Coordinato dall’artista spagnolo Jaime de Val/ReversoMetabody è un progetto di cinque anni sovvenzionato dalla Commissione europea, che coinvolge 38 partner provenienti da 16 nazioni. Uno dei suoi obiettivi principali è sovvertire l’attuale tendenza della società dell’informazione all’omogeneizzazione culturale e proporre delle alternative attraverso la produzione di nuovi generi di media che evidenzino la diversità dei corpi e dei contesti, affrontando l’importanza della comunicazione non verbale e delle espressioni.

Il progetto sta perciò effettuando uno studio critico dell’estetica contemporanea del controllo, in cui la quantificazione di tutte le attività attraverso la riduzione a schemi di informazione permea tutti i settori della vita, rafforzando così un regime di controllo.

Sin dal 2013, Metabody sviluppa tecnologie, strumenti e tecniche dedicati alla convergenza delle arti, che saranno integrati nella prima architettura completamente interattiva che farà il giro dell’Europa tra il 2017 e il 2018. Per questo padiglione, il famosissimo intermedia artist Robert Wechsler della Palindrome Intermedia Company sta lavorando ad un’installazione interattiva chiamata Meta-Interview.

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L’inventore tedesco di origini americane, come lui stesso vuol esser chiamato, compone musica attraverso il movimento da quando era adolescente, ancora prima dell’avvento dell’era del computer. Fortemente influenzato da John Cage e Merce Cunningham, suo insegnante a New York per dieci anni, ha fondato la Palindrome Dance Company negli anni Ottanta e ha effettuato numerose tournée in Europa.

In seguito ha conosciuto Frieder Weiss, un ingegnere informatico, con cui ha sviluppato dei sistemi computerizzati per performance di danza interattiva, come il software di rilevazione del movimento Eyecon. Da allora Robert ha continuato a creare coreografie, insegnare e scrivere, concentrandosi più recentemente sull’invenzione di dispositivi per persone con disabilità che trasformano il movimento in musica.

Ho avuto la possibilità di incontrarlo durante l’International Metabody Forum che si è tenuto a Madrid dall’1 al 25 luglio, così gli ho rivolto un paio di domande su Meta-Interview, la sua ultima installazione performativa.

Vanessa Michielon: Come ti sei fatto coinvolgere nel progetto Metabody e come stai contribuendo allo sviluppo di questa visione Metatopica?

Robert Wechsler: In Germania sono a capo di un’azienda, o dovrei dire un’organizzazione artistica, visto che non è un’azienda regolare, che si chiama Palindrome Dance Company, che ha i requisiti per essere una delle organizzazioni partner nel consorzio di questo progetto europeo. Dato che ho una vasta esperienza con i sensori e gli strumenti interattivi, Jaime, il responsabile, aveva sentito parlare di me e mi ha chiamato per aiutarlo a scrivere la domanda di sovvenzione.

All’epoca stavo lavorando a un progetto sulle persone disabili, e quindi decisi di specificare nella domanda di sovvenzione che il progetto Metabody si sarebbe concentrato particolarmente sui disabili, coinvolgendoli in ciò che facciamo, affinché possano esprimersi attraverso il movimento. Si tratta di una porzione della popolazione spesso limitata nell’abilità comunicativa, in particolare in quella di espressione, che per me significa soprattutto espressione emotiva e artistica.

Vanessa Michielon: Ci puoi parlare dell’installazione che stai sviluppando per il Metaspace?

Robert Wechsler: L’installazione che stiamo elaborando per Metabody – credo che possiamo definirla una Meta-Interview, e cioè un’esperienza d’intervista – consiste in una conversazione intima tra due persone che, invece di basarsi su parole, utilizza movimenti e suoni musicali composti da Pablo Palacio, oltre a tre sistemi di monitoraggio. Uno di questi sistemi identifica gesti e movimenti distinti, dei quali il più comune e il più semplice da misurare è il battito delle palpebre, che quasi tutti compiamo regolarmente e che consiste in una singola azione, con un inizio e una fine precisi. Perciò, se sbatti le palpebre o muovi la bocca, puoi creare un suono nello spazio circostante.

Il secondo tipo di interazione è il movimento di mani, testa e corpo, che trasmettono un segnale continuo nello spazio. Il terzo consiste nel contatto fisico tra l’intervistatore e l’intervistato. Il primo tipo di interazione è booleano, dove il movimento è una variabile, mentre nel terzo, che si potrebbe pensare sia anch’esso booleano, la tecnologia utilizzata ammette anche il “quasi” contatto, la prossimità. A mano a mano che ci si avvicina l’uno all’altro si forma una sorta di costruzione interazionale, e perciò il contatto libera tale struttura; se si ottiene un suono del “quasi” e un suono del “contatto”, si vive un’esperienza intensa.

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Vanessa Michielon: Come funziona il motion tracking nei tre sistemi?

Robert Wechsler: I movimenti di occhi, bocca e corpo vengono monitorati con una videocamera, ed è per questo che ne utilizziamo due, una per l’intervistatore e una per l’intervistato. Stiamo ancora sperimentando la tecnologia del contatto, ma si tratta essenzialmente di un segnale elettrico inviato dal corpo, che forse funziona con la sedia sulla quale ci si trova, il quale attraverso il nostro corpo crea un contatto e invia segnali elettrici che andranno poi a interagire con l’altra persona. Al momento stiamo esaminando diverse tecnologie, ma quest’ultima funzione non è ancora operativa qui a Madrid.

Vanessa Michielon: Durante questo Forum su cosa ti sei concentrato e cosa ti interesserebbe testare?

Robert Wechsler: In quest’occasione stiamo solamente sperimentando il tracking video con suoni e luci. Molti usano proiezioni video, come ho fatto io stesso con la mia azienda per molti anni, e poi, all’incirca sette anni fa, mi sono davvero stufato di tutte le proiezioni video e, in un certo senso, lavorando con queste tecnologie ho rotto con molti coreografi. Tendiamo a comprendere le esperienze video più facilmente rispetto a quelle acustiche od orali, in un certo senso potremmo essere perfettamente contenti ad avere la musica come un qualcosa che ci fa solamente provare delle sensazioni, ma poi, quando abbiamo a che fare con esperienze visive, siamo più che disposti a comprenderle.

Così, nel caso del movimento che crea il suono, non è sempre così evidente e chiaro, perfino in un compito molto facile come sbattere le palpebre, perciò ho pensato che un suggerimento luminoso potesse essere un segnale più chiaro d’aver fatto qualcosa di speciale. Leggeri cambiamenti del colore della luce potrebbero rendere l’esperienza interattiva più prontamente disponibile e palpabile. Non siamo sicuri, non l’abbiamo ancora testato…

Vanessa Michielon: A dir la verità quando stavo provando l’installazione il suono era molto più potente e leggibile della luce, perché ero davvero poco concentrato sugli occhi degli altri che nient’altro entrava davvero nel mio campo visivo…

Robert Wechsler: Sì, quasi contraddice ciò che ho detto, ma è ancora in fase di sperimentazione. Per esempio, i primi 30 o 60 secondi sono senza audio, si tratta solo un’esperienza luminosa, e poi viene aggiunto. Potremmo continuare con questo genere di modelli di preparazione, così che tutto succeda poco alla volta. Prima l’intervistatore controlla le luci, poi anche l’intervistato controlla il suono ed ecco che stiamo costruendo un percorso. Poi è la volta del tatto, ma come far si che qualcuno tocchi qualcosa? Non è così difficile come sembra, perché lo facciamo sempre, per esempio stringendoci la mano, ma come ogni cosa umana bisogna procedere un passo alla volta. Questa progressione è guidata da diversi fattori, una serie di scene nel computer, in modo che ogni situazione sia programmata ma tutto il resto sia variabile, dal tempo del cambio da una scena all’altra fino alla scelta delle scene. Da una sessione all’altra l’intervistatore può guidare questa esperienza, percepire e scegliere il ritmo dell’interazione.

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Vanessa Michielon: Quindi l’intervistatore è solitamente un performer preparato dal tuo team…

Robert Wechsler:  Sì, credo sia un lavoro interessante a cui un artista possa pensare. In realtà è inspirato a Marina Abramovic che si confronta con varie persone seduta su una sedia. In altre parole, il punto è che l’intervistatore è un artista, quindi questo è un ruolo speciale per una persona speciale che può creare una rappresentazione molto diversa di volta in volta.

Vanessa Michielon: Questo lavoro si basa largamente sulla comunicazione non-verbale… come si inscrive tutto ciò nella visione del lavoro di Jaime, Metatopia?

Robert Wechsler: Credo che un’idea sia questa meta-intervista abbia luogo alla fine del padiglione, e invece di consegnare un questionario al pubblico chiedendogli cosa pensano dei lavori, questa è un’intervista in cui possono esprimere le loro reazioni verso quello che sta accadendo. Comunque non è un processo esclusivamente non verbale, avrei voluto usare solo la comunicazione non verbale ma ogni tanto le parole finiscono in mezzo. Volevo che questo aspetto fosse enfatizzato ma ovviamente parlare non è proibito.

Vanessa Michielon: Prima hai accennato di quanto non riuscissi più a sopportare le proiezioni video…Esistono altri cliché o strutture convenzionali riguardanti la danza e la tecnologia che non sopporti più, e potrebbe forse essere questo il motivo che ha spinto la tua ricerca verso altri campi?

Robert Wechsler: Domande interessanti… soprattutto che tu non mi abbia fatto la domanda al contrario, se c’è ancora qualcosa in cui creda…allora, come artisti abbiamo le nostre preferenze, il nostro modo di fare le cose e specialmente col passare del tempo diventa un po’ più esclusivo, nel senso che abbiamo imparato cosa ci piace. È chiaro che mi piace vedere i ballerini danzare quando si muovono magnificamente e qualche volta le cose che accadono tutto intorno distraggono e provocano fastidio, ma ogni tanto riesco ancora a vedere la danza in qualche altro media. Altre cose che non mi piacciono…

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Vanessa Michielon: Potrebbe essere qualcosa che tu stesso hai usato in passato…

Robert Wechsler: Si, in un certo senso si, anche perché ho usato tantissima tecnologia nel corso degli anni. Per esempio, una delle persone della squadra del mio progetto, chiamato Motion Composer, incontrerà un ricercatore che vuole usare l’elettroencefalogramma in un contesto musicale, affinché si possa controllare la musica con le onde cerebrali. Intende usare anche l’elettromiogramma, il miogramma e i segnali elettrici provenienti dai muscoli, così come l’elettrocardiogramma. C’è una forte attrazione da parte degli artisti e degli scienziati per questi segnali che provengono dal corpo umano per modificare i mezzi e quest’idea potrebbe risultare accattivante per l’immaginazione, ma al contrario non credo che lo sia, perché si tratta di segnali sui quali in realtà non abbiamo molto controllo.

Le persone pensano di poter calmare le proprie attività cerebrali e di controllare le proprie onde beta; effettivamente è possibile farlo in minima parte, così come si può lievemente controllare il battito cardiaco, ma in fin dei conti non è un controllo diretto. Io sono interessato alle connessioni veramente dirette, a quella sensazione che provo davvero quando faccio musica, mentre con le onde cerebrali funziona solo se viene spiegata quest’interazione, che non è intellegibile. Sono un po’ scettico su questa attrazione e non penso proprio che abbia senso, almeno per il tipo di arte che sto cercando di fare. Intendo, il cervello è estremamente complicato e se non si possono udire le proprie emozioni, per esempio, non è possibile classificarle.

E, in realtà, parte di questo concetto Metabody è che non vogliamo estrarre delle verità dal nostro corpo. Nella sua visione, Jaime celebra quello che lui stesso chiama disallineamento, la stranezza degli esseri umani, l’individualità, sostenendo che le nuove tecnologie digitali non hanno liberato le persone. Ciò che sta accadendo è che stanno conformando le persone; stanno limitando noi e le nostre espressioni.

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Di conseguenza il mondo ha bisogno di una seconda Rivoluzione Digitale in cui ci liberiamo di queste idee, ripensando all’Era Digitale senza cercare i segnali, senza provare a quantificare le esperienze umane. Detta così, suona un po’ una contraddizione, visto che col nostro progetto interattivo in effetti stiamo quantificando le esperienze umane, ma Jaime lo vuole fare in un modo più libero, artistico e individuale ed è questo il modello in cui credo anch’io.


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http://www.imf2015.eu