Cos’è l’individuo gettato nel mondo? Parte di esso o, al contrario, un elemento alienato e manipolatore? Queste sono state in una certa misura le domande che hanno caratterizzato l’edizione 2015 di Sonic Acts, il festival sul rapporto Arte-Musica-Scienza nato ad Amsterdam oramai 16 anni fa e che da allora offre alcuni dei programmi e delle iniziative più stimolanti a livello internazionale a un pubblico composto tanto da esperti quanto da semplici curiosi.

L’evento ha avuto luogo nella metropoli olandese dal 26 febbraio al 1 marzo scorsi, e ha avuto come titolo The Geologic Imagination: il tema al centro di questa edizione era, difatti, l’Antropocene, un argomento la cui ampiezza va di pari passo con la puntualità con cui è stato scelto, in un periodo in cui viene sempre più citato (a volte forse indebitamente) in studi e ricerche che spaziano dalle geoscienze alla sociologia, filtrate da diversi gradi di realismo speculativo.

Il Sonic Acts ha anche pubblicato un libro sul tema, con saggi di Timothy Morton, Douglas Kahn, Paul Bogard, Michael Welland e Raviv Ganchrow, interviste con Dipesh Chakrabarty, Matthew Coolidge, Liam Young, Noortje Marres, Kodwo Eshun, Kurt Hentschläger e Mario de Vega e contributi visivi di Femke Herregraven, Mirna Belina, Ellsworth & Kruse, the Center of Land Use Interpretation, Marijn de Jong e BJ Nilsen & Karl Lemieux. E’ possibile avere maggiori informazioni e ordinare il libro qui: http://www.sonicacts.com/2015/publication-the-geologic-imagination

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Il dato fondamentale su cui si basa questa teoria è rappresentato dall’influenza esercitata in maniera più o meno cosciente dal genere umano sull’ambiente che lo circonda, una dinamica che aggiunge un nuovo capitolo alla lunga e contorta storia del rapporto tra l’uomo e il mondo in cui vive: l’intervento artificiale sull’ambiente è diventato talmente importante e geologicamente significativo da spingere gli esperti a coniare un termine che va a definire una nuova era: l’Antropocene, appunto.

Sebbene ci siano pareri discordanti tra i studiosi della prima ora sul periodo in cui è effettivamente iniziata questa epoca – alcuni propendono per il XIX secolo in quanto età in cui si è sviluppata l’industria pesante con tutto ciò che ne deriva in termini di sfruttamento di risorse naturali ed emissioni mentre altri, invece, guardano allo sganciamento delle bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki come il momento in cui il mondo diventa effettivamente post-atomico e raggiunge un punto di non ritorno – è largamente accettato, tra coloro che hanno adottato questa nomenclatura, il fatto che in questi anni stiamo assistendo a trasformazioni che stanno cambiando per sempre l’aspetto e le dinamiche che hanno regolato per milioni di anni le forme organiche e inorganiche sul pianeta Terra.

Un tema molto vasto che poteva essere affrontato sotto decine di punti di vista differenti nel corso del fittissimo programma del festival; il rischio, insomma, era quello di prediligere determinati pareri sull’argomento a discapito di altri, scansando quindi la possibilità di una discussione aperta e potenzialmente più vivace. Scorrendo i nomi delle personalità chiamate a presentare le proprie ricerche (artistiche, accademiche e non solo) ci si poteva accorgere, però, che il tentativo era più quello di compiere una ricognizione generale sulle diverse sfaccettature dell’argomento, ospitando a volte nell’arco della stessa giornata figure dai pareri molto discordanti.

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Ciò, che può essere giudicato superficialmente come una leggerezza poco coerente, ha infuso altresì al festival un ritmo e un’energia difficilmente riscontrabile in altre manifestazioni del genere, dove spesso può accadere di ascoltare per diversi giorni la stessa argomentazione declinata in decine di versioni tanto diverse quanto, in ultima analisi, simili.

Il programma ha avuto una struttura rigida che ha permesso al pubblico di seguire le iniziative a cui era più interessato senza perderne nemmeno una: il mattino e il pomeriggio erano dedicati alle conferenze organizzate negli spazi del Paradiso, la chiesa ottocentesca sconsacrata che da ormai mezzo secolo ospita alcuni dei concerti ed eventi culturali più importanti di Amsterdam, mentre, alla sera, ci si spostava in zone diverse della città per performance e concerti.

Si è iniziato giovedì con conferenze introduttive sull’Antropocene e sulle sue implicazioni ambientali e filosofiche, davanti ad un pubblico molto numeroso che alla sera ha raggiunto lo Stedelijk Museum, il museo d’arte contemporanea, per assistere alla seconda parte del programma giornaliero: le sale del museo hanno ospitato performance come A Tuned Chord is like a Scientific Instrument Probing the Universe del norvegese Espen Sommer Eide e A Script for Machine Synthesis del tedesco Florian Hecker, che andavano a chiarire il fatto che l’elemento sonoro e l’udito avrebbero ricoperto un ruolo fondamentale nelle proposte del festival. Una menzione a parte per Measure, l’ultimo progetto di Kurt Hentschläger, installazione audiovisiva che riflette sul concetto di natura nel XXI secolo, intesa come insieme di elementi filtrati e mediati dalla tecnologia che usiamo e dalla cultura a cui apparteniamo o che subiamo.

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Il ciclo di conferenze di venerdì, invece, è stato dedicato all’influenza umana per quanto concerne la notte, l’illuminazione artificiale e il cosiddetto light pollution, passando poi alle onde elettromagnetiche (un tema che sarebbe tornato anche nel corso della serata) e all’esplorazione e ricognizione delle ultime zone del pianeta non toccate direttamente dall’influenza umana.

Alla sera, dopo un breve viaggio in navetta, il pubblico ha potuto raggiunto la sala da concerti Muziekgebouw aan ‘t IJ per assistere ad una serie di performance audio visive che hanno proseguito, a loro modo, le discussioni iniziate nel corso della giornata; si è passati dal suggestivo Pasvikdalen di Jana Winderen, un lavoro basato sulla campionatura di suoni in una desolata zona di confine tra Norvegia e Russia, a progetti meno coerenti ma sicuramente più spettacolari come Seismik di Herman Kolgen. Nella grande hall dell’edificio stava, inquietantemente sospesa sulla testa del pubblico, l’ultima installazione dell’artista messicano Mario de Vega, intitolata Dolmen; antenne di vari tipi e dimensioni catturavano e segnalavano con brusii e inattesi sussurri la presenza invisibile delle onde elettromagnetiche che attraversavano lo spazio, dando l’impressone di formare un elemento organico ronzante e minaccioso.

La giornata di sabato ha visto sul palco del Paradiso esperti mondiali che hanno discusso, nel corso delle tre sessioni pomeridiane, della trasformazione del paesaggio naturale da parte dell’uomo (e quindi, implicitamente o meno, sul concetto di paesaggio come elemento esterno all’individuo), di geofilosofia speculativa e dell’impatto del nucleare sul pianeta.

Alla sera diverse performance e concerti si sono succeduti fino al sorgere delle prime luci dell’alba, con un programma molto vario: se all’inizio della serata il pubblico (sicuramente più variegato del solito) è stato impressionato dalle cavernose intuizioni di Robert Curgenven con They tore the earth and, like a scar, it swallowed them, a partire dalle ore piccole si sono avvicendati produttori musicali e DJ che hanno dato un tocco popolare ad un festival che, sebbene fosse strutturato per attirare anche un pubblico meno specializzato, fino a quel momento era stato frequentato prevalentemente da esperti e appassionati.

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Domenica 1 marzo si è aperta infine su una sala conferenze riempita a fatica da un pubblico decimato dalla notte precedente. Una sessione di conferenze più breve di quelle dei giorni precedenti dedicata agli infrasuoni ha fatto da introduzione al main event della giornata, ovvero l’installazione Long Wave Synthesis dell’artista e ricercatore Raviv Ganchrow, situata nei pressi del porto occidentale di Amsterdam e creata appositamente per l’occasione.

Il processo con cui il pubblico ha raggiunto la location ha dato la sensazione di un’esplorazione di un luogo alieno, inabitato e post-umano: una volta giunti con una delle navette, bisognava percorrere un breve percorso tra il bosco per raggiungere, finalmente, un grande prato su cui erano adagiati dei container, contenenti macchinari che producevano infrasuoni a onde lunghe che percorrevano, libere, lo spazio aperto in cui si muoveva il pubblico, lento e impacciato dal forte vento che arrivava dal mare. Questo, assieme alle performance serali di Tonaliens e Gabriel Paiuk negli intimi spazi del Vondelkerk, è stato l’ultimo atto del festival e non poteva esserci conclusione migliore: la terra, il suono e le vibrazioni di cui si era parlato per giorni interi erano finalmente a portata d’orecchio e l’installazione era la degna chiusura di un discorso che, al contrario, è ben lungi dall’essersi concluso.

Il tema è stato aquindi nalizzato, affrontato e studiato da molteplici punti di vista e ha trovato nel programma di questa edizione un momento di confronto e riflessione; la sensazione avuta è quella di aver assistito al tentativo di gettare le basi di un edificio di cui ancora non si conosce la forma, ma di cui si è ben certi delle dimensioni e delle implicazioni – tanto presenti quanto future.


http://www.sonicacts.com/2015

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