L’abito storicamente è nato come difesa del corpo dalle intemperie e, allo stesso tempo, come risposta all’innato istinto estetico umano. Nella moda contemporanea, grazie all’evoluzione dell’arte, delle tecnologie e della scienza, il rapporto con gli elementi del tempo atmosferico è molto più complesso. Non si tratta solo di un rapporto causa-effetto: un particolare tipo di clima induce lo sviluppo di determinate soluzioni per ovviare alle sue conseguenze negative, ma anche di rimandi simbolici, citazioni e interpretazioni.

Considerando le creazioni che uniscono tecnologie ICT e moda, o scienza e moda le possibilità di interazione tra abito ed elementi climatici diventano davvero inaspettate e spettacolari.

Inoltre, dalla metà degli anni Novanta le sfilate di alta moda si sono progressivamente avvicinate alla performance art, contaminandosi con elementi teatrali ed esaltando l’immaginario visuale ed emotivo alla base delle creazioni, invece che mostrare solo gli abiti per se stessi. Questo fatto ha portato ad avvicinare la cultura della moda a pratiche di spettacolarizzazione proprie delle performance artistiche, aprendo la strada all’idea di una moda interattiva.

Le possibilità di interazione offerte dalla high-tech fashion vanno in molte direzioni: interazione tra l’abito e chi lo indossa, interazione tra l’abito e l’ambiente circostante, interazione tra chi indossa e chi osserva l’abito, interazione tra diverse istanze di abiti. Verranno analizzati alcuni esempi di particolare interesse, al fine di formulare una lettura della relazione tra elementi naturali, eventi atmosferici e abbigliamento.

hitechfashion2Aria

Bradley Quinn, nel suo libro Techno Fashion del 2002 ha affermato: “Guardare indietro verso gli ultimi due secoli, rivela come la moda stessa possa essere considerata una storia della tecnologia.” [1] Attualmente si potrebbe aggiungere che il legame tra tecnologie, in particolare tecnologie innovative, e moda, diventa ancora più significativo proprio a partire dagli anni Duemila.

La seconda metà degli anni Novanta ha visto la proliferazione dei telefoni cellulari, che permettono di comunicare con i nostri contatti quasi da qualsiasi luogo, anche mentre siamo in movimento. Intorno agli anni Duemila, la diffusione del mobile internet e degli smart phone, invece, ha reso possibile collegarsi alla rete globale e quindi avere accesso a grandi quantità di dati e informazioni in modo veloce e dovunque. Grazie poi alla miniaturizzazione dei sensori e all’evoluzione della tecnologia tessile, che consente di creare dei circuiti anche su supporti di stoffa (soft circuits), è diventato possibile raccogliere dati rispetto all’ambiente che ci circonda attraverso gli indumenti che indossiamo.

Un progetto che si costituisce come una interfaccia indossabile per rilevare la qualità dell’ambiente è Climate Dress del 2009. L’abito è stato realizzato dallo studio Diffus Design [2], in collaborazione con l’azienda Forster Rohner e l’Alexandra Institute e la Danish School of Design. Sull’abito sono cuciti 104 LED su 32 circuiti, i quali creano un pattern luminoso dinamico in relazione al livello di anidride carbonica in cui il vestito si trova immerso. I LED sono connessi attraverso un ricamo conduttivo a dei microprocessori Lilypad Arduino e sensori per rilevare la presenza di CO2.

Climate Dress è realizzato in tessuto di lana come quelli che si usano per gli abiti maschili. La particolarità dell’abito consiste nel fatto che tutti gli elementi sono messi in comunicazione attraverso il ricamo, non c’è nessun tipo di saldatura e le connessioni stesse, oltre ad essere visibili, sono l’elemento di caratterizzazione estetica dell’abito. In questo caso i soft circuits diventano decoro dell’abito senza alcuna soluzione di continuità.

hitechfashion3L’idea di realizzare questo progetto nasce per una esposizione, da presentare in occasione di una conferenza sul cambiamento climatico mondiale. L’abito stesso diventa performance, grazie alla sua estetica mutevole al cambiare dell’ambiente che lo circonda. Michel Guglielmi, co-fondatore di Diffus Design racconta :”Il vestito nasce da una serie di esperimenti con i materiali, al fine di realizzare nuovi tipi di interazioni. Abbiamo riscontrato che i tessuti hanno un grande potenziale per disegnare progetti di interazione con l’ambiente. In seguito abbiamo iniziato una interessante collaborazione con una azienda svizzera [l’azienda Forster Rohner], che stava sviluppando nuove tecnologie per i tessuti.” [3]

Hanne-Louise Johannesen, l’altro co-fondatore di Diffus Design, sottolinea invece l’aspetto poetico del progetto. “Ci sono stati diversi aspetti che ci hanno portato a realizzare Climate Dress. Il primo è stato la nostra nuova collaborazione con questa azienda svizzera che realizza ricami. E così abbiamo iniziato a pensare a come creare dei ricami conduttivi e sostituire i cavi [per la realizzazione di circuiti]. Il secondo aspetto è stata l’occasione, che ci è stata offerta, di presentare le nostre creazioni all’esposizione Health Environment Climate, organizzata durante il Cop 15 Climate Summit [4] di Copenhagen nel 2009.[…]

Noi desideravamo progettare un capo d’abbigliamento che fosse in grado di interagire con l’ambiente. Questo abito è davvero sensibile. Significa che se si soffia sul suo sensore, è possibile vedere immediatamente la reazione attraverso le luci. Il vestito ha un sensore di CO2, che aggiorna la misurazione del livello di anidride carbonica attorno a chi lo indossa in tempo reale. In seguito questa informazione viene tradotta in un pattern dinamico sul vestito. Quello che abbiamo cercato di fare è mimare il respiro umano. Quando il livello di CO2 è basso, è facile respirare e il pattern luminoso suggerisce un’idea di calma e lentamente diventa più o meno intenso in modo ritmico. Quando il livello di CO2 aumenta, il pattern diventa più irregolare e tremolante. Quando il livello di CO2 è molto alto, il pattern inizia a lampeggiare più velocemente. […] Con questo progetto desideravamo provare a raccontare una storia poetica rispetto all’anidride carbonica. Noi abbiamo bisogno dell’anidride carbonica, non possiamo sopravvivere senza di essa, dal momento che fa parte del sistema della vita attraverso il meccanismo della fotosintesi.” [5]

Climate Dress rappresenta il desiderio di raccontare in modo poetico un problema ambientale e far riflettere attorno al problema del cambiamento climatico connesso all’aumento del livello di C02 nell’atmosfera, mettendo insieme nuove tecnologie, ma anche lavorazioni tradizionali come appunto il ricamo.

hitechfashion4Tornado e fulmini

L’abito Tornado Dress del 2007 di Barbara Layne [6] & Diane Morin, con Meghan Price & Maryam Golshayan, è realizzato in lino, stampato con la fotografia di un cielo invaso dal cono di nuvole di un tornado e dalla luce di alcuni fulmini. È stato ricamato con fili conduttori e componenti elettronici tra i quali alcuni LED bianchi.

Tre piccoli sensori di luce sono sono stati cuciti sulla superficie esterna del vestito per rilevare la quantità di luce presente nell’ambiente circostante. Tali sensori attivano i LED e li fanno lampeggiare secondo diverse sequenze, in corrispondenza dei diversi livelli di luce riscontrati, in modo da simulare l’effetto dei fulmini in un tornado. [7]

Le tecnologie che hanno reso possibile la realizzazione di Tornado Dress sono: soft circuits, sensoristica e stampa digitale. Quest’ultima tecnologia, anche se attualmente largamente diffusa, rappresenta tuttavia una acquisizione importante per l’industria della moda. La prima stampante digitale su carta per ufficio risale al 1959, con il modello Xerox 914. La stampa digitale su tessuto inizia invece a svilupparsi solo vent’anni dopo, negli anni Ottanta, [8] permettendo maggiori gradi di libertà espressiva nella realizzazione di disegni da riprodurre e accorciando notevolmente il tempo che intercorre tra ideazione della grafica e la sua riproduzione sul capo finito.

Barbara Layne racconta [9] così la nascita della sua creazione: “Agli inizi degli anni Ottanta, ho completato i miei studi presso la University of Kansas e durante quel periodo la città è stata colpita da diversi tornado. Insieme all’eccitazione psicologica e alla paura di non conoscere il percorso esatto del tornado, si sperimentavano forti sensazioni sul corpo dovute al cambiamento della pressione atmosferica e al colore del cielo. Essendo così imprevedibili, i tornado sono impressionati promemoria della nostra condizione di esseri mortali. Molto più tardi, intorno al 2005, ho cominciato a ricevere una serie di messaggi di posta elettronica che contenevano suggestive immagini di tornado. Erano sempre le stesse fotografie, inoltrate da diversi amici, ma sono state sempre accreditate ad una terza persona: ‘queste foto sono state scattate da un cugino di un amico che vive in Australia’, o ‘queste immagini sono state scattate durante l’uragano Katrina da un amico di un amico’ o ‘foto raffiguranti un evento raro in Saskatchewan’, ecc. Mi interessava scoprire chi fosse il fotografo originale di questi scatti straordinari e attraverso internet ho trovato il cacciatore di tempeste Mike Hollingshead. [10][…]”

In questo caso l’elemento naturale riprodotto è stato tradotto in una immagine per un tessuto ed in un effetto luminoso. L’aspetto lineare e rigoroso dell’abito, di colore blu-grigio, consente di concentrare l’attenzione dell’osservatore sul decoro interattivo, che conferisce un aspetto ironico e moderno alla creazione. Il silenzio nel quale avviene la performance dell’abito (non sono stati inseriti degli effetti sonori) e le ridotte dimensioni del decoro rispetto al corpo umano, creano un effetto di addomesticamento estetico del tornado stesso e quasi una esorcizzazione del fenomeno. In questa direzione va anche la scelta di utilizzare una immagine reale di un tornado, realizzata dal fotografo e cacciatore di tempeste Mike Hollingshead. Anche in questo caso la fotografia congela la furia dell’evento atmosferico in un istante e consente, a posteriori, di osservarne la fisionomia e la bellezza.

hitechfashion5Vento

L’interazione tra moda e vento ha una lunga tradizione. La prima reazione è stata ovviamente il desiderio di proteggersi da questo fenomeno naturale, utilizzando l’abito come una barriera tra il corpo e l’aria. La messa a punto di tecnologie efficaci e confortevoli che rispondessero a tale esigenza è stata una lunga strada percorsa dall’industria dell’abbigliamento.

Lo spunto ad ottimizzare al massimo le prestazioni dei tessuti proviene dalle prime spedizioni sulle montagne più alte del mondo e quindi risale all’inizio del Ventesimo secolo. Intorno agli anni venti del Novecento, il giaccone tecnologicamente più adatto a tali spedizione era il Burberry, realizzato in gabardine.”Le tute anti-vento di Burberry in gabardine erano davvero l’ideale per l’alpinismo, dato il peso leggero, la resistenza, e la capacità di essere traspiranti. Harold Raeburn, uno degli alpinisti più illustri della sua generazione e incaricati di valutare l’abbigliamento per l’arrampicata e le attrezzature per la spedizione sull’Everest del 19121, raccomanda l’uso del gabardine, non ultimo per il suo potere di non farsi intaccare dalla neve.” [11]

Il tessuto GORE-TEX®, uno dei primi “breathable, waterproof, and windproof fabric”, è stato immesso sul mercato nel 1976. [12]

Un nuovo tipo di interazione con il vento, molto suggestiva, è rappresentata dal Flare Dress del 2008 realizzato da Stijn Ossevoort. Il decoro, che richiama la forma del tarassaco, si accende di luce se il sensore contenuto in ciascun fiore, viene attivato da una leggera brezza, dal movimento di chi indossa l’abito o da una piccola carezza o soffio sulla loro superficie. Una volta attivata l’interazione, le luci a LED dei fiori si disperdono lungo l’abito stesso per poi pian piano ricomporsi.

Osservoort afferma: “Ho realizzato molti progetti con Philips. [Bubelle Dress, Frisson Dresses, ecc.] […] Erano vestiti emozional. […] Ma erano dei prototipi, perciò la vestibilità non era un problema. Come prima cosa [con Flare Dress] volevo creare un abito che fosse bello e funzionale.” [13] Per rendere il vestito indossabile infatti il decoro floreale tridimensionale è presente solo nella parte frontale e ai lati dell’abito, al fine di consentire a chi lo indossa di potersi sedere. Inoltre le componenti elettroniche sono state studiate in modo che ogni fiore fosse indipendente dell’altro, in modo che una eventuale interruzione del funzionamento di uno, non influenzasse gli altri, a differenza del sistema realizzato per i vestiti studiati in collaborazione con Philips.”

Secondo le intenzioni del designer, l’abito fa parte della sua ricerca sulla rappresentazione, attraverso la materialità degli oggetti, della volontà di “celebrating banalities”, ovvero ricordarci come le cose semplici della natura che diamo per scontate sono spesso di una bellezza straordinaria. “Stavo insegnando sostenibilità ambientale da un po’ di tempo e sono sempre stato affascinato dal fatto che noi, come esseri umani, ci vediamo diversi dalla Natura. Creando il concetto di Natura, permettiamo a noi stessi di manipolare il nostro ambiente. Noi creiamo oggetti, in modo particolare se guardiamo agli edifici e all’architettura attorno a noi, al fine di eliminare o nascondere i fenomeni naturali, mettendo allo stesso tempo una distanza tra noi e la Natura. Al contrario, ho voluto cogliere la sfida di incorporare un fenomeno naturale all’interno del mio progetto. Ho chiamato questa idea celebrating banalities [celebrare le piccole cose], progettare per svelare la bellezza che tendiamo a dimenticare. E Flare Dress reagisce in risposta al vento, che è un elemento climatico comune ma più importante di quanto immaginiamo. Ad esempio i ragni non posso creare le loro tele in assenza di vento. Un ragno non cammina su e giù per creare una linea; di solito i ragni saltano, allargano le loro zampe nel vento, per creare le prime linee. Il vento, generato dalle differenze di pressione nell’aria, è una necessità per uniformare sbalzi di temperatura sul nostro Pianeta.” [14] Il tarassaco è una metafora che rende visivamente la bellezza del vento.

hitechfashion6Un altro abito che ha interpretato il fenomeno del vento è Sky Dress (2006) di Valérie Lamontagne, artista-designer e ricercatrice presso la Concordia University di Montreal. [15] L’abito fa parte della serie Peau d’Âne, ispirata alla fiaba di Charles Perrault. “La fiaba racconta la storia di una principessa che, per salvarsi dall’obbligo di sposare un amante indesiderato, richiede in dote degli abiti di bellezza straordinaria ma impossibili da realizzare. Il primo abito doveva essere color del cielo e fatto della stessa sostanza leggera e volatile delle nuvole, il secondo doveva essere fatto di raggi di luna e l’ultimo doveva essere fatto di sole ed essere altrettanto luminoso e caldo.” [16]

Sky Dress è stato disegnato come un abito da sera di colore azzurro intenso e presenta un ampia gonna, la quale può aumentare o diminuire di volume riempiendosi d’aria in relazione alla direzione e alla velocità del vento rilevata nella zona circostante a quella in cui si trova l’abito.L’abito è stato realizzato con la stoffa utilizzata per i paracadute, le cui cuciture sono pensate per trattenere l’aria. Esso presenta un sistema di comunicazione Xbee senza fili per rilevare i dati meteorologici di interesse da una stazione meteo posizionata nelle vicinanze. La tecnologia all’interno dell’abito ha subito una evoluzione nel tempo, come descrive la stessa designer: “In ciascun abito della [Peau d’Âne] collection, desideravo esplorare diverse tipologie di tecnologie indossabili. Quando ho creato questo vestito, non esistevano né LilyPad Arduinoné le tecnologie hardware che oggi sono disponibili. Il vestito è stato già mostrato in numero esposizioni dal 2006, di conseguenza le tecnologie impiegato sono state aggiornate diverse volte in relazione a quelle più avanzate di volta in volta disponibili. Nella prima versione abbiamo usatoil software MAX/msp software per gestire I dati ricavati da una stazione meteo Davis Wheater.Attorno alla vita del vestito ci sono 14 dispositivi di gomfiaggio per riempire delle sacche di aria, che si possono attivare in tempo reale a seconda dei dati rilevati rispetto al vento. In questo modo è possibile gonfiare o sgonfiare diverse parti del vestito in relazione alla velocità e direzione del vento, che viene così visualizzato in modo tangibile. ” [17]

Sky Dress interpreta una visione fantastica del vento, propria del linguaggio delle fiabe. Il vento diventa un attore-protagonista all’interno della performance del capo d’abbigliamento. “Gli abiti della collezione [ Peau d’Âne] sono stati mostrati all’interno di gallerie, passerelle di moda e fiere a tema tecnologico .[…] Quello che ho fatto per alcune presentazioni (ed è il sistema che prefersico): presentare questi abiti indossati da persone che non siano delle modelle, perché il modo di muoversi e di camminare di una modella è spesso troppo codificato. Alcune volte ho invitato dei ballerini ad indossare I miei abiti, perché essi padroneggiano molto bene I movimenti del proprio corpo e sono facilitati nell’assumere il ruolo di ambasciatori dell’abito che indossano. Altre volte essi hanno danzato su composizioni musicali (di France Jobin) create appositamente per l’evento e, al termine dello spettacolo, hanno camminato tra il pubblico per rispondere alle domande e dimostrare le caratteristiche tecniche dei vestiti. Ho dovuto insegnare loro come funzionavano gli abiti per metterli nelle condizioni di saper spiegare tali informazioni, aggiungendo un nuovo livello comunicativo all’esibizione. Per un’altra occasione, dedicata in modo particolare ai bambini, abbiamo letto la fiaba ad altra voce e I ballerini hanno interpretato la storia e mostrato l’aspetto magico dell’abito.[…]” [18]

hitechfashion7Acqua

Così come è avvenuto per il vento anche il rapporto tra il corpo e l’acqua è stato inizialmente segnato da un iniziale istinto di protezione, che è culminato nello sviluppo di tessuti tecnici impermeabili.

La ricerca di Helen Storey presenta invece un rapporto con l’acqua del tutto nuovo per l’abito: la solubilità, ovvero la biodegradabilità nell’ambiente. Durante il progetto di ricerca Wonderland, nato nel 2005 dalla collaborazione tra Helen Storey e Tony Ryan, al fine di esaminare nuovi approcci d’uso dei packaging in plastica e il loro smaltimento, sono stati realizzati i Disapperaring Dressings, vestiti realizzati con un tessuto che contiene polyvinyl alcohol, la sostanza che viene utilizzata nelle bustine solubili che rilasciano detersivo in lavatrice.

Questi eleganti abiti si sciolgono in acqua gradualmente e si trasformano in una forma facilmente riciclabile. Gli abiti sono stati pensati per una mostra che facesse riflettere sulla necessità di adottare stili di vita e di consumo maggiormente sostenibili per l’ambiente. Degli abiti, semitrasparenti e colorati, vengono presentati appesi uno ad uno ad una carrucola e sospesi al di sopra di una grande vasca circolare d’acqua. Lentamente la carrucola fa scendere gli abiti che progressivamente scompaiono nell’acqua sottostante. [19]

Queste creazioni sembrano apparizioni oniriche, evanescenti e dall’estetica molto ricercata, si sciolgono nell’acqua in modo molto aggraziato creando delle macchie di colore simili a quelle provocate dall’inchiostro versato nell’acqua. In questo caso l’abito è una metonimia che rappresenta, attraverso un oggetto, un nuovo stile di vita da promuovere. La scelta dell’acqua, come elemento naturale primordiale che origina la vita e alla quale si deve ritornare per concludere il ciclo.

L’evoluzione della chimica dei materiali ha reso possibile la realizzazione del tessuto solubile. L’evoluzione della chimica degli inchiostri per la stampa su tessuto ha invece reso possibile la creazione di Orange Butterfly Dress di Amy Winters [20] del 2002. L’abito, stampato con inchiostro fotocromatico e idrocromatico è in grado di interagire sia con la luce solare che con l’acqua cambiando colore.

L’abito fa parte della collezione The Awakening of Insects, letteralmente “il risveglio degli insetti”, il cui filo conduttore è l’immagine degli insetti che vivono nella foresta e sono in grado di interagire con le forze della natura quando la primavera. La designer ci racconta infatti che: “Guardare le trasformazioni della natura è davvero importante per il mio lavoro. La natura è la forza trainante dietro tutti i concetti. Gli elementi, la temperatura, la pressione, il vento, l’umidità e la pioggia sono al centro dell’ispirazione progettuale e il mio amore per la narrazione, la letteratura e l’arte di creare immagini e film è utilizzato come metodo di ricerca.[…] Orange Butterfly Dress è ispirato alla farfalla irlandese Orange Tip. Con tonalità di bianco e arancione (ambra, carota, mandarino) una bellissima farfalla. Non appena si spruzza acqua sul vestito bianco, i riflessi aranciati iniziano a comparire.“ [21]

Questo progetto, esposto per la prima volta durante l’Irish Innovation Award del 2012, usa l’acqua e il sole per cambiare l’immagine del capo d’abbigliamento, per svelarne una identità nascosta mimando il ruolo della primavera nel risvegliare la natura dopo l’inverno.

hitechfashion8Luce Solare

Come viene spesso ricordato, anche la luce solare, nonostante sia molto piacevole, presa in dosi eccessive può danneggiare la nostra pelle. La migliore protezione è la schermatura, ovvero frapporre fra il corpo e l’ambiente una barriera che blocchi i raggi nocivi. La luce è in grado di penetrare attraverso le più piccole feritoie, perciò più fitta è la trama del tessuto che indossiamo, più saremo protetti.

Non è molto noto invece il fatto che, nel 1966, è stato ideato un sistema per assegnare un punteggio ai tessuti, in relazione alle loro capacità schermanti rispetto ai raggi UV. Tale sistema, chiamato etichetta UPF (Ultraviolet Protection Factor) è stato sviluppato da ARPANSA (l’Australian Radiation Protection and Nuclear Safety Agency), il principale organo australiano in materie di protezione da radiazioni e sicurezza nucleare. Il sistema è divenuto uno standard solo nel 1996 e tutti i produttori di tessuti e abbigliamento che desiderano ottenere tale etichetta devono sottoporre i propri prodotti ad una serie codificata di test effettuati dalla stessa associazione. [22]

Un approccio molto interessante nel rapporto tra abito e luce solare, è lo UV Dress di Diffus Design, in collaborazione con l’Alexandra Institute e con la fashion designer Mette Lindberg e l’interaction designer Martina Uhling. Si tratta di una vestito che presenta delle aperture circolari, simili all’obbiettivo di una macchina fotografica in diversi punti della sua superficie.

hitechfashion11“L’abito UV Dress è stato progettato per una mostra sulla salute della pelle rispetto all’azione dei raggi UV. Volevamo creare una dimostrazione di come il nostro comportamento in relazione al sole potesse suggerire un modo di vestirsi più creativo. Si tratta di una interpretazione artistica dal momento che il vestito è stato realizzato a mano e non era inteso come un prodotto in sé. Le aperture [sulla superficie del capo] sono le stesse che si trovano in una macchina fotografica, realizzate in tessuto ad alcuni materiali rigidi e si possono aprire e chiudere in relazione a quanto sole ci si espone. Abbiamo messo dei sensori UV sulla spalla del vestito in grado di rilevare il livello di raggi UV. Ci sono anche alcuni piccoli motori. In questo senso si tratta di un abito molto meccanico. I piccoli motori permettono alle aperture di aprirsi e chiudersi in base al livello di raggi UV rilevato.” [23]

Come si può evincere dalla descrizione fatta da Hanne-Louise Johannesen, il vestito è una sorta di affermazione artistica rispetto a come i raggi UV interagiscono con la nostra pelle. Quando il livello rilevato è molto elevato, le aperture si chiudono completamente per evitare che la luce colpisca la pelle. Quando il livello è basso, le aperture si dischiudono e la luce può raggiungere la nostra pelle.

hitechfashion9Protezione Climatica Multifunzione

Come abbiamo visto negli esempi analizzati, la tecnologia e la scienza consentono di immaginare di dotare i nostri abiti di funzionalità molto avanzate. Negli ultimi anni il progredire degli studi e della ricerca nel settore dell’abbigliamento ha portato ad affrontare la creazione di capi e accessori secondo un’ottica progettuale sempre più vicina al product e interaction design e non solo allo stilismo. L’abito non è più da considerarsi come mero involucro estetico del corpo ma come un oggetto a tutti gli effetti, dotato di funzione e identità propria, che può trasformarsi in risposta al variare del meteo e delle esigenze ad esso connesse.

Nel 2003 ho realizzato il concept per un giaccone invernale che ho definito “protezione climatica multifunzione”. Stimolare l’utente a vedere l’abito come protezione e protesi, razionalizzare le componenti del vestiario creando un’estetica basata sulle componenti funzionali, sfruttare le medesime parti in diversi modi, suggerendo l’idea di un sistema di unità interagenti tra di loro e con il corpo sono state le linee guida di questo capo d’abbigliamento. Da tali considerazioni è nato Prometeo [24]: un oggetto da indossare atto a proteggere dagli accidenti climatici invernali e caratterizzato dalla composizione di diversi elementi che, separati dal nucleo principale, godono di funzione e vita propria per poi, una volta adempiuto al loro compito, ritornare nel loro alloggiamento iniziale.

Il nome nasce dall’unione di protezione e meteo, ma si riferisce anche al mito greco in cui Prometeo era il dio che aveva insegnato al genere umano le regole e le astuzie della sopravvivenza, che aveva dato loro il fuoco come difesa, ma anche “colui che vede oltre” ricordando come una delle caratteristiche principali dell’oggetto è quella di contenere in sé tutto ciò di cui si potrebbe necessitare una volta usciti di casa, consentendo a chi lo indossa di fronteggiare agevolmente i mutamenti meteorologici.

Il collo ripiegato consente di evitare l’utilizzo della sciarpa, una parte di esso può essere staccata e si trasforma in cappello a tesa larga per riparare dalla pioggia e della luce bianca del sole invernale.

Realizzato esternamente con il tessuto ad altra prestazione, in grado di proteggere da pioggia, vento e neve, ma anche molto elastico nelle quattro direzioni, prevedeva l’impiego di una fodera interna in tessuto anti-onde elettromagnetiche con trame di argento e carbonio. Sulla superficie del giaccone sono state distribuite delle applicazioni in un tessuto impermeabile e altamente catarifrangente, che garantisce di segnalare con efficacia anche di notte la presenza di chi lo indossa.

La tasca posta sulla spalla destra, è un alloggiamento per una mascherina anti-smog usa e getta. Tale posizione consente di sfruttare la forma stessa del corpo come supporto ed evitarne lo schiacciamento. Mentre la tasca posteriore può essere staccata e trasformata in una shopping bag.

hitechfashion10In questo caso l’abito è inteso come un vero e proprio strumento di protezione, un involucro adattabile ai mutamenti climatici, ma voleva anche ricordare come inquinamento e smog facciano ormai parte integrante dell’ambiente in cui siamo immersi ed è necessario proteggersi da essi così come dagli accidenti climatici. Questo tema è rimasto ancora oggi molto sentito, infatti nel 2015 sulle passerelle della moda parigina, la designer cinese Masha Ma ha introdotto, in modo provocatorio, nella sua collezione primavera-estate delle mascherine anti-smog decorate in abbinamento agli abiti indossati dalle modelle.

Come le sperimentazioni presentate hanno dimostrato, l’high-tech fashion rappresenta la possibilità reale (grazie allo sviluppo delle tecnologie nei settori del wearable computing, della scienza e dell’industria tessile) di dare agli abiti funzioni prima solo immaginate dal cinema e dalle altre altri. Questo concetto di moda ha la sua forza, nel fatto che il livello di sviluppo tecnologico di oggi, consente davvero di ipotizzare di inserire funzionalità di rilevamento di dati rispetto all’ambiente circostante e di variazioni nelle textures stesse del tessuto anche in abiti da indossare nella vita quotidiana.


Note:

[1] – Bradley Quin, Techno Fashion (Oxford: Berg, 2002), 3. Traduzione in italiano dal testo originale realizzata da Maddalena Mometti.

[2] – Diffus Design è uno studio di progettazione con base a Copenhagen, fondato da Michel Gugliemi e Hanne-Louise Johannesen. Sito web: http://www.diffus.dk, data di ultimo accesso 14 dicembre 2015

[3] – Intervista via Skype a Michel Gugliemi, co-fondatore dello studio Diffus Design, realizzata da Maddalena Mometti in data 1 dicembre 2015. Traduzione in italiano dell’intervista realizzata da Maddalena Mometti.

[4] – Il nome ufficiale della conferenza è United Nations Climate Change Conference, ma è comunemente nota come Copenhagen Summit. La conferenza si è tenuta presso il Bella Center di Copenhagen, Danimarca, tra il 7 e 18 dicembre del 2009.

[5] – Intervista via Skype a Hanne-Louise Johannesen, co-fondatore dello studio Diffus Design, realizzata da Maddalena Mometti in data 1 dicembre 2015. Traduzione in italiano dell’intervista realizzata da Maddalena Mometti.

[6] – Barbara Layne è direttrice dello Studio subTela presso l’Hexagram Institute di Montreal.Lo studio si dedica allo sviluppo strutture per tessuti intelligenti per effetti artistici e funzionali. Materiali naturali sono tessuti insieme a sensori e microcomputer per conferire la possibilità di interagire a stimoli esterni.

[7] – Un video realizzato dalla stessa autrice, descrive in modo più efficace la delicatezza dell’effetto luminoso. Il video è visualizzabile a questo link: http://subtela.hexagram.ca/Pages/Tornado%20Dress.html data di ultimo accesso 15 dicembre 2015.

[8] – H. Ujiie. Digital Printing of Textiles, (Cambridge: Woodhead Publishing Limites in associazione con The Textiles Institute, 2006), 2, ISBN 978-1-85573-951-2

[9] – Corrispondenza via e-mail tra Barbara Layne e Maddalena Mometti, e-mail scritta in data 9 novembre 2015. Traduzione in italiano della corrispondenza realizzata da Maddalena Mometti.

[10] – Sito web di Mike Hollingshead, http://stormandsky.com/ , data di ultimo accesso 15 dicembre 2015

[11] – George W. Rodway. “Mountain Clothing and Thermoregulation: A Look Back”. Wilderness & Environmental Medecine (2012), Volume 23, Issue 1: p. 91-94, http://www.wemjournal.org/article/S1080-6032(11)00329-2/fulltext, data di ultimo accesso 15 dicembre 2015

[12] – Sito web aziendale GORE-TEX, http://www.gore-tex.com/en-us/experience/our-history, data di ultimo accesso 15 dicembre 2015.

[13] – Intervista via Skype a Stijn Ossevoort realizzata da Maddalena Mometti, in data 10 novembre 2015. Traduzione in italiano dell’intervista realizzata da Maddalena Mometti.

[14] – Intervista via Skype a Stijn Ossevoort realizzata da Maddalena Mometti, in data 10 novembre 2015. Traduzione in italiano dell’intervista realizzata da Maddalena Mometti.

[15] – Sito web personale di Valérie Lamontagne, http://valerielamontagne.com, data di ultimo accesso 3 febbraio 2016

[16] – Intervista via Skype a Valérie Lamontagne realizzata da Maddalena Mometti, in data 2 febbraio 2016. Traduzione in italiano dell’intervista realizzata da Maddalena Mometti.

[17] – Intervista via Skype a Valérie Lamontagne realizzata da Maddalena Mometti, in data 2 febbraio 2016. Traduzione in italiano dell’intervista realizzata da Maddalena Mometti.

[18] – Intervista via Skype a Valérie Lamontagne realizzata da Maddalena Mometti, in data 2 febbraio 2016. Traduzione in italiano dell’intervista realizzata da Maddalena Mometti.

[19] – Sito web del gruppo di ricerca di Helen Storey, http://helenstoreyfoundation.org, data di ultimo accesso 15 dicembre 2015.

[20] – Amy Winters è una new media artist e designer di moda, fondatrice dello studio Rainbow Winters. Sito web dello studio, http://www.rainbowwinters.com, data di ultimo accesso 28 dicembre 2015.

[21] – Corrispondenza via e-mail tra Amy Winters e Maddalena Mometti, e-mail scritta in data 23 dicembre 2015. Traduzione in italiano della corrispondenza realizzata da Maddalena Mometti.

[22] – Sito web dell’associazione, Australian Radiation Protection and Nuclear Safety Agency, http://www.arpansa.gov.au, data di ultimo accesso 15 dicembre 2015

[23] – Intervista via Skype a Hanne-Louise Johannesen, fondatore dello studio Diffus Design , realizzata da Maddalena Mometti in data 1 dicembre 2015. Traduzione in italiano dell’intervista realizzata da Maddalena Mometti.

[24] – Maddalena Mometti, tesi di laurea in Design del Prodotto, presso l’Università Iuav di Venezia; relatore: designer Franco Clivio; anno 2003