Francesco Zedde è un polistrumentista, sound designer, compositore basato a Bologna. Ha fondato ed è il principale organizzatore di Discomfort Dispatch (2017), un format in cui due o più artisti improvvisano e creano insieme sul palco musica elettronica. Nella sua attività artistica, si occupa di ricerca audio-visuale ispirata da dark ambient music con il suo progetto Tacet Tacet Tacet e di post-punk processato da laptop con la sua one-man band Tonto.


Ti è mai capitato di vedere un’opera d’arte in realtà virtuale o aumentata? Qual è stata la tua impressione?

In primo luogo, sono rimasto colpito dalla facilità con la quale il cervello accetta la simulazione come esperienza concreta, eventi o oggetti in realtà virtuale producono reazioni istintive con una tolleranza per gli artifici grafici e sonori piuttosto alta. Durante la mia prima esperienza in Realtà Virtuale non volevo più andarmene.

A tuo parere, quali nove potenzialità artistiche sono state portate alla luce dalla realtà aumentata e virtuale?

È difficile da stabilire. Il concetto di immersione ha sempre avuto un ruolo nell’arte multimediale e narrativa, ma forse non è facile abituarsi all’idea che il luogo e lo spazio reali possono essere tagliati fuori dalla percezione così facilmente. Penso che questo sia il grande fascino e allo stesso tempo la parte più inquietante del recente sviluppo della realtà virtuale e aumentata.

Hai mai usato o hai mai considerate di utilizzare tecnologie immersive nella tua carriera artistica? In caso ti sia capitato, potresti raccontarmi un po’ di più della tua esperienza?

Sto cominciando ora, nel caso specifico di una composizione audio/visuale, trovo molto interessante l’idea di creare uno spazio e un suono che verrà sottoposto allo spettatore da ogni direzione e senza interferenze esterne, avverto un senso di responsabilità nei confronti delle scelte artistiche, non soltanto per il fatto di usare un media troppo recente per avere una prassi definita, soprattutto nel “dare un valore” alla piena attenzione dello spettatore, anziché tentare di “catturare”, come più spesso avviene nel caso di uno spettacolo o un disco.

Credi che l’immersione in ambienti alternativi per mezzo della realtà aumentata e virtuale possa servire per la riformulazione dell’esistenza umana nell’ecologia del pianeta?

Non è esattamente la prima cosa che ho pensato quando ho sentito parlare di VR la prima volta, ma la risposta è sì, ci sono i margini per dare uno stimolo in questa direzione e sarebbe auspicabile avere dei modelli validi per gli artisti e creatori che verranno dopo di noi.

Credi che l’uso di tecnologie immersive possa servire nella lotta contro problematiche sociali come la sottorappresentazione di specifici gruppi sociali o la piaga del razzismo strutturale?

Credo che siamo molto lontani da questo, dal momento che poni la domanda in forma verbale presente: tanto per cominciare VR e AR sono attualmente divertimento per ricchi, faccio fatica a immaginare un’apparecchiatura per l’intrattenimento da centinaia di euro servire gli interessi del ghetto o le istanze femministe. Con ciò detto, assisteremo molto presto alla diffusione su larga scala e prezzi più accessibili, come per ogni forma di rappresentazione artistica, sarà nostra (noi=creatori e artisti) responsabilità saperla usare nel modo giusto. Viene da sé che se riesci ad intravedere potenzialità per un cambiamento sociale in positivo, puoi immaginare il rischio di uno stimolo nella direzione opposta.

Quali sono le tue aspettative per l’uso delle tecnologie immersive nel contesto artistico nel futuro prossimo? Credi che si svilupperanno e verranno largamente usate in ambito artistico o credi rimarranno sempre mezzi di espressione e fruizione per piccole cerchie?

Sensori e microprocessori diventano ogni giorno più piccoli, potenti ed economici, non faccio fatica ad immaginare che un sistema casalingo per la VR sarà comune come uno schermo LCD nel giro di 5-10 anni. A quel punto avremo l’esigenza di limitare i danni di questa tecnica, più che capire quali vantaggi può offrire alla società.