La sedicesima Biennale di Gwangju, intitolata You Must Change Your Life, annuncia i partecipanti di questa edizione. In programma dal 5 settembre 2026 presso la Gwangju Biennale Exhibition Hall, riunirà 43 artisti e collettivi provenienti da tutto il mondo per esplorare come nuove capacità e forme di vita possano emergere attraverso la pratica artistica.
Il titolo della sedicesima edizione è tratto dall’ultimo verso della celebre poesia del 1908 Torso arcaico di Apollo di Rainer Maria Rilke: “You Must Change Your Life” (“Devi cambiare la tua vita”), un invito urgente ma anche libero, potente, ma generoso. La Biennale affronta il cambiamento come pratica continua, attraverso la quale i corpi e le percezioni si riorganizzano. Sebbene il cambiamento sia spesso più evidente nei momenti di rottura, esso emerge anche attraverso il graduale accumulo di pratiche quotidiane, capaci di ampliare la nostra attitudine a influenzare e a lasciarci influenzare.
La Biennale si sviluppa come un viaggio attraverso diverse scale: dal molecolare al cosmico, dai gesti intimi e i legami familiari alle formazioni sociali e alle risonanze tra mondi. Gli artisti affrontano il cambiamento attraverso molteplici registri: dalla poetica molecolare di Nina Canell al peso esistenziale delle scelte di vita tardo-socialiste nei dipinti di Wang Jiahao; dall’invocazione della trascendenza Sufi attraverso il respiro, il movimento e la ripetizione nell’opera di Rafik Greiss, fino a pratiche che cercano nuove modalità di abitare il corpo, la storia e le relazioni con l’altro.
Tecniche di trasformazione e auto-trasformazione si ritrovano tra le pratiche di mistici, atleti e artisti. Artisti come Tehching Hsieh e Amanda Heng mostrano come una pratica costante, attraverso la ripetizione e l’attenzione, possa rendere la propria stessa vita materia artistica, ridesignando la percezione e creando nuovi modi di abitare il tempo.
Altri, tra cui A K Dolven, Matthew Barney, Jeong Geumhyung, e Angela Goh, vedono il corpo come il prodotto di un continuo processo di affermazione e controllo, defamiliarizzazione e riconfigurazione. Le opere di Mona Benyamin, invece, reimmaginano l’intimità in un mondo segnato da ingiustizia politica, instabilità e assurdità.
I visitatori possono poi seguire la via tracciata da Rim Dong Sik nello sviluppare nuovi modi di esistere con il paesaggio, fino all’incontro con l’artista naturalista Woo Pyongnam (Jongsun). Contestualmente verrà servito del tè coltivato con le tecniche di Heo Baekryeon, esperto di pittura a inchiostro tradizionale che nel 1947 ha fondato la Gwangju Agricultural Technical High School, unendo arte e agricoltura, paesaggio e apprendimento.
Per artisti come Christian Nyampeta, il corpo si attiva nella relazione con altri corpi, amplificandone le potenzialità attraverso progetti collettivi e affinità. Nelle opere di Kiri Dalena, i corpi si trasformano da esperienza individuale ad azione famigliare e collettiva. Nelle visioni di Saodat Ismailova e Sohrab Hura, i corpi risuonano invece con altri mondi.
Guidando il pubblico attraverso diversi livelli e intensità, la mostra racconta come la pratica artistica riesca a produrre la capacità di percepire, sopportare, relazionarsi, immaginare e trasformarsi. L’arte si afferma come una forza che, attraverso esercizio e ripetizione, testa e reinventa di continuo tali capacità.
La Biennale vede Gwangju non solo come sede della mostra, ma come una città dove arte, azione collettiva e cambiamento politico sono inscindibili. Al suo interno è prevista la presentazione di dipinti realizzati dai membri della May Mothers House, di cui la 16esima Biennale di Gwangju è onorata di condividere la perseveranza collettiva e la creatività.
La 16esima Biennale di Gwangju è curata dal Direttore Artistico Ho Tzu Nyen, insieme ai curatori Che Kyongfa, Park Gahee, e Brian Kuan Wood, con le assistenti curatrici Lee Yein e Koyuri Sato.
