Dal 5 all’8 dicembre 2012 si è tenuta a Praga MutaMorphosis, conferenza internazionale organizzata da CIANT | International Centre for Art and New Technologies e curata da Pavel Sedlak, che ha scelto “Tribute to Uncertainty” come tema di approfondimento.

MutaMorphosis è alla seconda edizione, a distanza di cinque anni dalla prima, un periodo di tempo che può rivelarsi vantaggioso per fare il punto della situazione in una conferenza pensata per artisti, scienziati e operatori culturali che qui si incontrano e si confrontano sugli sviluppi di temi indagati e di progetti realizzati o da realizzare. Il core della conferenza copre principalmente la sfera di interrelazione tra ricerca artistica, ricerca scientifica e nuovi media; in questo contesto, si propongono anche nuove metodologie di condivisione e collaborazione professionale.

MutaMorphosis è, dunque, un’occasione di conoscenza di opinioni e orizzonti flessibili non solo in merito ai contenuti, ma anche riguardo a procedure, metodi operativi e di studio che possono essere ripensati o aggiornati attraverso il confronto reciproco e trasversale tra artisti e scienziati.

“Tribute to Uncertainty” è certamente un tema attuale, che focalizza un concetto chiave molto discusso e duttile come quello dell’incertezza percepita ad ogni livello. Partendo da questa porta d’accesso alla conferenza, ho scelto di intervistare uno degli attractors (coordinatori di un filone di discussione, a cui fanno riferimento i vari presenters invitati alla conferenza) che sono stati invitati a Praga: Roberta Buiani, membro del board editoriale di Digicult.

Roberta è community artist, consulente di programma del Subtle Technologies Festival e docente di Science and Technology Studies e Science Fiction Studies alla York University in Canada; ha conseguito un dottorato in comunicazione e studi culturali presso la York University e completato un post-dottorato presso la Canada Research Chair in Tecnoscienza alla Lakehead University.

Per MutaMorphosis ha presentato insieme a Jim Ruxton, fondatore e direttore di Subtle Technologies, un sottotema dal titolo Beyond Uncertainty, uno dei 21 streams of interests che saranno esplorati durante la conferenza.

Roberta mi ha aspettato per l’intervista via skype seduta in un’aula della sterminata biblioteca universitaria Robarts Library di Toronto; la prima cosa che mi dice quando ci colleghiamo è che la struttura di questa biblioteca ha ispirato Umberto Eco per Il nome della rosa (1980). “E’ un vero e proprio labirinto”, osserva Roberta. Questa sua affermazione mi offre l’opportunità introdurre la nostra intervista con uno spunto tratto da un passo di “Opera Aperta” di Eco.

“In estetica si è discusso sulla ‘definitezza’ e sulla ‘apertura’ di un’opera d’arte: e questi due termini si riferiscono ad una situazione fruitiva che tutti esperiamo e che sovente siamo portati a definire: un’opera d’arte, cioè, è un oggetto prodotto da un autore che organizza una trama di effetti comunicativi in modo che ogni possibile fruitore possa ricomprendere (attraverso il gioco di risposte alla configurazione di effetti sentita come stimolo dalla sensibilità e dall’intelligenza) l’opera stessa, la forma originaria immaginata dall’autore. In tal senso l’autore produce una forma in sé conchiusa nel desiderio che tale forma venga compresa e fruita così come egli l’ha prodotta; tuttavia nell’atto di reazione alla trama degli stimoli e di comprensione della loro relazione, ogni fruitore porta una concreta situazione esistenziale, un sensibilità particolarmente condizionata, una determinata cultura, gusti, propensioni, pregiudizi personali, in modo che la comprensione della forma originaria avviene secondo una determinata prospettiva individuale.

In fondo la forma è esteticamente valida nella misura in cui può essere vista e compresa secondo molteplici prospettive, manifestando una ricchezza di aspetti e di risonanze senza mai cessare di essere se stessa […]. In tale senso, dunque, un’opera d’arte, forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo perfettamente calibrato, è altresì aperta, possibilità di essere interpretata in mille modi diversi senza che la sua irriproducibile singolarità ne risulti alterata. Ogni fruizione è così una interpretazione ed una esecuzione, poiché in ogni fruizione l’opera rivive in una prospettiva originale”.[1]

Silvia Scaravaggi: Che ruolo ha avrà il tuo intervento durante MutaMorphosis?

Roberta Buiani: Partiamo dal tema “Oltre l’incertezza”. Iniziando da questo concetto io e Jim Ruxton, che non sarà presente ma che rappresento durante la conferenza, vogliamo invitare artisti, scienziati e teorici a riflettere sulle potenzialità dell’incertezza intesa come mezzo, piuttosto che sul modo in cui strumenti e mezzi possano trovare una soluzione alla loro intrinseca imprevedibilità. In altre parole, vogliamo invitarvi a ri-pensare l’incertezza come processo, anziché come conclusione.

Silvia Scaravaggi: Quali sono le vostre parole chiave e con quali intenzioni tu e Jim Ruxton le avete selezionate?

Roberta Buiani: Non partiamo dai risultati ma focalizziamoci sulla metodologia, il processo, il modo in cui facciamo le cose. Biologia, Politiche, Fisica, Principio di incertezza, Strumenti/Significati. Seguiamo queste traiettorie anche in questa conversazione.

Silvia Scaravaggi: Praticamente ci stai offrendo la possibilità di parlare non tanto dei contenuti di interventi e ricerche, ma del modo in cui questi si sviluppano, della struttura di pensiero che li forma e delle strategie attraverso cui si dipanano?

Roberta Buiani: L’incertezza come significante. Questo è l’indirizzo che vorremmo seguire. La realtà è di fatto non calcolabile, non siamo in grado di determinare esattamente dove arriveremo attraverso la ricerca.

Silvia Scaravaggi: Perché vi concentrate su questa idea?

Roberta Buiani: Jim, nel suo caso, è partito dalle ricerche in campo scientifico: dalla fisica quantistica e da una riflessione sul “Principio di Indeterminazione” di Heisenberg  (secondo Wikipedia, è il principio per cui non è possibile determinare con esattezza simultaneamente la posizione e il modo di un fotone – particella elementare). Questo principio deriva in parte dalle osservazioni avvenute nel “Double slit experiment” (“Esperimento della doppia fenditura”), che dà luogo al fenomeno della diffrazione. All’epoca di Heisenberg (e di Niels Bohr, il suo collega e maestro) era solo un esperimento ipotetico, ma gli scienziati in meccanica quantistica si sono arrovellati a riprodurlo. A tutt’oggi, nonostante le tecnologie, l’esperimento è solo parzialmente dimostrabile… Si diceva, l’incertezza…

Attraverso questo esempio, possiamo affermare che un obiettivo è vedere la sperimentazione da un’altra prospettiva. Concentrarsi sul modo in cui si svolge la ricerca, l’indagine, e non solo sul suo risultato, su ciò che si attende. Il tema all’ordine del giorno è che quando si fa ricerca ci si trova di fronte ad un grande ostacolo: la difficoltà di prevedere il comportamento della materia, e ogni volta che la si analizza si ha a che fare con un’enorme massa di incertezza. È da qui che siamo partiti.

Silvia Scaravaggi: Come gestirai il tuo ruolo durante MutaMorphosis?

Roberta Buiani: Come attractor introdurrò il tema. Lo scopo è capire come artisti e scienziati si comportano durante la ricerca, non tanto chiedere loro di presentare dei risultati. L’incertezza è una sfida, la porrò in questi termini. Come relatore presenterò un paper pieno di domande, di cui non voglio anticipare il contenuto. Perché anche in questo caso il punto è il modo in cui se ne parlerà, non per quale fine ultimo. Oltre ad introdurre il mio campo di studio, voglio accettare la sfida di cui parlo. Nella ricerca abbiamo a che fare con oggetti molto allusivi e volatili, andiamo oltre. In che modo valutiamo questo genere di oggetti nel momento in cui i metodi che usiamo hanno l’obiettivo di offrirci delle prove? E come possiamo fare questo quando ciò che studiamo è non-finito, aperto? Non mi interessa tanto definire un oggetto, quanto capire come esso si forma nella nostra mente.

Silvia Scaravaggi: In che modo si possono comunicare questi temi?

Roberta Buiani: Attraverso la sperimentazione e gli esempi, tenteremo di svelare insieme i punti di “apertura”. Dobbiamo usare un linguaggio comune, trovare un punto di connessione nel quale scienziati e artisti si possono incontrare. Parlare di metodologia. Non cercare risultati.

Silvia Scaravaggi: Ci lasci qualche consiglio bibliografico per prepararci a questa sfida?

Roberta Buiani: Karen Barad, Meeting the Universe Halfway: Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning (Durham, N.C.: Duke University Press 2007). Karen Barad parla di intra-action, del modo in cui gli oggetti e la cultura sono connessi dinamicamente (quindi non come se fossero convergenze di punti in una costellazione, ma ….fotoni!). Barad è originariamente una scienziata nel campo della fisica quantistica e una studentessa di Donna Haraway.

Michel Foucault, The Archaeology of Knowledge (London-New York: Routledge, 1989). Foucault è uno dei primi a pensare al fatto che le formazioni discorsive avvengono attraverso un’intersezione di forze che riemergono, scompaiono, si accavallano, ma non in modo lineare.

Michel Foucault, Society Must be Defended: Lectures at the College de France, 1975-1976 (New York: Picador, 2003). Nel concetto di biopolitica, l’atto di regolare e standardizzare piuttosto che punire o eliminare ciò che rappresenta una minaccia diventa uno dei bastioni del neoliberalismo.

Donna J. Haraway, Modest_Witness@Second; _Millennium.FemaleMan© _Meets_OncoMouseTM: Feminism and Technoscience (New York: Routledge, 1997). Il volume parla del fenomeno della diffrazione e di come natura e cultura siano legati in una relazione di entanglement. Per l’autrice questo rapporto di natureculture procede tramite un meccanismo di diffrazione (e non di riflessione, cioè gli oggetti vengono continuamente trasformati dalla cultura e non sono mai gli stessi).

Isabelle Stengers, Cosmopolitics I (Minneapolis: University of Minnesota Press, 2005) e Isabelle Stengers, Cosmopolitics II (Minneapolis: University of Minnesota Press, 2011). Isabelle Stengers è una studentessa di Ilya Prigogine. Per lei l’ecologia delle pratiche si focalizza sul processo di (lenta) trasformazione delle relazioni tra individui.


http://mutamorphosis.org/2012/

http://subtletechnologies.com/

http://www.yorku.ca/robb/

Note:

[1] – Umberto Eco, Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee (Milano: Tascabili Bompiani, III Edizione, 1980), 33-34.