È una giornata soleggiata di luglio, te ne stai sdraiato su un prato al limite della foresta, e il suono delle cicale ti invoglia ad appisolarti. Poi invece scopri che questo suono familiare proviene da centinaia di piccoli insetti meccanici. Sogno, incubo o semplicemente un interessante sviluppo della sound art contemporanea? Ne abbiamo parlato con Bob Meanza, autore dell’installazione Cicadas.

Le Cicadas sono piccoli insetti robotici, costruiti con componenti elettronici (relé, piezo, cicalini) e microcontroller AVR. Le Cicadas v1.0 nascono per un progetto installativo di sound art, mentre la seconda generazione di insetti (v2.0) è in fase di sviluppo. Una Cicada è costituita da un microcontroller (il “cervello”) connesso a un componente vibrante (l’emettitore sonoro). Una piccola batteria e un interruttore on-off completano il corpo dell’insetto, che dopo la saldatura è pronto per iniziare la sua vita. Non appena le Cicadas vengono accese, iniziano ad interagire con l’ambiente circostante: in una stanza vuota e silenziosa, l’installazione finirà per attirare l’attenzione su di sé, ma in un ambiente sonoro naturale, gli insetti mescoleranno la loro voce alla miriade di eventi sonori creati dall’uomo e dalla natura.

Bob Meanza è lo pseudonimo di Michele Pedrazzi, media artist e musicista elettronico nato a Verona nel 1978, ora residente a Berlino. Bob Meanza crea musica attraverso robot di vario genere e dimensioni, che siano caricati a molla o dotati di processore quad-core, ma ha studiato pianoforte jazz con Riccardo Massari Spiritini a Verona, poi con Fabrizio Puglisi a Bologna, dove ha seguito anche i corsi di composizione multimediale con Nicola Zonca presso lo Studio Arkì. Nel 2004 ha vinto la borsa per il dottorato in Semiotica diretto da Umberto Eco, che ha concluso nel 2008 con una tesi sull’improvvisazione in musica. Dal 2010 ha frequentato i corsi di musica elettronica del Conservatorio di Bolzano (con Carlo Benzi, Massimiliano Viel, Nicola Baroni).

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Dal 2012 lavora con l’artista Marco Mendeni su “I’m not playing”, progetto multi-piattaforma di game art, presentato al festival Robot#06, Bologna e FILE di San Paolo, Brasile. 

Ludovico Ristori: Ciao, Bob! Partiamo da una domanda di base: che cos’è per te la “sound art”? E come ci sei arrivato?

Bob Meanza: Per me la sound art è semplicemente un campo d’azione molto ampio – fortunatamente non ancora ben definito – che comprende tutti coloro che lavorano in modo creativo con il suono. Quella che chiamiamo “musica” è una specificazione di questa grande categoria. In realtà, io non sono nemmeno sicuro di essere mai veramente “approdato” personalmente alla sound art, nel senso che probabilmente penso ancora come un compositore musicale, anche se mi sto avvicinando a un’installazione sonora! Sono solo alla ricerca di una più ampia gamma di strumenti sonici. E credo che mi piaccia lavorare in uno spazio relativamente giovane e ibrido.

Ludovico Ristori: Nelle tue opere il suono viene prodotto da parti meccaniche controllate da componenti elettronici e non semplicemente riprodotto (per esempio usando il digital player). C’è un motivo particolare dietro questa tua scelta?

Bob Meanza: Da un punto di vista tecnico la riproduzione del suono ha sempre bisogno di una parte meccanica, un “trasduttore”. Non importa il tipo di segnale, per renderlo udibile si deve letteralmente “spingerlo” nell’aria generando onde sonore. E si può usare ciò che si vuole per ottenere questo effetto, da casse hi-fi a relé elettronici, come ho fatto io. E la cosa interessante di questa seconda possibilità è che si forza una tecnologia, rendendo così possibili nuovi collegamenti. Una cassa neutrale ti farà concentrare sul segnale (una canzone, un discorso), al contrario un emettitore bias ha una sua impronta e ti farà concentrare su di lui, su come si situa nello spazio e si connette con te. Insomma darà pù vita alla scultura sonora.

Ludovico Ristori: Da un lato la tua arte imita la natura ma, allo stesso tempo, la nega duplicandola con strumenti tecnologici. Oggi il mondo ha più bisogno di natura o di cultura?

Bob Meanza: Naturalmente la risposta più semplice è che abbiamo bisogno di tutte e due, ma dobbiamo tenerci costantemente aggiornati sul modo in cui sono collegate. Gli artisti hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nello studio del binomio natura cultura, fornendo intuizioni e previsioni. È sempre stato così, e oggi questo costante rinnovamento deve essere ancora più veloce, data la sempre maggiore quantità di nuove e confuse possibilità. Abbiamo bisogno di ancora più arte per fare i conti con tutto ciò. Anche perché oggi le categorie si fondono in modi inaspettati; per esempio potrei considerare una cosa “naturale” come il DNA di un insetto come una tecnologia sofisticata che posso cercare di imitare, come qualche strumentazione aliena trovata sulla Terra. Allo stesso tempo, al giorno d’oggi, un “non ingegnere” come me è in grado di armeggiare con microcontrollori AVR (come quelli che ho usato per Cicadas) con la stessa immediatezza con cui lavorerebbe il legno. Quindi non direi che i miei insetti robotici “negano” la natura, anzi mettono un accento quasi ironico sul mondo nuovo di cooperazione tra uomo e natura.

Ludovico Ristori: Gli insetti vengono spesso legati all’idea di ripugnanza. Per te è diverso se, come nel caso della tua opera, gli insetti sono artificiali? Se sì, perché?

Bob Meanza: Ovviamente i miei insetti sembrano mansueti e sotto controllo, proprio perché le parti artificiali appaiono senza pretese. E in qualche modo sono anche addolcite dalla mia nostalgia per i suoni mediterranei. Ma se pensiamo ai loro parenti fantascientifici, dei nano-robot in grado di entrare nel nostro corpo (come nel romanzo “L’era del diamante”), le cose diventano meno rassicuranti. Quando gli insetti sono tanti, piccoli e non immediatamente visibili, non riusciamo a cogliere i loro movimenti e il loro obiettivo. Gli insetti possono essere incontrollabili – come ci capita oggi con le informazioni e i dati. Questo è anche il motivo per cui vorrei costruire un vero sciame, grande ma in qualche modo nascosto, capace di sovrabbondanza sensoriale.

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Ludovico Ristori: Ci hai presentato degli insetti artificiali che, insieme, interagiscono e costruiscono suoni e atmosfera. Se ti dico “Internet degli oggetti”, cosa ti viene in mente?

Bob Meanza: Il mio primo pensiero è stato “allora non ci vuole molto per simulare un network!”. Nel senso che i miei insetti non hanno capacità interattive, ma semplicemente vanno per la loro strada. È vero però che possono trasmettere un’idea di dialogo e intercomunicazione, solo per il fatto di creare schemi e strutture. Questa potrebbe essere una bella metafora: finti network che alla fine non sono altro che un chiacchiericcio confuso che non contiene alcuna interconnessione reale. Ma, anche in questo caso, per l’osservatore ciò potrebbe avere un significato.

Ludovico Ristori: L’atmosfera che ottieni è molto immersiva, quasi come usare le tecnologie più avanzate, come realtà virtuali, realtà aumentate e altre (o forse lo è di più). Al contrario, i tuoi strumenti sono spartani, quasi retrò. Perché?

Bob Meanza: Il primo motivo è di tipo pratico, dato che sono un umile artigiano e non mi arrischierei a progettare un’installazione di realtà virtuale (per lo meno, non da solo!). Il secondo motivo è che il suono è intrinsecamente immersivo, poiché interagisce all’istante con lo spazio. Ma noi tendiamo a dimenticarlo. Facciamo del nostro meglio con visioni 3D immersive, ma se lo scopo è l’”immersione” o la “spazializzazione”, non c’è niente di più efficace delle tecniche sonore. È per questo che voglio davvero ridurre la complessità dei miei insetti per arrivare a una spazializzazione istantanea. Nessun cavo, nessuna sincronizzazione, nessuna alimentazione a corrente alternata (uso delle pile). Voglio solo lasciare liberi gli insetti nello spazio per riempirlo di suoni.

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Ludovico Ristori: Considerando le recenti evoluzioni della biotecnologia e della nanotecnologia, cosa ne pensi di un nostro possibile futuro come umanità 2.0 o umanità cibernetica?

Bob Meanza: Non ci siamo già aggiornati al 2.0? Per esempio con gli occhiali da vista o gli orologi da polso? O quello era l’uomo 1.9? Sto scherzando, ho solo la tendenza a inserire ogni “futura rivoluzione” in un quadro più generale. Sono molto più affascinato dalla capacità dell’uomo di adattarsi a nuovi contesti. È questa la nostra vera specialità, è una sorta di aggiornamento costante che va ben oltre il 2.0 e cose simili. E oltretutto è davvero umano. Eppure ciò che mi sconcerta è la velocità con la quale sta accadendo tutto questo. Possiamo abituarci a qualsiasi cosa ma … arriverà il giorno in cui i processi di aggiornamento saranno così veloci  solo a loro vantaggio, nel senso che nessuno riuscirá  a stargli dietro? È questo l’uomo 2.0?

Ludovico Ristori: Stai già lavorando ad un nuovo progetto? Hai qualche nuova idea interessante?

Bob Meanza: “Cicadas” è ancora in versione 1.0. Lo considero un progetto in crescita attraverso razze e direzioni differenti. Oltre alla sfida di costruirne molte di più e di sperimentare l’interattività, mi sto preparando per passare a qualcosa di ancora più piccolo: dagli insetti ai parassiti! I nuovi parassiti non funzioneranno in modo autonomo, ma avranno bisogno di un “portatore” da cui ricavare energia. E vedremo se sembreranno ancora così graziosi!

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Ludovico Ristori: Solo per curiosità, qual è il tuo genere musicale preferito?

Bob Meanza: Mi piacciono gli “esploratori  del suono”, dai tipi come Edgar Varèse ai creativi alla Brian Eno. Vivendo a Berlino, seguo l’ambiente dell’improvvisazione radicale (la “Echtzeitmusik”), in cui la gente si sforza di estendere le possibilità del suono dei propri strumenti. Ma sono anche molto affascinato dai ritmi estremamente sfrenati e sperimentali nati in questa città: suoni grandiosi che spuntano nei locali a notte fonda, donandoti la più inattesa esperienza uditiva della tua vita.


http://bobmeanza.bandcamp.com/