Dal 3 novembre 2015 la Fondazione Merz presenta Christian Boltanski DOPO, un’esibizione solitaria a cura di Claudia Gioia.
Per la prima volta Christian Boltanski (Parigi, 1944), uno dei più grandi interpreti della vita contemporanea, mostra le sue opere a Torino con un nuovo progetto specifico per l’esposizione che si svolge all’interno della galleria della Fondazione ed è concepita come un’installazione totale, una narrativa corale che si rivolge sia alla memoria individuale che a quella collettiva, intrecciando il passato al presente, incoraggiando promesse incustodite, ricombinando la storia con la vita personale di ognuno di noi.
La storia e la durata della vita sono i temi trattati da Boltanski. La vulnerabilità rappresenta la sua forza e riflettere sull’assenza è un modo per esprimere la sua passione per il mondo reale. Quindi Boltanski crea il suo archivio personale, muove le ombre intorno allo spazio della galleria oppure, attraverso i volti di sconosciuti che emergono da fotografie ritrovate, riporta in superficie ricordi dimenticati; l’artista sincronizza il suono del battito del cuore umano al ritmo della storia, crea scenari con abiti vecchi così che le storie individuali non possano sparire; attraverso l’ironia studia il destino e le sfide, la precarietà delle cose da suggerire all’arte del tempo.
La mostra inizia con un’importante installazione che consiste in all’incirca 200 fotografie su larga scala, stampate su tela. Dal soffitto scendono dei ritratti di volti e immagini di sprazzi di vita quotidiana presi dall’archivio personale di Boltanski, costruito nel corso degli anni e dove le storie si condensano in uno sguardo, in un ritratto, in uno scatto. Queste fotografie si trovano in tutta la galleria e il loro movimento costante creato dalla sospensione è un invito ai visitatori al lasciarsi andare al flusso del tempo e della memoria.
E poi che succede? E quanti avvenimenti sono già successi nella vita della gente, nei loro ricordi e negli eventi passati, accaduti per caso? Le fotografie volano come gli avvenimenti della vita. I visitatori possono decidere si guardarli oppure girare attorno, ma alla fine dovranno lasciarli andare e pensare a cosa succederà.
Una serie di sequenze veloci – simili a flashback che vanno dall’infanzia all’età adulta – si soffermano sul volto di Boltanski, Entre Temps. Le sue fotografie si prestano al gioco del tempo che passa, mentre i ricordi cambiano e si restringono fino a diventare delle ombre. Ombre che appaiono all’improvviso, come forme snelle tremanti che si allungano sulle pareti evocando presenze che indugiano tra il sogno e la realtà, in un gioco dove l’aspetto del divertimento è combinato all’ansia, all’illusione e all’inganno.
Come nelle fotografie, queste ombre mettono enfasi sulla precarietà umana, sullo sforzo di tenersi a ciò che sta fuggendo, con particolare insistenza al coinvolgimento personale dell’uomo nella narrativa collettiva chiamata vita, storia, pensiero.Nel video Clapping Hands, un applauso liberatorio accompagna i visitatori mentre si dirigono al piano inferiore della Fondazione. Questo è il tributo di Christian Boltanski al lavoro di Mario Merz e l’abilità di essere presente nel proprio tempo, nutrendolo e rendendolo fruttuoso per chi verrà dopo.
La mostra termina con due installazioni importanti. La gallerie è riempita di scatole di cartone coperte di cellophane impilate l’una sopra l’altra per creare diverse costruzioni di dimensioni diverse: torri instabili, archivi frammentati – un’evoluzione delle scatole di biscotti tanto mate da Boltanski – sul pavimento come se fossero state dimenticate lì, solo leggermente illuminate dalle lampadine che creano la parola DOPO nel buio.
I ricordi sono proprio lì e, come un circuito celebrale, aspettano solo di essere riattivati aprendo i cassetti, guardando nelle storie della vita di tutti i giorni e giocando a rinfrescare la memoria con il presente. La mostra è accompagnata da una pubblicazione con immagini delle opere di Christian Boltanski e installazioni in mostra alla Fondazione Merz, l’intervista del curatore con l’artista e un saggio del filosofo Massimo Donà.






