fotografica ad un giocattolo pronto per essere esplorato in tanti modi diversi.

A volte desidero avere più tempo per migliorare le mie capacità in elettronica ed esplorare le possibilità estetiche dell’attrezzatura violando e piegando i processi dei circuiti. Anche per un contesto vivo, sia da un punto di vista del performer che del pubblico, suonando una un’attrezzatura analoga è sempre molto più divertente e interessante che utilizzare solo il computer. Combinare sia strumenti analogici che digitali da più libertà e apre a molte possibilità. Sta tutto nel divertirsi esplorando la natura di ogni strumento, le sue possibilità, andando oltre le funzioni iniziali programmate limitative, costruendo nuovi livelli e avvicinandosi alla creazione, guardando altri modi di esibirsi, (ri)generarsi, trasformarsi e creare nuovi contenuti immagini sia con tecnologia, attrezzatura, strumenti, giochi o fonti di immagini che si hanno tra le mani.


http://hugoolim.com/hugo/