Siamo sempre stati abituati a guardare al settore moda come all’area della “creatività e dell’arte”. Tutto vero per carità, è infatti molto probabile che quando tra 500 anni i nostri posteri valuteranno l’epoca attuale da un punto di vista artistico, la giudicheranno guardando le creazioni moda di qualche grande firma piuttosto che attraverso le più scontate opere figurative.

Ma la moda, e tanto più in questi anni di forte spinta tecnologica, sta diventando anche il laboratorio virtuale all’interno del quale vengono sperimentate soluzioni hi-tech che nascono magari nell’industria chimica o nel settore della ricerca ecosostenibile, e finiscono poi per essere parte integrate degli outfit di giovani e meno giovani di tutto il mondo.

L’esempio più eclatante di come la ricerca chimica finisca poi per decretare mode e tendenze, o se non altro per alimentarle, è rappresentato da quei prodotti con cui colorare i tessuti, ormai accessibili a tutti e alla portata di un click, che permettono di trasformare un vecchio pantalone, una t-shirt o una polo, dandole di volta in volta un colore nuovo ma soprattutto diverso, con un semplice lavaggio in lavatrice.

Ma queste tecniche di colorazione fai da te dei tessuti sono solo la punta di un iceberg rappresentato da tutta una serie di nuove soluzioni che la ricerca ha messo a disposizione di chi disegna moda, di chi sceglie i tessuti per le collezioni moda e di chi queste collezioni le indossa.

digitaldown

Come anticipato prima un filo rosso importante della spinta innovativa di questi anni nel settore moda è quello dell’ecosostenibilità; l’obiettivo dichiarato è quello di cercare tessuti e materiali che o mirino al riciclo di scarti che altrimenti finirebbero in discarica, o che oppure hanno il pregio di “ottimizzare” delle tecniche di lavorazione industriale che solitamente sono molto inquinanti.

Vediamone alcuni esempi partendo dall’ambito del riciclo. Quali sono le più importanti novità in questo senso? Una su tutte è quella relativa al PET, materiale che noi tutti conosciamo molto bene in quanto utilizzato per la fabbricazione delle bottigliette di plastica. Ebbene già a partire dagli anni 90 sono state sviluppate delle tecniche di riciclo di questo materiale che fanno in modo che le sue fibre, invece che andare a marcire in discarica alla fine del periodo di utilizzo, possano essere utilizzate per la fabbricazione di t-shirt e giacche.

Un esempio molto noto di collezione che sfrutta il PET è quella di Ermenegildo Zegna che va sotto il nome di “Ecotech”, collezione famosa perché, tra le altre cose ha al suo interno una giacca con integrato un mini pannello solare con cui ricaricare smartphone o ipod.

Anche per il Nylon, materiale molto simile (quando è in forma di fibra) al PET si è trovato il modo di inventare processi di riciclo che hanno poi trovato un loro sfogo commerciale in proposte conosciute al pubblico come quelle di Mipan.

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Ma come anticipato l’innovazione tecnologica in chiave “green” nel corso di questi anni sta rivoluzionando non solo i materiali ma anche i processi di produzione industriale, nel tentativo di renderli più ecosostenibili e meno inquinanti. Lo sforzo più interessante in tal senso è quello che ha portato alla definizione di un nuovo standard di colorazione industriale dei tessuti “tramite aria”.

In pratica non viene più utilizzata l’acqua per mettere a contatto le fibre con il proprio colorante, ne per il fissaggio di tale tintura. Tutto viene fatto attraverso un utilizzo calibrato di specifici getti d’aria. Questa nuova tecnica ha il pregio di realizzare tessuti che presentano la stessa qualità di quelli lavorati secondo le vecchie tecniche, ma sono più rispettosi dell’ambiente visto che per la loro realizzazione è stato possibile risparmiare oltre il 75% dell’acqua.

Laura Mimotti