Non ha bisogno di grandi presentazioni l’esploratrice della danza contemporanea Myriam Gourfink, che da oltre quindici anni porta in scena l’interiorità e la necessità di creare “situazioni” istantanee sostenute dalla respirazione, da software di notazione, dalla lentezza del movimento, dal confronto, dalla musica e da pratiche meditative.

Lei che proviene da una formazione classica e dal tip tap, lei che si rotolava per terra sopra sigarette e lattine di birra negli spettacoli di musica industriale negli anni Ottanta, lei che è stata illuminata dall’opera di Odile Dudoc, lei che non saluta dinanzi al pubblico e che non ha nessuna reticenza nei confronti della tecnologia applicata all’arte coreutica.

Figura di spicco della ricerca coreografica in Francia, già dal suo primo solo del 1996, Beith, offre allo spettatore idee e rappresentazioni astratte, dove la quasi immobilità dei gesti orizzontali, i micromovimenti legati al rapporto con lo spazio circostante e la non-posizione del corpo sono un leitmotiv dominante e ricorrente fino ad oggi. Passando in rassegna i suoi lavori, da Too Generate a Rare, da Contraindre a Corbeau fino a Bestiole e Una lente mastication – questi ultimi due presentati quest’anno alla Grande salle del Centre Pompidou di Parigi e al Gennevilliers Theater/T2G – si evince tutto il suo andare oltre i limiti, tutta la sua ricerca infinita multi-dimensionale e multi-direzionale, tutto il suo ardore che nasce dal pensiero e dalla minuziosità lavorativa data in pasto poi allo spettatore che si fa carico di un’esperienza di stato percettivo.

 

Per raggiungere questi espedienti e questi esiti l’artista prende spunti e materiali dalla propria vita quotidiana, dalla routine che la giornata gli offre sistematicamente. E, anche, dal suo corpo, dove ogni muscolo e ogni singola cellula sono riempiti con intensità grazie allo yoga tibetano che esercita la mattina, grazie al lavoro sulla respirazione, alla capacità sensoriale e grazie alla concentrazione che impiega per costruire le proprie figure geometriche.

Figure che nascono anche e soprattutto dal rapporto fra la composizione e la produzione del suono, dove Myriam, studiando la notazione Laban, è riuscita a organizzare sfruttandola al meglio con il software di scrittura della danza LOL – concepito assieme a Frédéric Voisin, Laurence Marthouret e Kaspar T. Toeplitz – e usato per la prima volta per Taire, a Lucca, nel 1999: applicazione che tiene in considerazione un’altro elemento fondamentale per la coreografa: lo spazio.

La sua danza la definisco pura energia anatomica, dove il corpo antroposcenico si sposa con il campo d’azione performativo e con una musica concepita ad hoc, divenendo ora fluido ora meccanico, ora videoplasmato ora musicologico, perfezionato e nutrito scrupolosamente giorno dopo giorno. Scivola, sguscia e si alza  relazionandosi con il terreno, con la base del Cosmo, con la sua carne, con fili e video al plasma, dove mai come ora la testa non ha valore che in funzione di quella che Fechner definisce la prima fra le arti. L’artista francese crea spazi condivisi, parallelismi umani, contatti di gusto e impulsi animali.

Sulla scena sembrano riecheggiare e trasfigurarsi in qualche modo sculture e videoinstallazioni umane alla Robert Morris e Alexander Calder, alla Fabrizio Plessi e Studio Azzurro; c’è un richiamo alle perlustrazioni fra corpo e macchina alla Marcel. Lì Antunez Roca e Stelarc, alle posizioni dello Shaolin, alla tecnica cinesica usata dai giullari nell’alto Medioevo per realizzare contorsioni acrobatiche e ricorrenti.

Non dimenticando legami con le espressioni artistiche di Isadora Duncan, Loïe Fuller, François Delsarte e con Marta Graham, arrivando anche a Merce Cunningham: quest’ultimo in attinenza soprattutto sia per quanto riguarda l’esplorazione dei rapporti fra corpo e spazio sia per l’utilizzazione delle più moderne tecnologie. Transitando, infine, attraverso le tecniche di Kazuo Ohno, Pina Bausch e Carolyn Carlson.             

Anche la sua produzione – come quelle di Boris Charmatz, Teatro Deluxe, Xavier Le Roy, Morgan Nardi, Meg Stuart, Michele Di Stefano, Eszter Salamon, Alessandra Sini, Chiara Alborino/Fabrizio Varriale, Francesca Proia o Jérôme Bel (solo per citarne alcuni) – nasce da un’esigenza di multidisciplinarietà delle arti o sconfinamenti in altri ambiti liminali per un’arbitrarietà orizzontale, arrivando sempre e comunque ad una personale visione, ricerca e strutturazione controllata.

Produzione che è compresa in quel filone, o meglio in quel “movimento artistico” da me definito Performing Dance (studiato e approfondito proprio in questo periodo in particolar modo per le attuali produzioni contemporanee italiane), che  incorpora le arti sceniche performative ai vari stili e alle svariate forme della danza, senza esclusioni, chiusure e limiti di spazio, tempi, ambienti, tecniche, formati e significanti. Una relazione più che una connessione fra gli aspetti innati ed innovativi che le varie branche della performing art ha memorizzato e sviluppato nel corso degli anni e le nuove tendenze coreutiche sempre più connesse alla globalità dei linguaggi altri.

In un mondo che va veloce, la sua danza ipnotica ci invita a riflettere su nuovi dispositivi alfabetici, psicologici, neurologici, antropologici e tecnologici, senza mai svilire il suo processo biologico e naturale, quindi di conseguenza neanche l’empatia dello spettatore che ad ogni spettacolo vive in pieno il pensiero di Myriam Gourfink.       

Immagini Courtesy Myriam Gourfink

http://www.myriam-gourfink.com