Il main artist dell’edizione 2021 del festival Resilienze presso le Serre dei Giardini Margherita a Bologna dal 9 al 12 Settembre prossimo è Marco Barotti, artista multimediale che ha esposto i suoi lavori in importanti appuntamenti e location come Ars Electronica (Linz), la Saatchi Gallery (Londra), il Polytech Festival (Mosca), Fact (Liverpool), Isea (Montreal), la Dutch Design Week (Eindhoven) e che da molti anni lavora alla creazione di “ecosistemi tecnologici” come metafora dell’impatto antropogenico sul pianeta. Il festival, ideato e prodotto da Kilowatt, è il terzo atto della rassegna “Legami Invisibili” che nell’ultimo periodo pandemico ha indagato in modo assiduo il rapporto che l’arte e la cultura hanno oggi con le grandi trasformazioni planetarie mostrando le interazioni, i legami e le connessioni tra ambiente e società, cercando di esplorare punti di vista alternativi attraverso incontri, dibattiti, installazioni artistiche, presentazioni di libri, workshop, proiezioni, concerti.

E Marco Barotti, di punti di vista alternativi, ne offre in abbondanza. Con una solida preparazione in ambito sonoro e alcune importanti produzioni in ambito musicale (è del 2015 il suo album “Rising” uscito per la Gomma Records), attraverso alcune importanti esperienze in ambito performativo (è del 2011 l’inizio della collaborazione con la compagnia Asphalt Piloten, in una ricerca a cavallo tra spazi pubblici ed happening) e in seguito a una lunga collaborazione con il gruppo di arte pubblica Plastique Fantastique (che ha portato negli anni alla realizzazione di alcune importanti installazioni sonore come Pneumatic Drums (2013-2016), The pulse of London (2015) e soprattutto Breathing Volume (2015)) Marco Barotti ha negli ultimi anni focalizzato la sua ricerca sulla realizzazione di opere robotiche, sensibili e interattive, capaci di mettere in relazione la tecnologia con l’ambiente naturale che viene così mappato, ascoltato, registrato e reinterpretato sotto forma di suoni e movimenti delle sue creature. Come già evidenziato da Digicult qualche anno fa con una bella intervista a cura di Simone Broglia.

Per l’occasione e grazie al supporto del CAA Centro Agricoltura Ambiente Giorgio Nicoli, Resilienze Festival presenterà una retrospettiva di queste sue opere: Clams (2019), una serie di conchiglie come installazioni sonore cinetiche che convertono i dati provenienti dai sensori di qualità dell’acqua in suoni e movimenti, Woodpecker (2018), una collezione di picchi robotici che trasformano in tempo reale le radiazioni invisibili utilizzate per la comunicazione mobile e la tecnologia wireless in pattern sonori, Swans (2016), un gruppo di otto cigni che si muovono liberamente in una vasca composti però da antenne paraboliche come elementi di scarto della nostra societò dei mass media e l’ultima produzione Moss (2021), una scultura sonora cinetica guidata dai dati sulla qualità dell’aria generati dal World Air Quality Index.

Marco Barotti, Moss (2021)

Ho avuto modo di fare due chiacchiere con Marco Barotti, in vista del nostro incontro giovedì 9 Settembre all’interno del programma del festival : questo è ciò che ne è venuto fuori.

Marco Mancuso: Vuoi raccontarci come è nata la collaborazione con Kilowatt per Resilienze e può descrivere brevemente le opere che verranno esposte alle Serre dei Giardini Margherita?

Marco Barotti: Ho conosciuto Nicoletta e i ragazzi di Kilowatt a Linz per l’edizione 2019 di Ars Electronica, durante la quale ho presentato il progetto Clams sul tetto del Post City. Da quel momento abbiamo iniziato a immaginare una esposizione a Bologna e a sviluppare un percorso insieme. Per la prima volta presenterò il mio lavoro in Italia. Swans, Woodpeckers, Clams e Moss saranno esposte nella Serra Madre dei Giardini Margherita.

Marco Mancuso: Nelle tue opere ci sono alcuni elementi che ricorrono, come “impronte” che definiscono e caratterizzano il tuo lavoro: un gioco sottile di mimesi ma anche ironia nel confronto tra cyborg meccanico/tecnologico ed elemento naturale/animale, o ancora il rapporto tra natura pulita e tecnologia riciclabile, ma anche l’hacking di un ambiente naturale per mezzo di tecnologia e ancora il coinvolgimento civile, condivisione dei dati e utilizzo delle piattaforme open di rete. Come ti confronti con questi elementi, come si alimentano nel tuo processo artistico e quali direzioni ti interesserebbe ancora esplorare in futuro?

Marco Barotti: La mia ricerca fonda il suo presupposto sull’idea di progettare un “ecosistema tecnologico” che giochi con le somiglianze con animali e piante, fondendo tecnologia, oggetti di consumo e scarti, in sculture sonore cinetiche che mirino a sensibilizzare le persone sui problemi ambientali. Riguardo il futuro, il lavoro che sto sviluppando per il 2022  riflette sulla nuova rivoluzione digitale e data consumption. Il titolo è Monkeys e verrà presentato in anteprima a Seoul a Giugno del prossimo anno.

Marco Barotti, Swans (2016)

Marco Mancuso: In un periodo storico in cui molti si dannano l’anima a cercare di trovare un senso comune a tematiche legati all’ambiente, all’automazione intelligente, alla visualizzazione di dati sensibili, il tuo lavoro è da oltre un decennio attento a questa contaminazione di linguaggi e contesti. Hai sempre lavorato in equilibrio tra visualizzazione e sonorizzazione di elementi ambientali inquinanti invisibili (radiazioni elettromagnetiche, inquinamento atmosferico, segnali wireless, etc): da dove nasce questo tuo interesse, come lo hai portato avanti in questi anni e che ruolo ricopre il suono in questo processo?

Marco Barotti: Sono arrivato a Berlino nel 2007 come musicista. Durante la prima parte della mia residenza ho avuto l’opportunità di collaborare con creativi di ogni genere e nazionalità. Architetti, coreografi, designers, compositori, attivisti, film makers, street artists. L’insieme di queste esperienze mi ha insegnato a osservare la mia creatività nella complessità di un diverso panorama. Sono stato inspirato a cambiare il mio modo di creare, di vivere, consumare, rispettare e apprezzare. Lentamente mi sono allontanato dalla musica per entrare nel mondo del Media e Sound Art. L’ingrediente finale e credo l’inspirazione più profonda proviene dai miei viaggi e dalle circostanze che questi hanno favorito. Sopratutto in Russia e Asia sono entrato in contatto con una realtà lontana in tutti i sensi dall’Europa. Osservandola con attenzione e curiosità ho visto con i miei occhi la materia e i meccanismi che successivamente sono diventati la linea espressiva delle mie opere. Quando sono arrivato a New York nel 2016 ho percepito una crisi d’identità profonda che mi ha portato a una rottura definitiva con la musica. L’esplosione di questo conflitto ha fatto riemergere me e la mia arte in quello che siamo adesso. Il Suono è l’elemento principale del mio lavoro. Tutto nasce dal desiderio di sonorizzare l’invisibile. Usando frequenze audio come motore portante degli artworks riesco a dar vita alle mie creature.

Marco Barotti, The Woodpacker (2018)

Marco Mancuso: Le tue opere riflettono sul processo di integrazione e dialogo tra essere umano, tecnologia e contesto naturale circostante: come lavori in termini di ideazione e realizzazione, ma anche installazione e interazione, su questo elemento? E che potenzialità osservi in termini di feedback i riflessione dalle persone?

Marco Barotti: Ogni anno produco un lavoro unico e individuale a cui dedico anima e corpo. Ho bisogno di tempo per concepire l’idea, per innamorarmi e lasciarla maturare.

Marco Mancuso: La prima fase di ricerca sta nel trovare la connessione tra l’argomento che voglio affrontare e la creatura simbolica che voglio riprodurre. Inspirandomi alla biologia e alla funzionalità di tale creatura nel nostro ecosistema, cerco di riprodurre metaforicamente un clone tecnologico in grado di alimentarsi, operare e crescere con il complesso dei dati che gli fornisco.

Marco Barotti: La ricerca biologica, la parte concettuale, il design, la fonte dati e la loro sonorizzazione fanno parte di un processo creativo attraverso il quale queste diverse aree si fondono in un’opera capace di stimolare una reazione emotiva.

Marco Barotti, Clams (2019)

Marco Mancuso: Infine, come pensi (se lo pensi) che il tuo modo di fare arte o in generale quello anche di altri artisti che stimi e che sono per te di ispirazione, possa avere capacità di creare un nuovo immaginario per questo pianeta (non solo in termini strettamente ambientali, ma più relazionali e spirituali oserei dire) e di come questo oggi possa contribuire a ricostruire un’idea di futuro desiderabile?

Marco Barotti: Il mio lavoro, come quello della comunità artistica della quale faccio parte, vuole stimolare una discussione sulla “democrazia della terra”. Mirando a inspirare il pubblico a rivalutare e rispettare la saggezza della natura e il servizio della tecnologia.