Bill Vorn è un artista e accademico Canadese con sede a Montréal. Ha conseguito un master in comunicazione presso la Université du Québec à Montréal (UQAM) nel 1993 e ha ottenuto un dottorato di ricerca in Scienze della Comunicazione presso la stessa università, con una tesi sulla “Vita Artificiale come Media”. Attualmente insegna Electronic Arts presso il Department of Studio Arts della Concordia University (Intermedia/Cyberarts programme) dove svolge il ruolo di professore ordinario.

Le sue opere sono state presentate in occasione d’importanti festival ed eventi internazionali, tra cui Ars Electronica, ISEA, DEAF, Sonar, Art Futura, EMAF e Artec. Ha ricevuto premi e riconoscimenti come il Vida 2.0 Award (1999, Madrid), il Leprecon Award for Interactivity (1998, New York), il Prix Ars Electronica Distinction Award (1996, Linz) e il International Digital Media Award (1996, Toronto).

Nel 1981 ha co-fondato con Tracy Howe il gruppo “electro-rock” Rational Youth e nel 1988 ha creato la Artefact inc., una società di post-produzione. Dal 1980 Vorn ha collaborato con diversi artisti riconosciuti a livello internazionale, in particolare con Louis-Philippe Demers, Robert Lepage, François Girard e Monty Cantsin, Edouard Lock, Gilles Maheu, e Istvan Kantor. Ha lavorato alla realizzazione di performance, installazioni interattive, colonne sonore sperimentali, montaggio del suono, creazione di componenti per film, video, e altri progetti artistici di vario tipo.

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Una collaborazione di grande successo è quella con Louis-Philippe Demers che ha visto nel corso di diversi anni la realizzazione di numerose installazioni e performance robotiche su larga scala – alcuni esempi sono: Espace Vectoriel (1993), At the Edge of Chaos (1995), The Frenchman Lake (1995), No Man’s Land (1996), La Cour des Miracles (1997), The Trial/Le Procès (1999). Il duo Vorn / Demers crea ambienti costituiti principalmente da componenti robotici intelligenti o entità che agiscono e reagiscono in risposta al pubblico. Il loro approccio mira a costruire: “Spazi disegnati per le popolazioni di macchine e organismi cibernetici, le società che esprimono comportamenti metaforici, spazi che sono luoghi surreali e immersiviin cui gli spettatori diventano sia esploratori sia intrusi. Con la creazione di quest’universo di realtà artificiali, cariche di “dolore” e “gemiti”, lo scopo di questo lavoro è di indurre l’empatia dello spettatore nei confronti di questi “personaggi”, che sono soltanto strutture metalliche articolate. Pertanto, vogliamo porre l’accento sulla forza del simulacro dalla perversione della percezione degli animats (animali artificiali, N.d.A.), che non sono né animali né esseri umani, attivato dall’inevitabile istinto di antropomorfismo e proiezione di sensazioni interne, un riflesso innescato da qualsiasi manifestazione che sfida i nostri sensi” (Louis-Philippe Demers and Bill Vorn, “La Cour des Miracles“, The Processing Plant).

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Tale collaborazione di lungo termine ha recentemente portato Bill Vorn e Louis-Philippe Demers a creare la magnifica performance robotica Inferno, prodotta con l’aiuto di The Canada Council for the Arts e co-prodotta con l’aiuto di ACREQ-Elektra, La Maison des Arts de Créteil, Arcadi (Paris), e Le Conseil des Arts et des Lettres du Québec. Inferno sta girando tutto il mondo, recentemente è arrivato anche in Italia, in occasione di Roma Europa Festival, durante l’ultima edizione dell’evento collaterale Digitalife/Luminaria (Roma, Ottobre / Dicembre 2015), organizzato in collaborazione con Elektra.

L’intervista che segue ci fa conoscere meglio l’artista Bill Vorn dai primi passi nel mondo della robotica e delle macchine intelligenti fino ad oggi, Bill ci parla della sua filosofia e delle sue idee, le sue opere e produzioni artistiche.

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Donata Marletta: Inizialmente come ti sei appassionato alle macchine intelligenti e alla robotica? Qual è stato lo stimolo che ti ha condotto ad intraprendere una ricerca così complessa?

Bill Vorn: Infatti, in quel periodo non ero realmente affascinato dalle macchine e dai robot, originariamente ero più coinvolto nel campo della musica e del suono. Quando ho iniziato a lavorare con LP Demers nel 1992, eravamo alla ricerca di un modo per animare il suono e la luce nello spazio, e la robotica si distinse come un buon modo per raggiungere quest’obiettivo. Così le nostre prime macchine erano molto astratte, perché il loro scopo principale era principalmente di proiettare suono e luce. Poiché stavamo anche seguendo le ricerche e i progressi sulla Vita Artificiale, i nostri progetti iniziarono a integrare sempre di più le metafore biologiche. Abbiamo poi iniziato a parlare di ecosistemi delle macchine, tipi di robot e comportamenti artificiali. Non ci volle molto prima che i comportamenti delle macchine diventarono disfunzioni …

Donata Marletta: Nelle tue installazioni d’arte robotica – La Cour des Miracles (1997), DSM-VI (2012) ePrehysterical (2002), Hysterical (2006) eMega Hysterical (2010) Machines, tratti i concetti di disagio e malattia mentale, e trasferisci queste nozioni su una serie di comportamenti disfunzionali messi in atto dalle macchine. Possiamo considerare questi concetti come metafore della nostra società contemporanea?

Bill Vorn: Sì, sono metafore. Ma i robot sono molto metaforici per natura; io spingo l’idea un po’ oltre. Quello che è importante per me è lasciare aperta l’interpretazione, ognuno è libero di proiettare qualunque cosa esso/essa voglia su queste creature, ma se si comincia a provare qualcosa per un robot (dolore, tristezza, qualunque cosa sia), allora posso dire di aver raggiunto il mio obiettivo.

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Donata Marletta: Il concetto di simulacri, e l’interazione con le nozioni di reale e di originale, sembra un tema ricorrente nella tua produzione artistica. Pensi che le entità robotiche (simulacri) in qualche modo oscureranno e supereranno la supremazia eterna dell’essere umano (il reale), portando alla creazione di un mondo parallelo in cui ci possiamo immergere?

Bill Vorn: Se ti riferisci alla singolarità di Ray Kurzweil, siamo ancora molto lontani che questo possa accadere. Sono una persona pragmatica, devo riparare le macchine continuamente, non vedo il giorno in cui saranno loro a prendersi cura di sé stessi. Come nel caso dell’Intelligenza Artificiale, la Singolarità è un concetto poetico che aiuta a vendere tecnologia e i suoi prodotti al pubblico generico.

Donata Marletta: La tua collaborazione di lunga durata con l’artista Louis-Philippe Demers è culminata con la recente performance partecipativa Inferno. Tema principale di questo progetto sono i “Cerchi dell’Inferno” e le corrispondenti punizioni condotte dagli esseri umani. I membri del pubblico indossano armature robotiche, simili a esoscheletri, e s’impegnano in una sorta di danza macabra (danza della morte), coordinata e diretta da te. Puoi dirci di più sul concetto generale di questa performance altamente metaforica e simbolica?

Bill Vorn: Inizialmente ci avevano ispirati diverse rappresentazioni che raffigurano l’inferno come un processo punitivo su più livelli a seconda del tipo di peccati che erano stati commessi in vita. Naturalmente c’è l’Inferno di Dante, ma ce ne sono anche altri, come Ten Courts of Hell di Haw Par Villa a Singapore. Questo è il tema sul quale abbiamo lavorato per sviluppare la performance e la scenografia, ma in seguito, quando abbiamo esaminato le reazioni degli spettatori, a giudicare dai loro sorrisi e dalle loro osservazioni, ci siamo resi conto che non avevamo realmente creato qualcosa simile all’inferno. In realtà, abbiamo creato un paradosso, in cui il pubblico gode nell’essere controllato, in totale sottomissione al sistema.

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Donata Marletta: Potresti illustrarci le diverse fasi del processo di produzione e le difficoltà che incontri quando porti questa magnifica performance in giro per il mondo?

Bill Vorn: Il primo passo è quello di ottenere i finanziamenti per il progetto. Poi c’è la fase del prototipo, in cui costruiamo diversi tipi di macchine e di solito, alla fine, teniamo un solo modello. Segue la fase di replica in cui facciamo più copie del modello (abbiamo fatto 25 macchine per il progetto Inferno). Infine, c’è la fase di programmazione, in cui componiamo la musica e programmiamo i movimenti dei robot con la scenografia generale dello spettacolo. Una volta fatto questo, il progetto è pronto per mettersi in viaggio, e l’incubo della logistica dei trasporti ha inizio. Nel tempo abbiamo accumulato una certa esperienza in questo, dopo tutto non è poi così male. Certo, trovare luoghi dove poter presentare il progetto è un passo molto importante del processo di diffusione.

Donata Marletta: In Inferno e altre tue produzioni tendi a porre l’accento sull’importanza del ruolo attivo e partecipativo del pubblico. In Inferno in particolare, sembra che i partecipanti siano costretti a muoversi e reagire in modo pre-orchestrato. Perché è così importante per te coinvolgere gli spettatori?

Bill Vorn: Sulla base della nostra esperienza precedente, abbiamo voluto vedere quanto vicino potevamo situare le macchine per quanto riguarda gli spettatori, e ne è venuto fuori che sarebbe stato meglio installare semplicemente le macchine sul corpo dello spettatore. Non volevamo imitare esoscheletri reali, che sono generalmente realizzati per aiutare ad aumentare la resistenza del corpo umano, così abbiamo creato delle macchine che costringono il corpo a fare determinate cose. In passato abbiamo creato un lavoro con i robot e i ballerini, ma questa volta abbiamo voluto eliminare la distanza. In questo modo non siamo più nel campo della proiezione, la macchina è proprio lì sulla tua schiena.

Donata Marletta: Sei di base a Montréal, una città che è diventata il focolaio per artisti Canadesi e internazionali attivi nel campo dell’arte digitale. Ci puoi dire qualcosa di più circa l’importanza del contesto in termini di finanziamenti (The Canada Council for the Arts, Le Conseil des Arts et des Lettres du Québec), reti / eventi (ACREQ-Elektra, Mutek, BIAN/MIAN) e centri di ricerca / laboratori (Hexagram, Concordia University and Université du Québec à Montréal – UQAM)?

Bill Vorn: In termini di finanziamento alla produzione, vivere a Montréal è davvero grande. Quando è il momento di creare, abbiamo un incredibile sostegno da parte dei consigli delle arti e da altre istituzioni. Il problema è più sul lato della diffusione, perché oltre ad alcuni festival come quelli che hai menzionato, non ci sono molte opportunità per mostrare il nostro lavoro qui intorno. In realtà, non è solo un problema di Montréal o del Canada, ma dell’America in generale. A tale scopo è molto più facile in Europa.

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Donata Marletta: Un’altra collaborazione di lunga durata è quella con ACREQ-Elektra. Potresti darci qualche anticipazione sulla prossima edizione di Elektra Festival, in particolare sull’evento satellite AUTOMATA: Art Made by Machines for Machines, che si svolgerà all’interno della Biennale delle Arti Digitali (International Digital Art Biennale – BIAN)? Quale sarà il tuo contributo a questo evento?

Bill Vorn: Ci esibiremo per 3 notti al BIAN con l’intero set di 25 esoscheletri. Sarà la prima volta che mostriamo Inferno a Montréal dopo un anno in Europa, molte persone sono informate sulla performance e attendono con ansia di parteciparvi. C’è sempre qualcosa di speciale quando presenti un ​​tuo lavoro nella tua città, anche se non accade di frequente.


http://billvorn.concordia.ca/menuall.html

http://romaeuropa.net/digitalife-2015/inferno-2/

http://elektramontreal.ca/bian-2016.html