Hanno già preso lo scalpo di vittime illustri. Nell’ultimo mese hanno ridicolizzato organizzazioni internazionali come Interpol, agenzie governative  statunitensi come la CIA, multinazionali tipo Bayer, Sony. Nella nostra penisola hanno messo off line nientemeno che EquitaliaIl Vaticano e il blog di Beppe Grillo. Stiamo parlando di Anonymous, forse la più importante organizzazione clandestina di hacktivist a livello mondiale.

We Are Anonymous

E’ molto difficile, in realtà, chiarire cosa sia Anomymous; quasi impossibile, poi, dire chi ne faccia parte o dove si trovi. I suoi stessi membri non si definiscono mai un’organizzazione quanto un meme, semplicemente un’idea che si propaga tramite internet. La giornalista Quinn Norton, su Wired nel 2011, li ha identificati essenzialmente come una cultura, un modo di pensare se stessi e la società, assolutamente fuori dai canoni tradizionali – di etica e di legalità – ma contemporaneamente denso di spunti di assoluto interesse.

Secondo alcune fonti Anonymous nasce nel 2003 anche se le sue azioni più importanti sono tutte successive al 2006; molta della sua iconografia, inoltre, è associata al film V for Vendetta dello stesso anno. Gli Anonymous idealmente sono degli epigoni del protagonista, Guy Fawkes, visto come un eroico oppositore dei poteri forti, pronto anche al sacrificio per la difesa di valori e aspirazioni dell’uomo comune. Del cospiratore inglese indossano la maschera per celare i volti durante le apparizioni su web o in carne e ossa. Il loro nome è invece legato al nick anonimo che abitualmente viene usato nelle imageboard come 4chan.org intorno alle quali hanno trovato il loro catalizzatore originario.

Contraddizioni 

La clandestinità dell’organizzazione, la sua matrice sostanzialmente anarchica, la sua natura di collettività in cui singolo agisce sempre e solo a proprio rischio e pericolo, richiamano alla mente gli scenari di George Orwell in 1984 e l’organizzazione ribelle a cui parteciperà il protagonista, La Fratellanza. E’ interessante notare come, con questa, gli Anonymous condividono molti aspetti contraddittori. Il gruppo non ha una testa, ma probabilmente molte, ciascuna con ideali e motivazioni diverse convergenti solo a un livello superficiale, di icone e terminologie. E’, inoltre, in quanto partito liquido (come lo definisce Raffaele Ventura), un gruppo soggetto a una serie di paradossi in parte filosofici, in parte estremamente sostanziali.

Il primo è che esiste e non esiste allo stesso tempo: se chiunque, firmando la propria azione con il nickname anonymous può attribuirla al gruppo, nessuno, contemporaneamente, può dirsi più anonymous degli altri, sempre parlando alla Orwell. L’altro paradosso è legato alle evidenti incongruenze fra premesse ideali e prassi operative. Abbiamo, infatti, una dichiarata ideologia anti mainstream e anti religiosa per un gruppo che utilizza, come simbolo principe, la maschera di un rivoluzionario cattolico, regolarmente venduta dalla multinazionale americana produttrice del film. A causa di tutto questo alcuni (tra questi anche Ventura che è stato obbiettivo di un deface attack) ritengono che il movimento tenderà rapidamente a esaurirsi, come un abbaglio collettivo probabilmente messo in piedi ad arte dalle stesse multinazionali dichiarate come il principale nemico.

Hacker Militia

Le loro operazioni prevedono quasi sempre l’utilizzo di internet e social media, forum e blog in un sapiente mix di strumenti virtuali e reali (come flash mob e apparizioni a comizi pubblici). Concretamente gli Anonymous effettuano attacchi informatici o mediatici verso vittime selezionate.

Alcuni degli strumenti principali utilizzati dagli Anonymous sono topos tradizionali fra gli hacker. Azioni di deface (sostituzione di home pages con propri messaggi), attacchi di tipo DDOS (Distributed Denial of Service, tesi a sovraccaricare i server vittima fino a impedirgli di erogare i propri servizi) e pubblicazioni di elenchi di nominativi riservati e numeri di carte di credito sono, infatti, i loro piatti forti. A causa di questo fatto, per capire qualcosa in più del loro retroterra culturale, può essere d’aiuto accostarli al movimento hacker degli anni ‘90 di Hacker Crackdown e alle parole del celeberrimo Hacker Manifesto. Qui l’anonimo autore dichiara:

Si, io sono un criminale. Il mio crimine è la mia curiosità. Il mio crimine è quello che i giurati pensano e sanno non quello che guardano. Il mio crimine è quello di scovare qualche vostro segreto, qualcosa che non vi farà mai dimenticare il mio nome. Io sono un Hacker e questo è il mio manifesto. Potete anche fermare me, ma non potete fermarci tutti…Dopo tutto, “Siamo tutti uguali”.

Amici, nemici, valori 

Gli Anonymous, in virtù del loro modo di agire, hanno accumulato molti amici e molti nemici. Limitandoci solo all’Italia e agli ultimi post presenti sui loro blog possiamo dedurre il loro appoggio verso i No TAV e gli attivisti del movimento Anti Vivisezione nella vicenda Green Hill. Possiamo capire, viceversa, che detestano la FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), i Carabinieri, il Ministero dell’Interno e il Vaticano contro i quali hanno lanciato operazioni di vario tipo, seguite da immediate rappresaglie.

Che si parli di Italia, Russia o America, comunque, nelle vicende che li coinvolgono, alcuni elementi sono sempre presenti. Da un lato i nostri hanno spesso problemi con la legge e sono tipicamente incarcerati per crimini legati alla sicurezza nazionale, alla violazione del diritto d’autore, al loro essere dei vigilantes della rete al di fuori delle norme degli stati dove agiscono. Dall’altro hanno utilizzato finora la violenza come modus operandi ma, obiettivamente, l’hanno rivolta solo a oggetti immateriali (dati, software, corporate images) e mai a persone in carne e ossa, cosa che non si può dire per i loro oppositori.

Un fatto non trascurabile è che alcune argomentazioni degli Anonymous stanno cominciando a trovare sostenitori anche ben al di fuori della comunità hacker, fatto assolutamente nuovo, rispetto agli anni dell’Hacker Crackdown. Si pensi ad esempio al dibattito sul copyleft, a quello sul peer to pere (vedi l’intervista a Michel Bauwens) e alla richiesta di momenti di democrazia partecipativa al di là dei canali tradizionali: i contributi di Simone Aliprandi e Michel Bauwens nonché il recente successo di movimenti di impostazione antipolitica e di esperienze di bilancio partecipato sono elementi assolutamente significativi in tal senso.

Ultimo aspetto da considerare è che alcune azioni degli Anonymous, pur essendo illegali, si sono fatte sostanzialmente carico di situazioni scabrose sulle quali nessun organismo di polizia o istituzione ufficiale aveva mai voluto o potuto intervenire. E’ il caso, ad esempio, di Operation Darknet, tesa a oscurare una rete di siti pedofili o del reportage Kony2012, contro il signore della guerra ugandese Joseph Kony e la sua rivoluzione costruita sfruttando impunemente vari commandos di bambini.

Conclusioni 

Alla luce di tutto questo, quindi, gli Anonymous sono più angeli o demoni? Forse la verità è che sono entrambe le cose, come ha osservato Al Jazeera nell’articolo Anonymous and the global correction. Forse occorre sempre considerare che, dietro un nome collettivo che racchiude tante persone, ci possono essere sia quelli che combattono nobili battaglie ideali per un mondo migliore sia quelli che vogliono solo appropriarsi di carte di credito altrui, nascondendosi dietro improbabili vesti di moderni Robin Hood.

La teoria del caos ci ha insegnato che i sistemi complessi (come quello della attuale società globalizzata) tendono a trovare propri equilibri autonomamente, al di là dei tentativi di volerne forzarne troppo l’evoluzione dall’esterno. Ci può aspettare quindi che il nostro gruppo avrà ancora problemi con la legge o anche che compirà azioni digitali ignobili tout court; potrà succedere, però, anche che alcune sue operazioni risulteranno espressione di quel senso etico comune che si evolve continuamente e che la legge fa estremamente fatica a inseguire.

Buoni o cattivi che siano, pensiamo che gli Anonymous ci stiano dando uno spunto importante per ripensarci criticamente. Crediamo, come Al Jazeera, che, nel medio termine e magari in parte inconsapevolmente, potranno anche spingerci a realizzare una società più equa.

A meno che non siano soltanto una bufala, ovviamente.