Articolo di Maria Rita Silvestri per Electa – Etchannel

Ovunque a New York stanno nascendo gallerie che espongono e vendono opere d’arte create con i nuovi media. Le corporation rispondono alla sfida acquistando gran parte dei lavori ma bene replicano anche musei e collezionisti privati americani, europei ed asiatici. Dalla net.art alle installazioni sonore, nel quartiere di Chelsea, tra la decima e l’undicesima Avenue, è assolutamente ordinario imbattersi in opere proiettate alle pareti, monitor touch screen e altoparlanti esposti come sculture sonore.

Bitforms, l’ormai nota galleria di Steve Sacks , è stata la prima a dedicarsi totalmente al binomio arte e nuove tecnologie. Vende software ma anche installazioni. All’inaugurazione della mostra di Jeff Talman, in cui l’artista esplorava la risonanza visuale e sonora della cattedrale di Colonia, era possibile incontrare grandi artisti come Yael Kanarek e Mark Napier che, entusiasta del lavoro di Bitforms, ha affermato che è proprio l’immaterialità della software art a rendere la sfida sul mercato davvero affascinante.

A poca distanza la galleria di Bryce Wolkowitz si occupa di arte mediale e di fotografia. Fra gli artisti che rappresenta si distinguono: Alan Rath , il new media artist John F. Simon, Jr. oltre che il multimediale Jim Campbell , di cui la mostra appena conclusasi esponeva veri e propri quadri digitali in movimento, di cui la maggior parte sono stati prontamente acquistati.

Un’altra nota galleria newyorkese, non solo per i nuovi media, è Postmaster che rappresenta fra gli altri i noti: E-toy, John Klima e Maciej Wisniewski

Se ci si sposta a Soho troviamo Location One che offre agli artisti anche un programma di Artist in Residence. Location One ha inoltre fondato e sviluppato il software per il Downtown Network for the Arts incoraggiando così un’attività comune fra istituzioni e gallerie che operano insieme su Internet grazie a questo software che permette loro di coordinare le attività. E queste sono solo alcune delle gallerie attive a New York nell’arte new media.

In Italia la situazione è un pochino differente dato che anche quest’anno nelle principali fiere italiane come Artefiera a Bologna o MiArt a Milano di arte che utilizza e riflette sui nuovi media ce n’era veramente poca.Fortunatamente un segnale d’incoraggiamento dal mercato europeo è arrivato quest’anno quando ARCO, la principale fiera spagnola di arte contemporanea che si tiene annualmente a Madrid, si è arresa alle tecnologie emergenti.

Per la prima volta, uno dei programmi curati, che costituiscono una delle caratteristiche distintive della fiera, è stato dedicato alle diverse tendenze della new media art. Si trattava di Black Box@Arco , un enorme cubo ricoperto di plastica nera dove in 32 cubicoli si sono esposte le proposte di 16 gallerie selezionate da sei prestigiosi curatori. Presente ad Arco c’era anche Bitforms che è riuscita a vendere diverse opere. E così mentre il suo direttore, Steve Sacks, dice che in un vicino futuro la new media art sarà chiamata semplicemente arte, in Italia la pigrizia, la paura e il conservatorismo nel 2005 ancora vincono.

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