The Museum of Modern and Contemporary Art, Rijeka, Croatia 
November 26, 2021 – February 2, 2022

Make Up Make Down è un’ampia retrospettiva di opere video create tra il 1974 e il 2016 da Sanja Iveković (1949 Zagabria), illustre artista femminile croata. La selezione è la prima mostra retrospettiva in Croazia di Iveković ed è uno sguardo importante alla sua produzione video in quarant’anni di attività. Va notato che, oltre alla creazione di opere video, la pratica artistica di Iveković ha incluso performance, fotografia, collage, opere d’arte pubblica e scultura. Ha esposto in mostre collettive e personali in tutto il mondo presso importanti istituzioni artistiche e ha creato performance basate sulla comunità, spesso con donne al di fuori dell’establishment artistico. È celebrata a livello internazionale per i suoi lavori site-specific. Nonostante sia una viaggiatrice esperta, ha sempre fatto di Zagabria la sua casa. Undici delle opere in mostra (su un totale di venticinque contenuti video) provengono dalla collezione del Museum of Modern and Contemporary Art (MoMCA). Altre opere sono state prese in prestito da musei e istituzioni dell’Europa centrale. Il MoMCA è un’attiva istituzione artistica, che propende verso la pratica contemporanea e abbraccia l’arte mediatica in tutte le sue forme. La mostra di Iveković fa parte del programma Capital Culture of Europe 2020 del museo, posticipato e di portata ridotta rispetto al suo piano originale a causa della pandemia di COVID-19.

Il lavoro di Sanja Iveković con il video ha un’eredità che è parallela alla storia della videoarte. Le sue prime esplorazioni con il video sono iniziate nei primi anni Settanta e hanno seguito il suo emergere come artista dopo aver completato gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Zagabria. Si è laureata nel 1971 alla facoltà di grafica ed è stata considerata parte della filosofia New Art Practice (NAP), una posizione concettuale dominata da artisti croati che evitavano le istituzioni artistiche riconosciute dell’epoca, preferendo spazi pubblici all’aperto e alternativi. NAP, inoltre, riconosceva l’artista come ricercatore e non celebrava più la categoria “artista” del genio creativo che gli artisti avevano precedentemente usato come scusa per la celebrità. Nel 1973, Iveković ha tenuto la sua prima mostra personale in uno spazio espositivo finanziato dallo stato, la alquanto alternativa Student Center Gallery a Zagabria. Nel 1978 ha co-fondato la Podroom (Basement) Gallery a Zagabria con il collega artista Dalibor Martinis, un importante centro per gli artisti della sua generazione. Iveković è riconosciuta per essere stata la prima artista in Jugoslavia a portare attivamente nel contesto artistico argomenti di differenze di genere.

Sempre consapevole del potere manipolatorio della televisione, avendo studiato le tecniche pubblicitarie, Iveković capì che la televisione veniva usata come megafono politico dal governo socialista jugoslavo a partito unico ed era anche consapevole del suo potere di provocatore nei confronti dei consumatori. A quel tempo, era raro l’accesso alle apparecchiature video in Jugoslavia e le attrezzature portatili venivano spesso portate dagli artisti in visita. Ma, poiché i viaggi erano consentiti da e verso il paese (a differenza di altri paesi socialisti dell’epoca), gli artisti jugoslavi trovarono il modo di lavorare con videocamere e monitor all’estero e nelle istituzioni di formazione, anche se l’editing non era possibile. Le opere risultanti, come le opere di videoarte realizzate dai loro colleghi in Italia, Slovenia, Austria, Paesi Bassi e Germania, erano in bianco e nero, create su portapak a bobina e composte grossolanamente ogni volta che venivano assemblati gli inserti. Generalmente, le opere d’arte di quest’epoca erano performative e messe in scena dal vivo per la telecamera. Gli artisti esploravano la loro identità personale, acquisendo, allo stesso tempo, l’esperienza di registrare e guardare se stessi immediatamente (senza aspettare lo sviluppo della pellicola). Negli anni Ottanta, gli artisti , Iveković inclusa, iniziarono a stringere forti rapporti con i produttori televisivi e venne offerto loro l’accesso a strumenti di editing e produzione (e questo ha fornito anche contenuti di programmi TV culturali). La “TV Gallery” di Dunja Blazević è un esempio di programma di artisti trasmesso a livello nazionale sul secondo canale della Jugoslavia.

Già all’inizio il video, in mano agli artisti, assunse rilevanza fondamentale quanto le dichiarazioni politiche, e, data la sua importanza in quanto mezzo d’arte performativa, divenne uno strumento personale essenziale. Alla fine degli anni Settanta, si iniziò a registrare il processo d’arte performativa nei contesti galleristici, spesso live, con un pubblico presente, come mostra l’opera “Meeting Points”. Gli artisti potevano altresì decidere di esibirsi in un ambiente più privato, come uno studio, e ciò si traduceva in incontri più intimi e introspettivi con la videocamera. La retrospettiva video di Iveković esposta al MoMCA rivela molte di queste efficaci opzioni, tutti contributi da parte di una donna determinata che, nel corso degli anni, è diventata l’artista di punta della Croazia avvalendosi di questo mezzo. Il video ha dimostrato la sua forza non solo in quanto performer ma anche sociologa, femminista, attivista e community organizer. L’ampiezza della sua opera video fa emergere il potere di questa ‘vecchia tecnologia’. Se oggi pensiamo che nei cellulari è contenuto il nostro studio di produzione video personale, è assurdo credere che un tempo risultava così difficile avere accesso a tale strumento. Occorre notare che, oltre a lavorare con il video, nei primi anni della sua carriera Iveković realizzò importanti opere di collage e fotomontaggi che combinavano immagini di donne prese da riviste pop: queste immagini irrealistiche venivano quindi inserite in un panorama artistico. Iveković si è spesso trovata sottoposta a platee non inclini a supportare la teoria e la pratica femminista, ma questo non l’ha fermata. Inoltre, il suo lavoro di comunità ha frequentemente coinvolto donne e gruppi di persone che non avevano a che fare con l’attività artistica. Ciò si è tradotto in acclamate installazioni artistiche pubbliche onorate dalle stesse comunità che avevano partecipato a realizzarle.

Il museo MoMCA, trasferitosi dal 2017 nel complesso di un ex zuccherificio e ubicato nel cuore del crescente rione culturale della città portuale di Rijeka, si estende su diversi piani; per accedere all’esposizione di Sanja Iveković occorre salire al primo piano. Una volta entrati, ci si rende immediatamente conto che l’installazione e le immagini esposte sono diverse da ciò che gli spettatori di oggi sono abituati a osservare, perfino alle mostre multimediali. Lo spazio è vasto e ciascuna galleria indica gli interessi critici di Iveković. L’esposizione è strutturata in quattro sezioni che riflettono le epoche di pratica e le attività a cui Iveković ha preso parte nel corso degli anni. I nomi delle sezioni sono i seguenti: Meeting Points (it. Punti d’incontro); Media Research (it. Ricerca multimediale); International Artists’ Meetings and Networks (it. Incontri e reti di artisti internazionali); infine, Mass Media, Identity, and Private Performance for the Camera (it. Mass media, identità e performance privata per la videocamera – il video Make Up Make Down fa parte di questa sezione). Le varie categorie vengono distinte tramite fogli di plastica trasparente con porzioni di testo descrittive che spiegano gli argomenti. Le opere individuali sono invece esposte nella galleria principale su monitor appoggiati a piedistalli in plexiglas trasparente tramite i quali è possibile avere una visione in tutta la galleria. In questo spazio leggermente oscurato (ma non completamente buio), si percepisce la continuità tra le immagini rivolte in direzioni diverse che creano sentieri misteriosi tra le prime opere di Iveković, le quali spesso mostrano il suo viso o il suo corpo. I piedistalli e i pannelli trasparenti danno l’impressione di ricordi fluttuanti che si sovrappongono, intervallati da vere hit video trasmesse sugli ormai storici monitor TV che supportano. Le opere più recenti (dagli anni Novanta ai Duemila) vengono presentate su schermi piatti appesi alle pareti. Il museo ha considerato con attenzione la questione dell’integrità, e la decisione di utilizzare dei monitor per presentare le prime opere ha comportato una ricerca all’estero per ottenerli. Il programma inoltre comprende delle proiezioni nella galleria, nello specifico Personal Cuts e l’installazione Lighthouse (1987-2015), che prevede video e un’impalcatura, e due collage fotografici, The Sentence (1979) e TV Programme (1979). Inoltre, nella nursery hall del museo viene trasmessa una proiezione della durata di 3 ore e 15 minuti di nove opere, alcune più lunghe, che vanno da metà degli anni Ottanta fino al 2016. La proiezione viene mandata in onda due volte al giorno, alle 12 e alle 15.30.

La prima opera che si incontra nella mostra è Make Up Make Down, il titolo della mostra stessa, un’opera datata 1978. Si trova all’entrata della galleria come metafora dell’invisibilità della presenza femminile, anche nel tentativo di rendersi “migliore” e “più attraente”. È anche una risposta  all’ostinata pressione della crescente industria pubblicitaria, che incita le donne a diventare qualcosa di diverso da ciò che la loro natura potrebbe rivelare. Quest’opera è stata prodotta dalla Galleria del Cavallino a Venezia, che aveva anche prodotto una precedente versione dell’opera in bianco e nero nel 1976. La versione del 1978 era stata filmata in origine con un videoregistratore portatile in bobine aperte e poi trasferita su un nastro digitale Betacam. È una delle sue prime opere video a colori. L’artista è davanti alla telecamera e indossa una sottoveste corta, l’inquadratura è fissa sul suo busto e non lascia intravedere il viso. Lentamente, i suoi gesti rivelano movimenti quotidiani mentre prende vari cosmetici, uno per uno, e si trucca il viso (offscreen). L’opera continua con movimenti molto precisi mentre l’artista sceglie una serie di oggetti riconoscibili, dal fondotinta e la cipria, all’ombretto, il mascara, l’eyeliner e infine il rossetto. Non vediamo mai il risultato e nemmeno se il trucco è stato veramente applicato. In generale, questa domanda è uno specchio della presenza ordinaria e quasi invisibile della maggior parte delle donne. 

Una coppia di opere importanti nella mostra, Instructions No. 1 (1976) e Instructions No. 2 (2015), mette a fuoco il passato e il presente della Iveković. Nella prima opera Iveković si segna il viso con linee scure e marcate, mostrando le zone di invecchiamento, di massaggio facciale e le caratteristiche che definiscono l’identità femminile. Nella prima opera ha 27 anni ed è una giovane artista all’inizio della carriera. In Instructions No. 2 ha 66 anni ed è un’artista anziana di fama internazionale e mostra con orgoglio i segni che la vita e i traumi le hanno lasciato sul viso. É un rifacimento degno di nota e una rivisitazione dell’esercizio di autoesame, fondamentale nella teoria femminista. Ci stupisce il focus e la concentrazione che appare così simile in entrambe le opere. Dopo un intervallo di 40 anni, hanno avuto luogo molte trasformazioni politiche: la fine della Repubblica di Jugoslavia e la nascita della Croazia, uno stato europeo indipendente. Anche l’artista ha vissuto dei cambiamenti nelle relazioni personali, ha vissuto la maternità ed è diventata insegnante e mentore della giovane generazione di donne nella comunità artistica croata. Infine, in entrambe le opere, l’artista spalma i segni e lascia solo delle sbavature, simbolo del residuo dell’esperienza. Instruction No. 2 è stato commissionato dal Neuer Berliner Kunstverein (N.B.K.) e dal Nordstern Video Art Center Gelsenkirchen (Germania) ed è accessibile a questo link. È prodotto con un metodo digitale, in widescreen e a colori, mentre l’originale era in formato 4:3, in bianco e nero e in video analogico. La clip della prima versione è accessibile dalla pagina Facebook di MoMCA.

L’opera Personal Cuts (1982) è significativa e lascia un’impressione durevole. L’opera, che fa parte della collezione del Museum of Modern Art di New York, andò in onda sulla televisione nazionale jugoslava nell’anno in cui fu realizzata. È una performance che invita a riflettere sulla propaganda dell’epoca e sulle lotte degli artisti per svelare il “messaggio” nazionale del socialismo. Iveković è rivolta verso una telecamera fissa con una calza di nylon nera trasparente stretta attorno alla testa e sul viso. Lentamente pizzica alcune parti della calza e taglia la punta, rivelando cerchi del suo viso attraverso i ritagli, facendolo così diventare una specie di passamontagna che riflette un atteggiamento militante. Ogni volta che fa un taglio, appaiono inaspettatamente spezzoni di filmati storici televisivi editati all’interno del video. La giustapposizione della calma performance degli artisti con frammenti che mostrano l’allora presidente Tito, raduni pubblici di massa (in bianco e nero), folle frenetiche e rumorose che sventolano bandiere, immagini della produzione nelle fabbriche, donne che lavorano, minoranze etniche ecc. rivelano un’istantanea sulla realtà degli anni Ottanta. L’opera può essere vista a questo link

L’impressione generale delle opere illustrate; hanno un ritmo più lento, in bianco e nero, e hanno una profonda intensità che ricorda i giorni più bui dell’era comunista/socialista. Il lavoro di Iveković è profondo e intenso, ma non senza ironia. Ha sfruttato le registrazioni fuori onda dei telegiornali della Yugoslav TV, le soap opera, e le pubblicità per dare una realtà alla sua immagine performativa che è sempre stata in opposizione silenziosa alle immagini dei mass media. Iveković è universalmente riconosciuta come la prima artista ‘femminista’ dello spettacolo in Croazia. Molto presto si autoproclama femminista, ma è pronta a riconoscere che nell’ “est” del periodo del Comunismo, il femminismo era sempre un ‘noi’ e mai una voce individuale. Inoltre, ha riconosciuto il concetto per cui “la politica è personale”. Per Iveković, il femminismo non riguardava soltanto le donne, ma anche le ingiustizie, soprattutto nei confronti di coloro che erano perseguitati in quel periodo, come i rom, e la comunità non dichiarata queer, che in quegli anni rischiava la persecuzione per i suoi stili di vita. Il suo operato abbracciava collaborazioni, e numerosi suoi lavori furono creati con il supporto del suo partner di allora Dalibor Martinis. Ho visto i suoi lavori per la prima volta alla fine degli anni Ottanta, e alla fine ho conosciuto meglio le opere individuali di Sanja dopo gli anni Novanta. Ad oggi, Iveković resta focalizzata sulla violenza contro le donne, sulla loro invisibilità, sulla loro identità (personale, non solo teorica), e l’influenza dei media e della pubblicità sulle donne. 

La possibilità di comprendere l’importanza di questo mezzo come dichiarazione sia politica che personale iniziato negli anni Settanta, i primi periodi dell’arte video, è un’esperienza che può essere acquisita trascorrendo del tempo nell’installazione di questa mostra. I televisori e le immagini fuori onda delle trasmissioni disseminate nelle sue varie opere, sono state utilizzate da Iveković come opposizione alla fonte principale della comunicazione politica. Ma questo riflette anche la dicotomia personale/politica che Iveković riconosce chiaramente. Attribuisce questa interpretazione a Slavenka Drakulić, giornalista femminista e autrice (nonché coetanea di Iveković) che ha descritto le vite delle donne in casa e negli incontri sociali nel periodo Socialista con incredibile accuratezza nella sua raccolta, Come siamo sopravvissute al Comunismo riuscendo persino a ridere (1991). Un’altra grande influenza nell’arte video di quel periodo era il principale mass media di quel tempo: la televisione! A differenza della TV commerciale nell’Ovest, la televisione era uno strumento governativo nonché la fonte principale di informazione e influenza culturale, sin dai suoi albori negli anni Sessanta (in Jugoslavia) fino agli anni Novanta. 

Nel 1991 la Croazia ottenne l’indipendenza, in seguito ad una sanguinosa guerra contro la Serbia durata fino al 1995. Nel 1994, Iveković contribuì a istituire il Center for Women’s Studies a Zagabria, dopo che numerose donne ebbero subìto violenze durante la guerra, e fu la prima ONG per le donne. Nel 1991, ampliò il suo interesse nell’attivismo e fondò Electra – The Women’s Art Center, a Zagabria, che ad oggi è noto come Electra Video Center. Alla fine degli anni Novanta, Iveković prese una forte posizione politica e si rifiutò di lavorare con istituzioni artistiche nazionalistiche. Sanja Iveković è conosciuta da ogni artista in Croazia, ed è considerata un’eroina fra le donne artiste, è ampiamente riconosciuta per i suoi progetti attivisti duraturi relativi alle donne, e per la sua costante attenzione al ruolo delle donne nella società. 

Sanja Iveković: Make Up Make Down, una retrospettiva video è una mostra da non perdere, e un buon motivo per visitare Fiume! Un catalogo della mostra sarà disponibile nel 2022. 

Per maggiori informazioni consultare il sito https://en.wikipedia.org/wiki/Sanja_Ivekovi%C4%87


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