Imbrattate di strisce rosse, accompagnate da bombe finte, associate a targhe sostitutive con diciture più consone ma meno celebrative, oppure mutilate, tirate giù, affondate o distrutte. Queste sono solo alcune delle azioni di protesta che hanno coinvolto i monumenti in questi ultimi anni, specie a seguito dei fatti accaduti in America dopo la morte di George Floyd. Monumenti che omaggiavano passati controversi si vede, da rimettere evidentemente in discussione.

In Italia, la statua di Montanelli, espressione della creatività di un sindaco, prima ancora che dell’artista, dopo essere stata imbratta più volte sin dal 2006, è stata impacchettata e transennata per buona parte del 2020 nei giardini di via Palestro al fine di scongiurare altri attacchi. Macchiata nel 2012, imbrattata nel 2018 accompagnata dalla targa “stupratore di bambine”, sporcata con vernice rosa lavabile e poi rossa nel 2020 e infine di nuovo imbratta nel marzo del 2021, la statua è evidentemente un oggetto tramite il quale la società italiana continua a costruire sé stessa.

A Bristol nel giugno 2020 circa diecimila persone impongono la loro furia contro il monumento (realizzato da un altro modesto scultore) dedicato allo schiavista Edwar Colston il quale dopo l’imbragatura della statua, viene fatto cadere a terra, preso a calci e fatto rotolare per strada. Un mese dopo, al suo posto, compare il monumento realizzato dall’artista Marc Quinn, che rappresenta l’attivista Jen Reid col pugno alzato nella stessa posizione che aveva davanti al fotografo durante le proteste.

Nell’estate pandemica del 2020, a Philadelphia il sindaco ha chiesto al Philadelphia Art Commission la rimozione del monumento a Cristoforo Colombo. La commissione non solo ha sostenuto la proposta ma ha dichiarato il necessario riesame dei simboli di oppressione e razzismo. Preoccupato per la sicurezza pubblica, il direttore Penny Balkin Bach ha lodato la città per essersi “scontrata” con la scultura, avvalendosi così dell’osannata “libera espressione delle idee” che in realtà è tutt’altro che pacifica. La storia infatti è stata ben lungi dal risolversi per il meglio. Ad agosto un gruppo di suprematisti bianchi, si è messo a custodia della statua, dichiarandosi preoccupati per i festeggiamenti del Columbus Day. Con pistole e mazze hanno minacciato i cosiddetti iconoclasti, usando modi violenti ed epiteti razzisti che hanno stuzzicato la pazienza del presidente della commissione il quale ha detto che la realtà è una sola: gestire una collezione d’arte pubblica significa anche decidere la rimozione occasionale di opere dalla vista, se questo significa mantenere l’ordine pubblico.

A Richmond, in Virginia, la figura alta due metri e mezzo del navigatore è stata abbattuta in un parco cittadino, bruciata e trascinata con delle corde, infine gettata nel laghetto di Bird Park. Anche a Boston l’ira popolare si è scagliata sulla statua di Colombo che è stata decapitata. Esempi utili ad accorgersi quanto i monumenti, ma a volte anche mostre e musei, possano essere dei veri e propri strumenti diplomatici. Strumenti raffinatissimi e pregnanti, veri e propri esperimenti sociali che lavorano sull’accettazione di versioni condivise di un certo fatto storico o sociale. Esperimenti sociali che interrogano tutti noi e non solo chi si occupa di immagine, perché gli scenari si confondono quando a cancellare di nuovo in modo irrazionale a colpi di mazza è l’istituzione. Mi riferisco alla fine ingloriosa delle statue raffiguranti i cavallini di Nivola nell’Upper West Side di New York nel marzo 2021. Animaletti buffi e poco minacciosi, ispirati ai cavalli a dondolo, sono stati comunque sfregiati e staccati dai piedini di cemento e portati via dalle ruspe per “riqualificare la piazza”.

Se si accetta l’idea che le arti siano capaci di suscitare emozioni, influenzando anche le nostre concezioni morali, dobbiamo ammettere che per il semplice fatto di manifestarsi attraverso il linguaggio delle immagini i monumenti possono condizionare i soggetti. Al di là del realismo o aderenza al soggetto, ognuno di loro diventa il luogo conflittuale della memoria, perché il monumento non solo rende immediatamente visibile il consumo culturale del passato (o dei passati controversi), ma comunica e in quanto tale non può essere apolitico. Il monumento apolitico è quello che non c’è.

L’ambito tradizionale è quello della testimonianza aulica dell’onore e della gloria o della narrativa militaresca, ma anche quando non è così, il monumento è chiamato ad obbedire a concetti altrettanto statici della storia.

Abbiamo visto che quando omaggiano personaggi vissuti in epoche storiche a noi lontane, diventano oggetto di proteste o di armate azioni in difesa che spesso ci confondono, perché sembrano incapaci di rendere il flusso ininterrotto dell’interpretazione della realtà. Proteste che ci mostrano invece un passato creato oggi, con esigenze che si relazionano con l’oggi. Ogni volta che si verifica una contrapposizione di idee ci rendiamo conto di quanto ci sia ancora da fare in merito al saper coniugare insieme i valori propri dell’opera con la storia, l’artisticità coi fattori socio-culturali e con valori non meno importanti ma sicuramente più pragmatici quali la fruizione. Dovremmo saper gestire la cultura socio-economica del contesto di riferimento con le conseguenze di ciò che la psicologia sociale definisce unconscious-bias1 che in questa sede potrebbe essere chiamata “preoccupazione polarizzata”. Un unconscious-bias è un’angoscia distorta, che inizia con una serie di pregiudizi, prosegue con grandi quantità di errori cognitivi e si conclude con decisioni veloci da realizzare con piccoli sforzi. Questi processi mentali ci inducono spesso in errore perché ci portano a conclusioni catastrofiste, pensieri dicotomici, senso di minaccia imminente e soprattutto perché portano decisioni giustificate da vere e proprie scorciatoie del pensiero. Sicuramente rapide, ma anche un po’ troppo semplici e comode.


A livello sociale questi processi mentali sono in grado di creare sistemi di valutazione arbitrari sia relativamente alle cose che all’interpretazione degli eventi, rendendo il gruppo sempre più suscettibile a quella che viene considerata “l’eccessiva intransigenza altrui”. Ecco perché è facile accettare che chi si indigna di fronte alla violenza operata su un monumento stia facendo appello alla solidità del luogo comune. Così come chi non tiene conto di ciò che accade a monte in termini di razzismo, discriminazione e ingiustizia ciò che constata proteggendole è quanto il pensiero abbia perso la capacità di relazionarsi con la complessità delle cose. L’alternativa di rimuoverle, musealizzarle, abbatterle, o di procedere con la censura operata da un telo, per quanto simbolica, potrebbe quindi essere dannosa se condotta con superficialità. La questione infatti, non sta nel monumento ma nell’esigenza di appartenere. Lo abbiamo visto il 6 gennaio del 2021 durante il violento assalto a Campidoglio a Washington per protestare contro il neoeletto presidente Biden2. Ovvero, in quel bias che entra in azione quando si divide mentalmente la società in due schieramenti e a fronte di gruppi di destra che pretendono alternativamente di difendere o distruggere i monumenti, si pongono i gruppi deprivati dei loro diritti che tendono a richiedere dal proprio comportamento una reazione forte e visibile che compensi quei sentimenti negativi e ci faccia sentire parte di un gruppo. Il risultato com’è prevedibile è un’escalation di reazioni uguali e contrarie.

Tra l’altro, è da notare che nella storia delle città europee non solo l’abbattimento di statue e la rimozione di monumenti è un fenomeno ciclico quando non un semplice fatto amministrativo ma che il monumento spesso sembra avere proprio questa come finalità: negoziare o co-costruire estraendo dal passato quel momento e non un altro. Non a caso, uno dei segnali evidenti del cambio drastico della nuova amministrazione Biden è passato tramite le modifiche effettuate su mobili e arredi nello Studio Ovale che mai come questa volta mostrano la lunga sequenza di significati. Intanto, fuori i quadri e le bandiere di Donald Trump come il busto di Winston Churchill, donato a George W Bush da Tony Blair nel 2001 e dentro nuovi simboli come i busti di Martin Luther King, Rosa Parks, Robert Kennedy e del sindacalista e attivista per i diritti dei braccianti agricoli ispanici Cesar Chavez.

Inoltre, non è un caso se sempre nella città di Washington si è formata nel 2020 una commissione consultiva che si è fissata il compito di occuparsi di oltre 150 tra edifici, scuole e parchi intitolati a personaggi ritenuti ambigui suggerendo per loro altri nomi o cercando soluzioni per contestualizzare quello che c’era già. Hanno lavorato su oltre 1300 personalità e definito i nomi sui quali riflettere eppure gli americani ignorano che tra la rimozione e il mantenimento, non saranno le singole decisioni a dettare criteri validi per ogni contesto.

Ogni volta dovrà essere messa in discussione l’impazienza. Specie quella causata come in questi casi dalla tristezza sociale (altro errore cognitivo attivato dalla visione negativa di sé e del futuro, avvertito come una perdita reale o una prova del proprio disvalore, impotenza e incapacità a cambiare), la quale di solito, pretende soluzioni immediate anche se controproducenti.

A intervalli regolari dunque ci ricordiamo sia delle azioni iconoclaste condivise e accettate, sia di quelle che sono state espressione di opinioni inaccettabili e tralasciamo invece di considerare che tutte le distruzioni avrebbero bisogno della conoscenza delle testimonianze del passato, della conoscenza delle condizioni presenti e della conoscenza degli aspetti socio-culturali le quali non devono contrapporsi ma anzi arricchirsi, integrarsi all’interno di quella complessità con la quale fatichiamo a relazionarci. Alcune demolizioni hanno sottolineato la caduta di regimi dittatoriali e sono state applaudite altre invece sono state un dolore (vedi i Budda in Myanmar) per le motivazioni tutt’altro che religiose che le accompagnavano. Il problema è che molti archeologi ci dicono che ancora in pieno lockdown si sono registrate strane vendite online a musei e collezionisti dei monumenti abbattuti dall’ISIS nel 2015.

Purtroppo la storia dell’arte ha smesso di occuparsi delle emozioni. Basterà ricordare che di ogni fenomeno iconoclasta la storia dell’arte ha registrato solo le perdite. La visual culture invece potrebbe dirci di più, in quanto si interroga da sempre sulla capacità dell’immagine di suscitare emozioni e ondate di violenza. David Freedberg 3o Georgers Didi-Huberman4, hanno suscitato non poche polemiche circa il loro modo di studiare le immagini sia quelle miracolose che quelle che ci interrogano sul destino che vogliamo riservare alle poche fotografie rimaste nell’inferno di Auschwitz. Entrambi ci hanno insegnato che c’è bisogno di una grande consapevolezza metodologica e che l’immagine significa sempre saper prendere posizione.

Queste proteste contro i monumenti ci confermano che l’immagine può passare in modo marginale concetti che poi diventano di nuovo centrali quando ritornano momenti storici critici. Momenti nei quali la collettività è stimolata – come oggi accade spessissimo – da emozioni poco gestibili come la rabbia. È allora che quelle pose retoriche e gli scheletri negli armadi suscitano emozioni e desideri di giustizia o di riconoscimento sociale sia nella prospettiva black, che in quella femminista o in quella delle minoranze razziali.

La questione da cercare di interpretare forse ha a che fare con la violenta esigenza di appartenere più che con lo “spettacolo delle visibilità” cui siamo costretti. La vera violenza dell’immagine inizia cioè dove la società lascia irrisolte ingiustizie di varia natura o laddove non si accorge che i rapporti di forza si giocano nella sottomissione dello spettatore inerme di fronte alla voracità di tutto ciò che deve essere visibile. Sono note le polemiche a New York come città mancante di statue di donne e la decisione controversa di formare una commissione (chiamata She Built NYC) che dopo averla stimolata invitando ad esprimere preferenze non realizza pienamente la volontà popolare e vede tacciare di razzismo persone di colore.

I monumenti che infiammano queste emozioni molto passionali sembra vogliano dirci che attualmente negli USA l’emozione più diffusa sia la rabbia più intransigente. Un’emozione potente che invita a riflettere su come si impara a passare da una condizione di coincidenza con le proprie emozioni, (nella quale siamo costretti a subirle in modo inconsapevole), ad una in cui ci si rende conto di trovarsi in un certo stato d’animo.

Il comportamento si sa, non possiede in sé e per sé nulla di razionale, ma può essere compreso come razionale in un contesto fatto di necessità sociali, di fini relazionali e di conoscenze dalle quali riceve il suo carattere ‘intenzionale’. L’intenzione di distruggere, buttare giù o deturpare un monumento quindi non è pensabile se non dentro la sfera sociale delle nostre interazioni. Personalmente so di sentirmi confusa e mi accorgo che non c’è alcuna garanzia che io sia immune. Intanto perché non lo sono rispetto ai sentimenti e poi perché è in gioco una sfera dove l’intenzione di munirsi di funi, bombolette spray e martelli esiste nello spazio verbale nel quale si costruiscono le ragioni del nostro comportamento.

Chi ha studiato il fenomeno del contagio emotivo ha individuato differenti livelli di eccitazione collegabili alle emozioni e i neuroscienziati dicono che l’ansia e la rabbia innescano alti livelli di eccitazione, tali da accendere e attivare azioni di risposta. Dunque attenzione: qualsiasi cosa accadrà ai monumenti, tutti noi siamo chiamati a riflettere su come valutiamo le emozioni, quanto interferiscono nell’idea di ‘prosperità’ e di miglioramento e quali sono i nostri errori cognitivi.

I monumenti non sono intoccabili, ma la rimozione non è la panacea. In realtà, sarà necessario alla fine chiedersi non chi ha vinto, ma in quali azioni si è manifestato davvero il potere. Con quale decisione – anche non visibile – la forza della decisione semplicistica ha avuto la meglio sulla cultura.

Ancora una volta insomma l’immagine si trasforma in una chiamata alle armi per intellettuali sempre più capaci di interdisciplinarietà. Una battaglia a favore della complessità che ci chiede di attivarsi non per rispettare gli scopi conservativi o per accettare supinamente un passato ritenuto inaccettabile, ma per rispondere consapevolmente a ciò che reclama la nostra cultura dello sguardo.

2 Vedi il rapporto Farar Elliott, curatore della Camera dei Rappresentanti https://docs.house.gov/meetings/AP/AP24/20210224/111233/HHRG-117-AP24-Wstate-ElliottF-20210224.pdf

3 David Freedberg, Il potere delle immagini- Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico, Piccola Biblioteca Einaudi, 2009

4 Didi-Huberman, Quando le immagini prendono posizione. L’occhio della storia. Vol. 1, a cura di F. Agnellini, Mimesis, Milano 2018