Nel corso della storia che abbiamo alle spalle, nessun’altra forma di società ha visto l’attuale concentrazione di immagini riguardanti la devastazione della natura o un’altrettanta densità di messaggi visivi circa il peso della distruzione operata dall’uomo. Questi messaggi visivi possiamo ricordarli o dimenticarli, ma di fatto dal punto di vista della ricezione accade che, per una frazione di secondo, facciamo nostri i polmoni verdi di tutto il mondo, minacciati dalla deforestazione e ci lasciamo suggestionare dall’idea dell’innalzamento delle temperature, dalle immagini della crisi climatica o da quella della siccità.

Siamo inclini a immedesimarci vedendo il numero sempre più micidiale di incendi dolosi in Amazzonia, delle devastazioni dell’agricoltura intensiva o delle piantagioni di monoculture in sofferenza per carenza di insetti. Ci stupiscono quelle relative alle continue trasformazioni degli habitat, mal gestiti o non curati e restiamo senza fiato con quelle che ritraggono le spiagge di Bali interamente ricoperte dalla plastica. Sono immagini tramite le quali sperimentiamo cioè quella “simulazione incarnata” di cui parla la neuroscienza; immagini che mettono in gioco interessi disciplinari differenti, dall’antropologia alle scienze naturali, dalla psicologia alle scienze cognitive perché incutono ammirazione e paura o perché sono in grado di suscitare sensazioni fortissime, come se avessero un’efficacia maggiore delle parole (vedi Freedberg, Il potere delle immagini).

Immagini dunque capaci di “agire” sui nostri sistemi valoriali. Figure che ci attivano, mettendo l’accento sulla dimensione culturale della visione.

L’esperienza visiva con questo tipo d’immagini diventa sempre più una forma d’autocoscienza in grado di interferire con le nostre aspettative. Nei report del WWF che spiegano come l’emergenza sanitaria globale provocata dal Coronavirus abbia molto in comune con altre cosiddette “malattie emergenti” ‒ Ebola, Aids, Sars, Influenza aviaria – sperimentiamo la cosiddetta “percezione del corpo” (la Feeling of Body, come la definiscono i neuroscienziati) proprio grazie a quelle cartografie planetarie colorate di rosso e di blu che rappresentano un pianeta molto più piccolo e connesso. La forma ingigantita del virus e le figurine stilizzate della mascherina o del corretto lavaggio delle mani sono diventate meccanismi funzionali in grado di caratterizzare i rapporti empatici generati dalla visione.

Non ci consentono solo il riconoscimento degli atti presenti nelle immagini. Atti che oltretutto vengono prontamente registrati nel corpo dell’osservatore. L’intersoggettività dei rapporti sia reali che finzionali e dunque anche quelli instaurati tra osservatore e immagini, deve essere letta – dice la neuroscienza (in primis Gallese e Wojciehowski) in termini di intercorporeità. È necessario accettare che molti processi di condivisione delle emozioni e delle sensazioni vengano attivati proprio da questi meccanismi di specchiamento.

Queste emozioni vengono attivate anche dal linguaggio figurato e dai temi che divulgatori come David Quammen nel suo celeberrimo libro Spillover affermano essere la conseguenza del nostro impatto sulla natura. Il tema grazie al quale molti hanno sottolineato il carattere “profetico” del suo libro (pubblicato nel 2012), era quello della zoonosi, ovvero il come le malattie trasmesse dagli animali all’uomo, fossero direttamente collegate a comportamenti sbagliati di quest’ultimo. Molte anche qui le immagini sulla vorace spinta sterminatrice dell’uomo, evidente in particolare nella distruzione di ecosistemi naturali e nel commercio di animali selvatici. Visualizziamo cose sconosciute tramite le sue descrizioni ma queste immagini ci stanno insegnando anche che col loro tramite stiamo costruendo senso e creando significati che vanno al di là del linguaggio.  Il primo significato e forse più importante ci dice che il visuale è da intendersi come costruzione visiva del sociale e il secondo (ripetuto molte volte proprio a seguito di questa pandemia), ci assicura che la nostra esperienza è – anche dal punto di vista visivo – intimamente intrecciata a quella di chi abbiamo intorno in un gioco di cerchi concentrici che la medicina ci ha insegnato a chiamare “contact tracing”.

Grazie alla stratificazione di queste immagini sperimentiamo una rete di significati assai complessa che ci vede tutti coinvolti. Una complessità nella quale natura e società sono diventate una cosa sola. Una dimensione unica – sottolinea l’Istituto dei Sistemi complessi – nella quale tutto è implicato nel rischioso gioco tra responsabilità e conseguenze.

Guardare o avere coscienza dell’immagine?

Questa che potremmo definire “coscienza dell’immagine” – specie quando ha a che fare con la presenza e la responsabilità – è da qualche tempo, oggetto di studio di una disciplina affascinante e multipla che non possiamo chiamare né storia dell’arte, né semiotica visiva, né sociologia dell’arte, né tantomeno pubblicità. Una specie di “indisciplina” (come scrive Michele Cometa) che porta il nome di “cultura visuale” e che fa di concetti come Natura e società oggetto di forte interesse.

Proprio nel momento storico nel quale ci chiediamo quale dovrà essere il ruolo svolto dalla cultura dopo la pandemia, sono possibili dunque due tipi di riflessioni: la prima ci permette di affermare che la percezione è questione decisamente semplice mentre la “coscienza d’immagine” appartiene a quella dimensione ibrida, stratificata e instabile di cui ci parla la “cultura visuale” e la scienza della complessità. È anch’esso infatti, un sistema composto da molte parti in interazione le cui relazioni caratterizzano il comportamento globale del sistema. La seconda ci assicura che avere coscienza dell’immagine in questo nostro Antropocene significa accettare la sfida e fare emergere ovunque, la caratteristica peculiare della complessità: quella cioè di essere ubiqua, multidisciplinare e stratificata.

Di fatto, la situazione climatica attuale fa dire a scienziati e divulgatori (vedi l’importante contributo di Gianfranco Bologna) che tutte le scale del mondo fisico sono coinvolte e che dunque tutte sono in attesa di comportamenti nuovi e interessanti. Insomma, l’antica distinzione tra storia umana e storia naturale è finita per sempre. Prova ne sia proprio quello spillover, che ha permesso al patogeno di passare da una specie all’altra e da un ambiente al resto del mondo.

Bisognerà per prima cosa però accorgersi che all’attuale crisi sanitaria ed economica corrisponde un’analoga crisi cognitiva non meno pericolosa che accompagna le altre e che in molti casi ci impedisce di leggere l’immagine della natura e del ruolo dell’uomo.  Una crisi che ci fa correre pericoli non meno temibili, specie quando orienta la nostra percezione delle immagini più drammatiche, alle immagini pubblicitarie, oppure quando dispone il nostro ascolto abbassando la frequenza e imponendoci un’attenzione di breve durata.  La stessa attenzione che riserviamo a tutte le immagini che appartengono all’istante.

Malati di immagini?

 D’altro canto, l’essere apostrofati da queste immagini– esattamente come accade con quella pubblicitaria – determina abitudine, al punto che non ci accorgiamo più del loro impatto complessivo. Non prestiamo attenzione alle loro più spinose questioni e in preda al contagio diventiamo sordi agli allarmi, ai richiami o alle questioni importanti. Questioni come quella che chiede se esiste un concetto, un’idea di Natura che possa vivere senza quella dell’uomo. Oppure quella – altrettanto delicata – che si chiede se è possibile confidare ancora su discipline che pretendono di rimanere ben distinte e separate tra loro.

Non prestare ascolto a queste nuove domande significa permettere che questa crisi cognitiva diventi probabilmente la più significativa crisi del nostro tempo e quella che chiama in causa ogni genere di studioso, semplice pensatore o intellettuale. Una cura è possibile e ovviamente consiste nell’attivarsi in prima persona rendendosi conto che è necessario oltre che doveroso, operare la ricostruzione emotiva e razionale di tutta l’esperienza che abbiamo del mondo. Che il punto sta nelle forme che diamo alla nostra esperienza e in come le negoziamo con lo spazio e con gli altri corpi. È necessario valutare i simboli che attribuiscono senso all’esperienza separandole da quelle assegnate dal paradigma culturale dominante e soprattutto accettare il fatto di vivere all’interno di una complessità che ha bisogno di alternative e di modelli inediti nella formulazione stessa dei problemi. L’ ostacolo più pericoloso infatti non sta più nell’ignoranza.

Ora l’intralcio si annida e prospera nella nostra conoscenza. Nel modo in cui la conoscenza è prodotta e organizzata. Il ruolo svolto da queste immagini quindi, potrebbe essere quello di sfidare le nostre conoscenze pregresse e farci capire che le singole conoscenze sono e saranno sempre più incapaci di cogliere i problemi complessi. In questo modo, la dimensione visiva torna a ricoprire un ruolo importante nella molteplicità irriducibile di tutte queste dimensioni interconnesse. Il ruolo di attivatrice d’interesse e stimolatrice di pensiero laterale, meticciato e confronto.

Fantascienza, postumanesimo e arte

 Queste immagini non hanno più niente a che fare con l’uso romantico della natura e dunque non vanno alla ricerca del luogo dell’innocenza. Non manifestano alcuna attrazione erotica ma assegnano nuovi significati alla parola nostalgia. Una nostalgia verso l’idea che l’uomo fa parte di quel complesso fenomeno che è la vita sulla terra. Non solo: che l’uomo possa essere ancora considerato un gradino piuttosto avanzato rispetto a tutte le altre forme di vita.  Una nostalgia per l’immagine dei gradini dell’evoluzione che ci piacerebbe fossero ancora appoggiati uno sull’altro, piano organico su inorganico e così via. Il messaggio però è complesso proprio perché non ha niente a che fare con quello della pubblicità. Non appartiene all’istante e soprattutto non vuole vendere il passato al futuro. Tuttavia, la plastica che invade spiagge un tempo incontaminate è un’immagine che impone la necessità di mantenere in equilibrio tutti questi piani per poter realizzare la realtà specifica di ogni essere vivente. È un’immagine che ci assicura che un disturbo ai gradini inferiori si è già verificato in un modo o in un altro e dunque le ripercussioni sui gradini superiori sono dietro l’angolo.

Evidentemente più che alla fantascienza la nostra situazione attuale assomiglia agli scenari evocati dal “postumano”.  Da quella corrente di pensiero multidisciplinare che parlando della possibilità della natura potenziata ci aveva già preannunciato l’avvento di uomini ibridi. Uomini che insistono sul vecchio “chi sono e chi sarò in futuro”, mettendo in discussione non solo il futuro dei nostri corpi, ma anche i limiti imposti dal tempo. Il Postumanesimo è attualmente un fenomeno così avanzato che ciò che possiamo chiederci è se sfrutteremo davvero tutta la biotecnologia che permette ad un uomo di pensare azioni che verranno poi concretamente realizzate da robot? Sapremo davvero potenziare l’effettiva intelligenza umana? E quanti valori saremo costretti a cambiare trasferendoli dall’ambito naturale a quello artificiale? Nello specifico dell’arte visiva ad esempio, esistono già alcune macchine e robot in grado di eseguire le improvvisazioni di un pennello che si diletta con la tecnica dell’acquerello e dunque ci interroga su quell’improvvisa e diretta conoscenza di verità che fino all’altro ieri chiamavamo “intuizione”.

Oggi, anche questa parola un tempo sinonimo di un sapere non spiegabile a parole, che si rivela per accavallamenti di immagini improvvise dovrà subire una variazione di contenuto e perdere buona parte del suo mistero. L’operazione potrebbe non essere esente da rischi perché non sarà facile rispondere a chi chiede quanto la nostra immagine della natura sia il frutto del modo di pensarsi dell’uomo?

Nella Gestalt e nella psicologia ad essa correlata si dice che ogni relazione ed ogni rapporto si fonda sul contatto. Che non esistono cioè, esseri umani isolati. Ogni individuo non può essere separato dal contesto in cui è immerso, senza alcuna eccezione né in termini spaziali, né in termini temporali, né tantomeno in termini relazionali. Il riferimento va immediatamente alla pandemia e dunque chiama di nuovo in causa tutti noi. Anche i luoghi che abitiamo e dunque l’immagine della città iper-moderna materiale e simbolica, sono un prodotto dalla relazione critica tra l’urbanizzazione e le risorse naturali. Il risultato che mostra come non sempre sappiamo fare i conti con la dissipazione continua delle risorse. Artisti, attivisti, scrittori e fotografi ci raccontano sin dalla fine del secolo scorso che il contenimento e il dimensionamento dei danni all’ambiente non sono opzionali.

L’artista Luca Matti che correda questo testo con le sue opere conferma che occuparsi di natura non significa banalmente ricercare una “naturalità” dell’uomo (che è creatura integralmente biologica), quanto ricercare quella dimensione “concreta” del suo scegliere, decidere, volere. Vedere quanto sia sempre calato e correlato al contesto. Immerso e interamente coinvolto dalla dimensione temporale e spaziale delle sue relazioni.

Per gli artisti il sentimento della natura non è neutrale, né neutro e dunque ha spesso rappresentato una connessione fra conoscenza e azione.

Oggi l’attuale recessione da Covid, ha messo in discussione lo stile di vita consumistico e forse ha anche illustrato la pervasività del modello capitalistico. Inutile dire che ognuna di queste situazioni è stata ampiamente denunciata dall’arte visiva soprattutto di quella di inizio millennio. L’ambiente naturale – ci hanno detto gli artisti più sensibili – non è più una cornice e non potrà più essere un tema alla moda. L’idea romantica di paesaggio ameno da regalare a pochi intellettuali è ormai del tutto inapplicabile. Il punto è che il concetto di Natura non potrà più essere fenomeno elitario restìo a negoziare risultati diffusi. I risultati ovviamente saranno vari perché dire cos’è la natura non è mai stato così complesso come oggi. Non basterà interrogare approfonditamente gli artisti che si definiscono amanti della natura perché la dipingono, o perché la inseriscono nelle loro opere in maniera concreta, perché ci vivono dentro o perché hanno deciso di andare a vivere in campagna. Bisognerà sentire cosa c’è al di là di quelli che compiono battaglie contro la civiltà a favore di un ipotetico ritorno alla genuinità della Natura. Farsi spiegare dalle generazioni più giovani che manifestano a favore della Natura, (così come facevano un secolo fa alcuni critici d’arte avveduti come Pierre Restany), cosa significa riflettere sul Naturalismo Integrale che come sappiamo era il titolo del suo manifesto 1978, oltre che eredità di battaglie ancora tutte da compiere.

Dal punto di vista ecologico e in chiave entropica, la pratica artistica potrebbe tornare ad essere una componente essenziale in quanto ricerca di un modo esteticamente riconducibile ad una esperienza cognitiva e percettiva divergente. Garante, forse, di un mondo più complesso e dunque di un mondo molto più incerto. Di un mondo in cui non possiamo prevedere tutto. Un modo così vario da contraddirsi. Un mondo complesso nel quale la contraddizione diventa lo strumento tramite il quale guardare ciò cha sta per succedere.