L’effetto politico dei nuovi media sulle masse popolari in relazione alle rivoluzioni arabe è per quanto mi riguarda ancora un mistero. In generale vale la pena di ricordare che si tratta di giovani popolazioni per le quali l’accesso alla rete non è ancora del tutto scontato, come in gran parte del mondo occidentale. Sia per ragioni politiche (censura), sia per ragioni tecno-geografiche (ampie zone desertiche, infrastruttura sporadica e a basso costo).

Tuttavia, né l’uno né l’altro limite sembrano agire da deterrente, per questi popoli, alimentandone al contrario una curiosità soddisfatta anonimamente attraverso l’uso di proxy e attraverso un passa parola telefonico che dalle città e dai villaggi online raggiunge anche le zone più estreme e gli individui meno esposti al flusso infotelematico.

Nel caso egiziano, ad esempio, venti milioni di persone su un totale di ottanta hanno accesso alla rete. Il dato va tuttavia contestualizzato: non è solo il 25% della popolazione ad essere esposto alle intemperie infomediatiche, perché ciò vorrebbe dire sottovalutare il tipo di fruizione della rete in loco – spesso di gruppo, secondo la logica del clan – o la diffusione delle informazioni dalla rete a provider più user-friendly alla portata di quasi tutti, come ad esempio i blue-tooth dei telefonini.

Per descrivere il funzionamento politico dell’attivismo virtuale si potrebbe immaginare un percorso circolare che da un dilemma offline genera una campagna online (upload), che a sua volta cerca di riversarsi nel mondo reale (download) carica del potenziale accumulato tra le righe di codice.

Uno dei collettivi che sto seguendo al Cairo si chiama Kazaboon. Il loro ciclo di lavoro comincia attraverso un pagina Facebook e un sito internet che è un semplice application form nel quale si chiede all’utente che tipo di evento vuole organizzare e di che tipo di supporto ha bisogno. Kazaboon significa menzogna. Un evento Kazaboon è un evento che svela le bugie intorno al regime militare in carica. Videoscreenings illegali, concerti, graffiti, workshops. Il progetto è decentralizzato: nuclei autonomi di persone possono declinare l’idea e realizzarla indipendentemente, eventualmente cercando il supporto logistico necessario – il proiettore e le casse per la proiezione en plein air o le competenze necessarie a squattare l’elettricità dai pali della luce per attaccare il tutto e far partire la giostra.

Uno dei nuovi progetti del collettivo Kazaboon consiste nella creazione di una mappa interattiva online pensata come una piattaforma contronarrativa aperta a chiunque sia a conoscenza di funzionari militari intenti a insediarsi in posizioni amministrative civili. Si tratta di una sorta di leaking platform decentralizzata che tuttavia preserva un controllo sulle informazioni che distribuisce attraverso una rete capillare di nuclei Kazaboon indipendenti sparsi sul territorio, che si preoccupano di verificare i dati provenienti dai cittadini. C’è anche una pagina Facebook, No Military Officials In Civilian Position. Nadine – una delle fondatrici del collettivo – mi spiega che l’obiettivo è quello di decostruire la struttura militare al potere. Dopo aver mostrato le violenze e le menzogne dei militari contro la popolazione civile, Kazaboon punta ora a svelare come i processi di potere non siano soltanto repressivi, ma anche attivo-creativi.

In relazione all’efficacia offline delle campagne online non bisogna in questo senso sottovalutare il fenomeno del cyber-clanismo (come lo ha chiamato Wissam Bashir, amico libanese) riferendosi alla tendenza per la quale i followers che elenco su Twitter mi seguono perché la pensano come me, senza innescare un dialogo con la controparte, che pure comincia ad utilizzare la rete in maniera attiva, e non soltanto repressiva. Si pensi ad esempio alla pagina Facebook del Consiglio Supremo Delle Forze Armate (SCAF) in carica in Egitto, prontamente attaccata dal collettivo No Military Trials, che ha lanciato un appello agli utenti chiedendo loro di iscriversi alla pagina e di scrivere “No Military Trials”, in riferimento ai processi marziali contro i quali il collettivo si batte da mesi.

Da un punto di vista geopolitico virtuale bisogna inoltre considerare quanto certi stili di vita e modi di fare della cultura occidentale siano al momento accessibili  24/7 anche in quei luoghi nei quali l’American-way-of-life non è visto proprio di buon occhio. Già a partire dalla cosiddetta Green Revolution iraniana del 2009 si sente dire da parte dei regimi in carica che gli episodi rivoluzionari sono in qualche modo pilotati dall’Occidente. C’è probabilmente qualcosa di vero in quest’affermazione. Se la rete è lo strumento attraverso cui certa cultura medio-orientale cerca degli spazi di affermazione, è pur vero che è pur sempre la rete ad essere il luogo attraverso cui certa cultura popolare occidentale filtra viralmente.

Che dire di fronte al video di una ragazza iraniana che balla musica tecno-pop persiana davanti alla propria webcam, imitando probabilmente la coetanea americana, e tuttavia, forse, percependo il suo apparire come una sorta di TAZ temporanea all’interno della quale affermare il rifiuto alle costrizioni del regime in cui vive? Davvero una forma espressiva che potremmo definire underground – nel senso di una spinta minoritaria al cambiamento – è veicolata dalla cultura dominante di un altro paese? Quanto le danze delle ragazze iraniane davanti alle proprie webcam diventano una primitiva necessità di appropriazione dello spazio pubblico – sia pure virtuale – e assumono un valore immediatamente politico?

C’è forse lo stesso (inconscio) desiderio di politica e di rappresentanza anche nell’analoga performance della ragazza americana figlia della democrazia occidentale? Cosa ha spinto Alia Magda Elmahdy, teen-ager egiziana, a spogliarsi tra le pagine del suo blog, A rebel diary? E Perché Samira Ibrahim – attivista egiziana – è stata sottoposta al verginity test, dopo l’arresto? Mi vengono in mente i body scanners degli aeroporti e quanto e come le società attuali stiano stabilendo nuovi parametri sul crinale del pubblico e del privato – e su quello tra individuo e collettività.

L’influenza del mondo occidentale sulla formazione dell’opinione pubblica rivoluzionaria araba è allora in questo senso da non sottovalutare. Se guardiamo ai profili degli attivisti in rete, molti di essi ha un background culturale misto. A Gennaio, nella sede di uno dei collettivi più noti nel panorama digitale post-rivoluzionario egiziano, ho assistito al workshop di un ex militare inglese su come comportarsi durante gli scontri tra forze dell’ordine e popolazione civile. Era rivolto a citizen journalists di qualsiasi età, colore, sesso, telefonino.

Sicuramente la diffusione dei nuovi media e l’integrazione-ibridazione tra essi e i media tradizionali sta giocando una parte importante nella formazione dei nuovi scenari sociopolitici medio-orientali. Da questo punto di vista il tema della intra/inter-medialità è secondo me uno dei più interessanti, in particolare se si guarda al rapporto tra mass-media e one-to-one media. Se da un lato il citizen journalism crea dei problemi in termini di abuso del cognitariato, allo stesso tempo la partecipazione diretta dei cittadini alla creazione dell’informazione trasforma la percezione passiva della televisione in una fionda pronta a reagire ai commenti degli spettatori e alle informazioni in tempo reale lanciate in rete dall’interazione fra gli utenti.

La domanda irrisolta risiede allora nella modalità con la quale i mass-media inevitabilmente filtrano la valanga di informazioni raggiungibili in rete. Non bisogna inoltre sottovalutare il fatto che i citizen journalists si stanno organizzando attraverso portali di diffusione autonoma, e in questo senso sono potenzialmente pronti ad essere ripensati indipendentemente dal funzionamento dei media tradizionali, o, meglio, in loro diretta alternativa e concorrenza. Tutto ciò nell’ottica dell’annullamento della separazione tra televisione e rete, e in quella, civica, di una nuova forma di cittadinanza attiva – di cui il nome idiota citizen journalism, indicatore linguistico della riduzione di una nuova forma di sentire civico a mero profilo lavorativo più o meno amatoriale, non sembra tener conto.

In questo direzione il collettivo 18 Days In Egypt è, ai miei occhi, un caso esemplare. 18 days è una piattaforma di documentary crowd-sourcing. Funziona così: io e alcuni amici decidiamo di partecipare ad un evento pubblico. Armati di camera, smart-phones, connessione a internet, ognuno fa il suo: chi foto, chi video, chi twitta, chi posta. Una volta a casa, ciascuno di noi potrà editare a piacimento lo stream di immagini e linguaggio generato dalla narrazione collettiva dell’evento a cui io e i miei amici abbiamo partecipato. E tutti i presenti all’evento possono potenzialmente prendere parte alla narrazione.

Ho l’impressione che la primitiva esigenza alla base del progetto sia traducibile nel tentativo di una messa-in-ordine-in-divenire nel flusso scriteriato di immagini e parole presenti in rete. Qualcuno sembra cominciare a sentire il bisogno di mettere ordine nel serbatoio infinito delle glossolalie digital-semantiche generate dai processi di upload esponenziali: aprire e chiudere file, schedare, localizzare, temporalizzare. Contronarrare. Unire i punti del puzzle digitale e controinformare.

Non dimentichiamoci, in questo contesto, che il mitologema mass-mediatico vuol far cominciare da un post di Facebook la sommossa egiziana. L’altro giorno ne sentivo parlare Alaa Abd El-Fattah, attivista egiziano, mentre discuteva via skype con Julian Assange. Alaa è convinto che i mass media occidentali abbiano sovraccaricato la centralità dei nuovi media nelle rivolte arabe per immunizzare il messaggio rivoluzionario e far passare una narrazione fondamentalmente controrivoluzionaria, addomesticante e consolatoria: il rivoluzionario egiziano assomiglia al figlio di Britney Spears. Ciò non spiega, tuttavia, come mai ad un anno dalla rivoluzione il 49% degli egiziani vota per i Fratelli Musulmani e il 25% per i Selafisti.

A fine conversazione, tra una chiacchiera e l’altra, Alaa ricorda a Julian quanto la chiusura della rete e delle linee telefoniche nei diciotto giorni della rivoluzione egiziana sia stata controproducente per il regime, perché proprio a causa dell’impossibilità di accedere alle informazioni attraverso i new media – dai computers ai telefonini, ai telefoni di casa – una grossa fetta di popolazione si sia riversata nelle strade, semplicemente per il bisogno di vedere coi propri occhi. Affidandosi ai vecchi social network – le teterie di quartiere, le moschee, le chiese, le piazze. Mi viene in mente uno dei graffiti che ho visto sui muri del Cairo: l’uccello blu di Twitter dietro il cerchio barrato tipico del divieto: “the revolution will not be twitted”. Quasi un appello alla presenza fisica sul campo, quasi un’affermazione di sfiducia e impotenza nei confronti di uno degli strumenti più popolari della cosiddetta primavera araba. Mi ricordo di Gil Scott-Eron e di The revoution will not be televised.

http://tahrirdiaries.wordpress.com/

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http://18daysinegypt.com/

http://mosireen.org/

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