L’arte e la tecnica stanno vivendo una stagione prolifica che dovrebbero saper usare. Le opportunità sono a portata di clic, dunque se non vogliamo occuparci solo di problemi relativi al semplice consumo ma intendiamo studiare il legame significativo che l’immaginazione intrattiene col linguaggio ciò che manca è una prassi produttiva e un progetto di alfabetizzazione che tematizzi il modo specifico con cui l’umanità interagisce col mondo esterno e ne fa esperienza. A parte la complessa e indeterminata natura dell’immagine interna, il nostro panorama visivo esterno infatti è immenso, ma ciò che dovrebbe interrogare la filosofia che se ne occupa è il fatto che la caratteristica più rappresentativa di questo paesaggio visivo è quella di essere continuamente smontato e rimontato in sequenze e percorsi che gli autori di quelle immagini non avevano previsto. Condividere, manipolare e interagire con tutti questi dati visivi ci trasforma in utenti altamente specializzati. Anzi, dal punto di vista delle immagini, siamo un pubblico colto in grado perfino di pensare in modo diverso. Pietro Montani si chiedeva già qualche anno fa se questa alfabetizzazione spontanea avrebbe davvero sviluppato il nostro approccio con la complessità della struttura che usiamo per elaborare il senso del discorso. Oppure se non si stesse affacciando all’orizzonte un altro scenario: quello nel quale tutto il commercio d’immagini che stiamo attualmente manipolando non sia destinato a diventare altro che un fastidioso balbettìo1.


Dovremmo interrogare l’estetica dunque, ma non quella farraginosa e inutile filosofia dell’arte che è sempre più lontana e arroccata. È necessario fare riferimento ad una teoria della sensibilità umana, che si chieda ancora e ancora cosa sono in grado di produrre le immagini e quale sia lo statuto della nostra immaginazione2. Questo interesse verso le condizioni che definiscono l’immaginazione e la sua tendenza a “esternarsi” ha la peculiarità di essere aperto agli stimoli del mondo esterno e a quello delle altre discipline: prima fra tutte la neuroscienza3, la linguistica, la semiotica e il cinema le quali tenderanno a dirci che l’immaginazione è sempre più un dispositivo con specifiche funzioni.

La dimensione interattiva dell’immaginazione umana (oltre a quella riproduttiva che conserva e quella produttiva che progetta) incide sulla modificazione del nostro ambiente e potrebbe (se lasciata a sé stessa) irrigidire il linguaggio e rendere più vistosa la sensibilità.

Quest’ultima opzione oltre a minacciare l’autentificazione dell’immagine è il maggior rischio corso dalla multimedialità, la quale per definizione conosce molto bene il mondo artificiale e potrebbe insistere a stuzzicare solo il nostro continuo bisogno di meraviglia e di sensazione. Il carattere interattivo dell’immaginazione è però il meno indagato perché la sua caratteristica più evidente non è una generica attitudine alla cooperazione interpretativa. L’immaginazione interattiva ha bisogno di un suo specifico dosaggio; quello che segna il confine tra ciò che può essere sperimentato (estetico) e ciò che lo impedisce (anestetico). Ha anche l’esigenza di “esternarsi” in speciali protesi tecniche che vengono indirizzate proprio da lei per realizzare in un’unica soluzione, le due tradizionali tecniche d’apprendimento: quella percettivo-motoria nella quale aveva un ruolo dominante l’immaginazione e quella simbolico-ricostruttiva nella quale il ruolo dominante veniva rivestito dall’intelletto.

Politica dell’immagine

Entrambe queste tecniche vengono riunificate dall’immaginazione interattiva dell’ambiente simulativo R.V che può essere analizzato e studiato esattamente come è stato fatto con i precedenti illustri di questo fenomeno come la fotografia e il cinema. La questione in gioco però sarà la sua capacità di mediare tra densità iconica (cioè quella forza emotiva che ci ha sempre permesso di afferrare il senso delle cose) e la discorsività complessa (quella forza intellettuale che ci permette di avvalerci di sequenze), dunque ciò che si delinea in questo scenario è ancora una volta la politica dell’esperienza estetica. Nel senso che l’ipermediale è niente meno che un’operazione di politicizzazione dell’immagine, specie laddove potrebbe riguardare una progettazione puramente sensazionale dell’immagine. La sensazione impoverisce l’immaginazione, produce disturbi di relazione e dunque è il rischio di una tecnoestetica fine a sé stessa, già di per sè restìa alla complessità dell’incertezza. La sensazione però è in grado di assicurare risultati garantiti di default e di costruire situazioni nelle quali ci si potrà sentire solo sopraffatti dalla potenza delle sensazioni. Tutto questo ordine di risultati è ben lontano però dall’idea di compimento unitario ipotizzata dal concetto di esperienza estetica secondo Dewey e Montani insiste nel dire che se da un lato c’è ancora una pratica artistica che indebolisce la sua parentela con la tecnica, dall’altro ci sono opere d’arte interattive che realizzano appieno il compito di cercare l’indeterminato nella percezione e di essere ciò che dovrebbe essere l’arte: gioco polisemico e eccedenza di senso.

La creazione di immagini è il risultato di una sinergia tra immaginazione e intelletto, ma adesso che dell’immaginazione conosciamo le tre tipologie, sappiamo che, ancora una volta, a cooperare sono l’organismo e l’ambiente, dunque è con Benjamin che bisogna riflettere sul fatto che a trasformarsi è anche la percezione e con essa l’esperienza che innerva la società di massa. Questa prassi che ci conduce dall’indistinto e insignificante fino alla leggibilità e alla salienza è dunque niente meno che un’esperienza di ristrutturazione e dunque è un’operazione di politicizzazione dell’immagine nel senso che in essa che si sperimenta il testo in senso pieno, come evento vivente.

Interpretazioni interattive

A volte, gli oggetti interattivi sono oggetti creativi ma non sono necessariamente opere d’arte. L’interattività infatti è tanto una cooperazione interpretativa che una comprensione riflessiva e dunque, parafrasando Gadamer si può dire che aver appreso un testo significa averlo già applicato alla situazione storica presente. Quando ciò accade in un ambiente interattivo, stiamo sperimentando l’immaginazione interattiva con oggetti che potranno non essere opere d’arte ma che assicurano la stessa pienezza di senso. L’ambiente intitolato il “Laboratorio della mente” di Studio Azzurro presso l’ospedale di Santa Maria della Pietà a Roma4, è senza dubbio una zona di politicizzazione dell’arte ma è anche oggetto/portavoce di una creatività nuova quale quella della rule making creativity. Regole cioè che ridefiniscono la natura e i confini di un ambiente associato consentendo a quello spazio condiviso di riarticolarsi e di trasformarsi. Solo in questo modo è possibile che l’interattività realizzi e vivifichi la dimensione creativa vera e propria, quella che nella sua totale padronanza e conoscenza diffusa realizza la benjaminiana politicizzazione dell’arte.

1 Pietro Montani, Tecnologie della sensibilità, R. Cortina editore, 2014

2 Limitandoci al contesto italiano si vedano rispettivamente: E. Garroni, Immagine, linguaggio, figura, Roma-Bari, Laterza, 2005; Pinotti, Somaini, Cultura visuale, Torino, Einaudi 2016.

3 Mi riferisco al Premio Nobel, Eric Kandel, La mente alterata, R. Cortina editore, 2018