Fabrizio Bellomo porta avanti da alcuni anni la ricerca sulle interconnessioni tra strumenti, rappresentazioni e retoriche del lavoro. Con FILM, presentato nel 2020 con il debutto a novembre al Torino Film Festival (che si è svolto interamente online) nella sezione ITALIANA.DOC, affronta la rielaborazione di proprie esperienze e ricerche sviluppate tra l’Italia, la Serbia, l’Albania e la Germania, paesi nei quali Bellomo ha prodotto interventi e realizzato mostre negli ultimi anni. Il cortocircuito, illuminate e talvolta ironico, tra vecchi e nuovi paradigmi visivi e sociali nella relazione tra essere umano e macchina mette in risalto il continuo ritorno e rinnovamento di dinamiche di smaterializzazione del lavoro, managerializzazione dell’esistenza umana, appiattimento, omogeneizzazione culturale e (auto)sfruttamento. Si tratta di processi in atto da decenni, ma che hanno ricevuto un’accelerazione dall’impulso generato dalla digitalizzazione sempre più integrale attuata durante gli ultimi anni.

Se lo strumento imprescindibile per molti lavoratori e lavoratrici oggi non è più la “macchina” ma il “mac”, citando un sintomatico calembour presente sotto forma di GIF in FILM (nato dal riuso del testo di una tabella educativa trovata in una fabbrica abbandonata), allora la postazione di lavoro non si trova più in catena di montaggio, ma a casa. Ciò che sembra suonare come un’ovvietà nel periodo della pandemia, non avrebbe fatto lo stesso effetto anche solo due o tre anni fa, quando erano poche le tipologie di lavoro, per lo più legate al settore indipendente e creativo a diverso livello, a dover fare di necessità virtù utilizzando parti del proprio letto, divano, cucina, terrazzo e servizi come se ci si trovasse in ufficio.


Il carattere frammentario di FILM mette in primo piano la sua stessa modalità di montaggio e post-produzione, familiare a molti in tante mansioni svolte nel quotidiano: assemblaggi e rielaborazioni di lavori passati, ricerche online, materiale inedito mescolato con citazioni alte e basse, documenti storici, scoperte fortuite, iconografie che ritornano, pause improvvise e fuori luogo, intrusioni commerciali, folgorazioni e disorientamenti, tra notti di lavoro appassionato e svagati risvegli pomeridiani. Una fluidità e flessibilità, a volte ricercate ma più spesso imposte per contratto di lavoro e da molti introiettato come contratto sociale, che, travestite da libertà di scelta e di autodeterminazione, influiscono in maniera strutturale sulla creazione artistica così come in maniera più generale sull’uso dello spazio pubblico, sulla struttura socio-economica e politica di un paese.

L’intervista con Fabrizio Bellomo è nata come uno scambio di e-mail intrattenuto durante alcune notti e alcuni giorni di novembre 2020, tra postazioni di co-working, cucine, stanze da letto, metropolitane, aeroporti e supermercati.

Mario Margani: Come è emersa l’idea di allineare e rendere esplicito con FILM il collegamento tra diversi progetti nati in tempi e luoghi diversi che elenchi anche nella presentazione del film registrata per il Torino Film Festival? Ha giocato un ruolo il periodo di isolamento dovuto alla pandemia o avevi cominciato a lavorarci già da prima?

Fabrizio Bellomo: Ci pensavo forse inconsciamente da tempo e anche la mostra che abbiamo fatto insieme a Belgrado mi ha aiutato a vedere il lavoro d’insieme – anche se suddiviso nei tanti schermi e proiezioni della mostra al KCB, in una sorta di FILM espanso. L’introspezione pandemica ha poi sicuramente agito da detonatore.

Mario Margani: Rispetto ai tuoi due film precedenti, “L’Albero di Trasmissione” (2014) e “E per te canterò tutta la vita” (2015), dove mescolavi in maniera misurata e fluida il piano documentaristico con quello finzionale, con il tuo nuovo “Film” (2020), sei passato a un linguaggio visivo che espone, quasi programmaticamente, gli strumenti adoperati nella produzione del tuo mediometraggio in forma di saggio visivo. Ironicamente, il titolo stesso sembrerebbe esporre una parte dell’apparato produttivo, se non fosse che ciò che osserviamo non è un film, cioè una pellicola, ma un montaggio digitale di frammenti da diverse composizioni multimediali, appunti visivi e documentazioni di alcune tue azioni. Il tutto è tenuto assieme da un discorso che si articola dalla scrivania del tuo laptop, dove tutto inizia, torna e finisce, compresa la vita della zanzara intrappolata nella matrice RGB del tuo schermo led. Rendendo trasparente il funzionamento degli strumenti del tuo lavoro d’assemblaggio di Film, metti l’accento sull’essenza fisica e analogica della tua “fabbrichetta”, passami il termine, cioè il tuo Mac, presentato non come finestra diafana sul mondo, di cui facciamo esperienza quotidianamente, ma come superficie piena di trappole visive, estetiche e ipnotizzanti. Quella è la tua macchina, “il tuo pane”, parafrasando un passaggio di Film dove riattualizzi – come fosse una gif – la frase di una tabella educativa trovata in un’industria dismessa in Puglia anni fa, che recita: “Abbi cura della macchina su cui lavori. È il tuo pane”. Tabella che avevi già utilizzato – ingigantendola – per la tua installazione al Carroponte di Sesto San Giovanni (2012).  

Fabrizio Bellomo: Tutto estremamente puntuale e corretto quello che hai detto. Una sola precisazione su “L’Albero di Trasmissione”: quello è un doc quasi interamente di osservazione. Osservazione se vogliamo a volte di accadimenti indotti, questo sì. Comunque il passaggio delle epoche che si denotava guardando L’Albero di Trasmissione, si ritrova anche in FILM: credo proprio che mi interessino le stratificazioni. Il Mac sovrapposto al Tornio, sovrapposti entrambi da chissà cosa. Da uomini che parlano solo esclamando numeri utili ai comandi vocali indirizzati a quale intelligenza artificiale?
Ci pensi mai che – per assurdo – un uomo potrebbe creare un intero film e non parlo dei miei, ma di roba tipo Interstellar. Beh un’intelligenza superiore potrebbe attraverso i comandi vocali, dettare all’intelligenza artificiale i codici colore – pixel per pixel – e – fotogramma per fotogramma – di un intero colossal. Addio a scrittura, riprese, montaggio, postproduzione ecc ecc. Hai in mente un film e lo detti – codice per codice – al tuo Mac, il risultato alla fine del dettato è il tuo colossal composto. Hai presente quei disegnatori capaci di una memoria visiva strabiliante? In grado di ricordare i dettagli d’interi grandi pezzi di città e ridisegnarli pari pari? Beh se già esistono intelligenze del genere, non è da escludere un futuro in cui – solo alcuni – non avranno bisogno di riprendere più un bel niente, ma solo di eseguire un dettato, un lungo dettato magari. Che trip!

Mario Margani: Mi hai fatto tornare in mente una chiacchierata nata nel periodo in cui raccoglievi in molte città le prove colore delle stampanti, in seguito messe insieme e presentate nel 2015 con la tua personale “Es geht einfach um Nummern” alla Metronom di Modena. Poco prima, era fine 2014, ricordo di aver visitato una mostra su Lászlo Moholy-Nagy presso l’Archivio Bauhaus di Berlino. In particolare un’opera mi aveva fatto immediatamente pensare alla tua ricerca con le prove colore, che tu stesso avevi già accostato ad alcuni degli artisti-professori del Bauhaus. Si trattava del trittico “EM 1, 2, 3 (Telephone Picture)” del 1923: l’opera venne prodotta da una fabbrica di smalti a Weimar, in tre diverse dimensioni e seguendo le istruzioni date da Moholy-Nagy per telefono per quanto riguarda materiali, colori e forme. Si trattava di un’ordinazione telefonica, una di quelle che conosciamo bene, oggi superata dall’ordinazione online o via app, ma identica nel suo fondamento. In “Film” hai lasciato fuori questo capitolo della tua ricerca, sebbene coevo e molto vicino ai temi che affronti, perché collegato a un periodo storico in cui il linguaggio, le forme e l’estetica della macchina hanno avuto una grande influenza nell’ambito culturale e artistico più progressista dell’epoca. Oltre al Bauhaus, basti pensare al Futurismo e al cubismo (penso in particolare a Fernand Léger). Cosa ti ha fatto propendere per lasciar fuori questa parte della tua produzione e ricerca recente?

Fabrizio Bellomo: Non saprei, ma effettivamente un ulteriore capitolo in cui le macchine che producono queste prove colore (già preimpostate nel macchinario e utili a testare contrasti e altri parametri) divengono gli autori di un’intera mostra sarebbe un altro possibile tassello (come peraltro è stato in fin dei conti nella mia mostra di Modena). O forse no, poiché alla fine questi color test preimpostati all’origine, sono frutto di studi e messe in opera umani. Almeno per ora. Alla fine quella mostra rifletteva forse più sul concetto di scarto industriale rappresentato dalle prove colore, in relazione alle opere della Bauhaus.

Mario Margani: Un elemento che torna spesso in FILM è la frase motivazionale, con tante varianti quanti sono i contesti lavorativi nei quali l’hai identificata, amplificata, ri-contestualizzata o persino appropriata, come nel breve mockumentary girato a Kragujevac, in Serbia, nell’area antistante la fabbrica FCA. In realtà l’approccio motivazionale, ottimistico, è figlio dei nostri tempi. In altre epoche questi motti avevano un chiaro scopo educativo, alla stregua di norme da tenere sul posto di lavoro. In altri casi assomigliano a motti propagandistici di regime. Oggi la funzione normativa esplicita è quasi del tutto scomparsa dalle frasi che si trovano nell’ambiente di lavoro, sostituita da locuzioni che puntano a dare coraggio, a infondere calma, ad aumentare l’autostima, ad amare il lavoro “duro” perché divertente. Ma gli scivolamenti di significato che scoperchi con i tuoi interventi generano situazioni tra il sarcastico e l’esilarante, come nel caso della discussione nata nell’aula consiliare di Lumezzane a seguito del tuo intervento nello spazio pubblico della città nel bresciano. La ‘fabbrica’, come il tuo FILM, è espansa, pervasiva. O forse esplosa? Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’ingresso ufficiale della fabbrica a casa, tra le lenzuola, in bagno, senza orari. Seguendo questo ragionamento lo smart working non sembra altro che un’accelerazione del processo di penetrazione del linguaggio e delle forme della fabbrica odierna nella vita privata. Un processo già vissuto negli ultimi anni in quelle posizioni lavorative figlie della smart economy, come nel caso dei rider.

Fabrizio Bellomo: Quando mio padre ha visto “FILM”, mi ha poi mandato questa immagine che aveva scattato negli anni ‘80 – nella fabbrica in cui lavorava come ingegnere meccanico.
Per tutto il resto è così come enunci nel finale. Peraltro sono le 6:59 del mattino, sono nel letto e sto rispondendo alla tua mail: la fabbrica a ciclo continuo 24h è divenuto un modello interiorizzato nelle nostre viscere e palesato dai nostri comportamenti.

Mario Margani: Mi spieghi perché hai inserito nel tuo desktop-film una foto di una coniglietta con due ruote al posto delle zampe posteriori?

Fabrizio Bellomo: In realtà il tutto nasce a Tirana quando una tv albanese aveva invitato me e Romeo Kodra, il curatore del Tirana Art Lab, in un programma tipo Uno Mattina. Romeo mi chiese una foto del progetto di cui non avevo ancora immagini perché ci stavo lavorando su, così d’istinto o alla cazzo di cane, allegai quell’immagine che mi aveva sempre colpito perché sottolineava una meccanizzazione degli arti dell’animale.

Mario Margani: A proposito di Tirana. Il film è un collage d’interventi, incontri e progetti svolti in diversi luoghi, ma uno spazio importante hanno le tue ricerche svolte nei Balcani. Cosa ti attira di quella regione, che si trova di fronte la tua Bari?

Fabrizio Bellomo: Come ha analizzato Alessandro Leogrande, l’Adriatico era per il Sud D’Europa una prosecuzione naturale della Cortina di Ferro. E già questo parallelo basta a spiegare il fascino esercitato sulla mia generazione dai Balcani. Poi c’è lo sbarco della Vlora a Bari, la Stella Rossa di Belgrado che sempre a Bari vince la Coppa dei Campioni e che l’anno successivo chiede al Comune di Bari, di giocare qui un’altra finale al San Nicola, proprio a causa dell’inizio delle guerre Jugoslave. Ricorderai anche tu le reazioni quando eravamo insieme a Belgrado e dicevo ai tassisti di essere di Bari: era sempre una piccola festa. Bari è la città più grande dell’Adriatico, una sorta di capitale adriatica da cui si sono sempre ramificate ricerche verso l’est. Susan Sontag era solita passare dei soggiorni lunghi a Bari e da qui faceva la spola proprio con l’Albania. Così inizia un suo articolo del ‘99:

«L’altro giorno, un’amica di New York mi ha telefonato a Bari, dove mi trovo per un soggiorno di alcuni mesi; desiderava notizie della mia salute, e mi ha chiesto tra l’altro se da qui sentivo esplodere le bombe. L’ho rassicurata spiegandole che il rumore dei bombardamenti su Belgrado, Novi Sad o Pristina non arriva fino al centro di Bari; anzi, da qui non si sentono neppure decollare gli aerei dalla vicina base Nato di Gioia del Colle.»