Digital art non significa solo oggetti tangibili, fili e schermi. Nimrod Vardi, direttore della galleria Arebyte insieme a Hajni Semsei and Jonathan Jona, uno spazio dedicato alla ricerca e alla pratica della New Media Art e della Performance Art a Londra, crede che il nuovo orizzonte nella ricerca artistica sia il corpo umano, la mente e la relazione che ha con la tecnologia.

In un tempo in cui le tecnologie stanno rendendo le interazioni sia pubbliche che private sempre più visibili, ma allo stesso tempo invisibili, Vardi ha sentito l’interesse e la necessità di concentrarsi sulla parte immateriale dell’arte, oltre ad approfondire le pratiche legate ai new media. Insieme gli artisti, in un contesto di lavoro partecipativo e collaborativo, Vardi crea e promuove progetti che conducono a una riflessione sul ruolo della tecnologia nella nostra vita, presentando performance molto intime e personali che coinvolgono artisti e pubblico.

La Arebyte collabora con artisti locali e internazionali in loco, attraverso laboratori e residenze, e online, sperimentando nuovi modi per coinvolgere il pubblico. Questo è il posto e il momento giusto per esplorare questo percorso, spiega Vardi, dato che non sono molte le gallerie che si occupano di questa forma d’arte, ma allo stesso tempo ci sono molti artisti che si avventurano in nuovi linguaggi digitali.

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Lucia Longhi: Come ti è venuta l’idea della Arebyte gallery?

Nimrod Vardi: Abbiamo iniziato quattro anni fa sotto un nome diverso (ARtCH) come spazio che ospitava open studios, un luogo d’incontro e uno spazio espositivo. Dopo alcuni mesi abbiamo dovuto lasciare i locali, iniziando in tal modo il nostro lavoro come organizzazione nomade, curando spettacoli e progetti in spazi alternativi come cimiteri, parchi, bar, negozi di barbieri. Siamo poi tornati al nostro precedente posto, nel quale avevamo una galleria a parete bianca con quattro atelier. L’anno scorso ci siamo infine trasferiti nell’attuale sede ad Hackney Wick dove abbiamo una galleria di 85mq con quindici atelier.

Lucia Longhi: Dal 2012 la galleria si è concentrata sui new media e sulle arti performative. Per quale ragione? Deriva da una necessità di colmare il divario nella scena artistica multimediale?

Nimrod Vardi: La decisione di concentrarci sui new media e sulle arti performative è arrivata con la sistemazione in una sede più grande. Sono sempre stato a favore di queste forme espressive e credo che ci troviamo nel posto e nel momento giusto. Come curatore rimango affascinato dalle qualità immateriali dell’arte e le ritrovo ancor più nel digitale e nelle performance. Tendo ad annoiarmi molto velocemente e ho bisogno di un cambiamento e di un ambiente più dinamico, come quelli che questi mezzi offrono. A Londra non ci sono molte gallerie che si occupano di queste forme d’arte e riteniamo di trovarci nelle condizione giuste per farlo. Non è semplice, essendo una organizzazione no-profit, e finora ci siamo principalmente auto-finanziati.

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Lucia Longhi: Sono molto interessata all’ultimo progetto che stai presentando (Seeing-I, di Mark Farid: per 24 ore al giorno per 28 giorni, l’artista Mark Farid indosserà un casco per la realtà virtuale grazie al quale sperimenterà la vita attraverso gli occhi e le orecchie di un’altra persona). Raccontaci di più di questo progetto, che porta a una riflessione sulla relazione simbiotica tra il mondo virtuale e quello reale. Ritieni che la tecnologia abbia il potenziale per aumentare le sensazioni e le esperienze umane, o che possa creare un distacco dal mondo reale e gli altri esseri umani?

Nimrod Vardi: Seeing-I è nato da una serie di miei incontri con l’artista, Mark Farid, durante i quali abbiamo discusso di arte, filosofia, tecnologia e politica. Farid è un giovane artista, recentemente laureatosi alla Kingston University, ma da quanto ho visto è una persona molto intelligente e radicale con un vero talento nel trasformare idee filosofiche in opere d’arte veramente ben riuscite.

In uno di questi incontri ho presentato Farid a Josh Harris, la principale fonte d’ispirazione di questo progetto, e il suo lavoro (più precisamente We Live in Public). Quando ci siamo incontrati successivamente e ci ha proposto la sua idea, abbiamo pensato “eccolo qua!” ed è grandioso. Il progetto tocca idee e spunti che spaziano tra filosofia, arte e scienza, ma anche psicologia, cultura popolare, nonché il modo in cui sperimentiamo il mondo. Attraversa tutti i settori, toccandone gli aspetti veramente importanti, e riesce a rimanere artistico e performativo. Mi piace il modo in cui cita crea connessioni tra opere importanti di Marina Abramovich, Josh Harris, Tehching Hsieh, alcuni lungometraggi come Lawnmower, Strange Days e ovviamente The Matrix, e alcuni prodotti mediali più popolari come Goggle Box, Big Brother e altri reality.

L’interrogativo su realtà e virtualità è stato posto da alcune delle menti più brillanti e solleva la questione di che cosa è reale e che cosa non lo è. Tutto ciò che ci circonda è creato dall’uomo, ma quanto è reale? Che cos’è naturale e che cosa non lo è? Come percepiamo il mondo attorno a noi, sapendo che è stato progettato da qualcun altro con intenzioni diverse dalle nostre? La tecnologia svolge qui una funzione bilaterale – da una parte, agisce come un’estensione del nostro corpo, dei sensi e della mente, e dall’altra come uno schermo (nel vero senso letterale) tra noi e l’esperienza reale. In Seeing-I la tecnologia svolge un ruolo cruciale nel trasmettere sensazioni visive e uditive a Mark – che è tutto ciò che conosce come reale. All’inizio potrà rifletterle come qualcosa di soggettivo alle proprie nozioni e alla propria realtà, ma lentamente le sue idee si fonderanno l’una nell’altra. La sua conoscenza di ciò che è reale cambierà (oppure no) e sarà un’altra persona, o qualcun altro sarà lui. Come potrebbe sapere se qualcosa è reale o no, se parla e nessuno gli risponde? Senza alcun contatto fisico? Sono molto curioso di sentire i suoi sogni. Quale ruolo svolgerà nei suoi sogni? Quale forma prenderà?


Lucia Longhi: Questo ci porta al mio prossimo punto: le performance che presenti alla galleria hanno spesso un aspetto intimo e individuale. Si rivolgono e coinvolgono lo spettatore in modo veramente profondo, mostrando un aspetto molto personale dell’artista, come nella video performance Intimations di Cinzia Cremona, o in Seeing-I. Ma c’è un aspetto universale in queste esperienze, nel quale lo spettatore si riconosce. Come scegli gli artisti? Qual è l’aspetto che ti interessa di più in un’opera e che desideri mostrare e condividere con il pubblico?

Nimrod Vardi: Quest’anno (2014) ci siamo concentrati molto sul materiale (gadget, cavi), costruendo cose, per sperimentare il funzionamento del contatto con esse. Per esempio, Choy Ka Fai ha creato un laboratorio di danza, invitando alcuni ballerini, e ha osservato come questi venissero condizionati dalla tecnologia e dalla loro idea di coreografia. Un altro esempio è Kian Peng Ong, il quale ha costruito piccoli bracci robotici che si muovevano e che imitavano il suono delle onde. L’esibizione era il movimento e l’esperienza era il suono. Mi piaceva l’idea di quello che sarebbe successo se si fosse tolto l’uomo dalla scena: il robot avrebbe apprezzato il suo lavoro? Che cosa avrebbe pensato di questi bracci che creano il suono delle onde?

Sento che il mio più grande problema con l’arte è il divario che si crea tra lo spettatore e l’esperienza. Vorrei ridurre queste situazioni e creare uno spazio dinamico, nel quale le opere si sviluppano, dove le persone possono chiedere, commentare e aiutare; mostrare il modo in cui gli artisti pensano, lavorano e creano. Siamo una piccola galleria, ed è sempre stato un problema il pagamento degli artisti, ma credo che un ambiente d’ufficio sia un buon posto per discutere di processi creativi, politica del lavoro ed economia. Lo spazio del laboratorio creerebbe un luogo per la ricerca, un luogo per chiedere informazioni e, cosa più importante, una stanza per gli errori: le cose migliori arrivano dagli errori!

Lucia Longhi: La Arebyte gallery è uno spazio interdisciplinare nel quale le esperienze multimediali incontrano l’essere umano, indagando il rapporto che c’è tra il corpo umano e la tecnologia, la mente umana e i dispositivi artificiali, e il modo attraverso il quale mettere in relazione un lavoro creativo con il pubblico. Qual è la scena artistica interdisciplinare a Londra oggigiorno? Crea business? Ci sono molti spazi a Londra che si concentrano su questo tipo di approccio?

Nimrod Vardi: Londra ha quasi tutto. L’approccio interdisciplinare arriva anche dall’esterno (la Arebyte viene ospitata dagli studi Arbeit, che ospitano quindici persone fra artisti, designer e professionisti) e dipende principalmente dalla prossimità. Londra ha molti spazi di co-working, soprattutto nella nel settore creativo, nell’Information Technology, nel sistema dei media, nell’ambito della Ricerca&Sviluppo ecc. Ma attorno non ha poi così molti luoghi d’arte come le gallerie. Lo spazio Carroll/Fletcher (http://www.carrollfletcher.com/) è uno dei luoghi più interessanti di Londra in questo momento, insieme al Banner Repeater (http://bannerrepeater.org/), lo [SPACE] (http://www.spacestudios.org.uk/), Furtherfield (http://furtherfield.org/) e pochi altri. Detto ciò, ci sono un sacco di curatori indipendenti che lavorano nel settore. Ci sono anche sempre più artisti che si occupano di arte digitale, termine che è molto ampio. Per ciò che riguarda il commercio, ci sono alcune piattaforme online come Sedition (http://www.seditionart.com/) – che Marco Mancuso ha intervistato per Digicult il mese scorso, http://goo.gl/HkE3dC – in cui si è tenuta l’asta Phillips all’inizio di quest’anno, e sempre più negozi d’arte online come Degreeart.com (http://www.degreeart.com/), Saatchi (http://www.saatchiart.com/), ecc.

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Lucia Longhi: Qual è la tua opinione sui prossimi trend dell’arte contemporanea e della media art?

Nimrod Vardi: Prima di tutto deve perdere il “new” … Non sono sicuro di voler speculare sul futuro delle arti così come se si stesse parlando di tendenze e di quale sia la prossima moda, ma credo che ci sia molto da imparare sul mondo “digitale” che ci circonda. Siamo ancora lontani dal sapere di che cosa si tratta e abbiamo molto altro ancora da esplorare in termini di estetica, filosofia e mezzi. Continuiamo a inventare nuove modalità di coinvolgimento, di esperienza, e così probabilmente ci inventeremo una nuova forma d’arte. Un altro argomento di speculazione è: i computer come percepirebbero l’arte e come la farebbero senza dipendere dalla nostra esperienza di arte? Come sarebbe? Userebbero solo 0 e 1? Sarebbero frequenze che non possiamo cogliere? Non lo so, ma è interessante.

Lucia Longhi: A quale pubblico ti vorresti rivolgere con progetti di lavoro ibrido, intermedio e multidisciplinare? Come immagini un nuovo modo di coinvolgimento del pubblico nell’arte, soprattutto quella interdisciplinare e dei new media?

Nimrod Vardi: Credo che il modo migliore per conoscere qualcosa sia quello della vicinanza e della collaborazione. In tal modo, per esempio, per il 2015 abbiamo ideato un programma, e inviteremo il pubblico a prendere parte più attivamente alla costruzione dell’opera. Lo vedo più come un progetto di collaborazione, dove l’artista partecipa alla costruzione dell’opera – la ricerca, lo sviluppo, influendo la forma e la struttura e anche la performance stessa. Può essere qualsiasi cosa, ma l’obiettivo principale è quello di comunicare i metodi e i modi secondo cui gli artisti pensano, lavorano e creano.

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Lucia Longhi: Quali sono i tuoi prossimi progetti e collaborazioni?

Nimrod Vardi: Trasformeremo la galleria in un ambiente di laboratorio/ufficio, prestando attenzione a diversi aspetti del rapporto digitale/umano. I progetti utilizzeranno il laboratorio per la ricerca e il lavoro, mentre l’ufficio diventerà uno spazio per discutere di politica e di esperienza del lavoro. Per i primi sei mesi avremo quattro residenze con gli artisti Alisa Leimane, Marios Athanasiou, Zoe Hough e Nelmarie du Preez. Tutti i progetti utilizzeranno il tema dell’ufficio/laboratorio e guarderanno ai diversi aspetti del mondo dei new media e delle arti performative.