Para Site – Hong Kong
23 / 03 / 2019 – 09 / 06 / 2019

Il termine “opera” è stato utilizzato per descrivere svariate tradizioni di performance, impegni sociali, intrattenimento e attività spirituali provenienti da tutto il mondo. Molte di queste sono antiche e radicalmente diverse le une dalle alle altre, ma sono comunque ritenute delle varianti regionali del modello occidentale (relativamente giovane). Ma più che essere l’ennesimo esempio di una persistente tassonomia coloniale, questo mette in discussione lo status dell’opera come forma d’arte più elevata, che riflette il progetto coloniale europeo.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, si può notare una sovrapposizione cronologica quasi perfetta tra gli anni d’oro dell’opera occidentale e l’occupazione europea di gran parte del mondo. Esistono, tuttavia, ovvi casi di opere ideate sulla base di un desiderio esotico come Turandot e Madama Butterfly, oppure il caso dell’Aida, commissionata per l’inaugurazione del Canale di Suez. Ma c’è di più di una semplice coincidenza cronologica.

La portata dell’ambizione necessaria per immaginare quale forma d’arte assoluta fosse quell’opera, che mira a organizzare ogni aspetto e implicazione dell’esperienza dello spettatore, è strettamente legata a quel momento di assoluta superbia durante il quale l’Europa immaginava di poter dominare e riorganizzare il mondo intero. Ma l’opera europea non era solo una forma di intrattenimento borghese, neanche quella che celebrava la gloria della conquista imperiale.

Questi spettacoli completi, che si tenevano in alcuni dei più grandi edifici costruiti in questo periodo – nella simbolica posizione urbana un tempo occupata dalle cattedrali – con la società ordinatamente organizzata dalla classe rivolta all’elaborata scena sul palcoscenico, erano per molti versi esperienze quasi religiose, dove la gloria europea non era solo un soggetto dello spettacolo, ma un’apoteosi estatica vissuta collettivamente.

Questo accadeva quando l’Europa era orgogliosa della sua moderna razionalità, vedendosi in opposizione con il mondo “animista” dei popoli che occupava nello stesso periodo. L’opinione moderna, profondamente legata al progetto coloniale, ha anche modificato il rapporto fisico, emotivo e simbolico tra uomo e animale, elevando lo status dell’uomo, in un’idea radicalmente diversa da molti sistemi locali di conoscenza e valore.

Tuttavia, l’opera europea conteneva gli indizi che esponevano questo rebus, poiché era ben lontano dalla sua pretesa ufficiale di uno spettacolo laico, divertente per una società moderna. Spettri, mostri e animali sacri delle egemonie europee infestano da sempre questi teatri dell’opera dove vengono sacrificati, trafficati e incarnati nei grandi santuari della modernità.

Ciononostante, An Opera for Animals è interessata a come queste complessità siano ancora vive, anche dopo la fine dell’era coloniale e dell’opera occidentale in quanto forma d’arte completamente vivente. Come una discussione parallela, questa comprende i legami meno discussi tra musica classica europea e altri sistemi musicali.

Entrando più nel dettaglio, la mostra si concentra su differenti atti di messa in scena che sono stati cruciali per la nostra immaginazione di modernità. I conflitti di messa in scena, controllo, occultamento e repressione che si creano all’interno dello spazio lirico sono il vero centro della nostra realtà contemporanea, definiti da verità costruite e “alternative”, mondi paralleli digitali, autocostruzione di identità personali e dalla promessa sempre più palese di una nuova svolta tecnologica nel campo dell’intelligenza.

Pertanto, la mostra comprende l’opera e le relative questioni quali “messa in scena” e “ambiente operistico” in senso lato, come termini che descrivono i paesaggi sintetici immaginati e generati nel nostro mondo odierno. Allo stesso modo, lo spirito animale collega le antiche convinzioni ancora molto attuali con una paura altamente futuristica verso le nuove forme di irrazionalità e intelligenza che colonizzano il nostro futuro. Il mondo della tecnologia continua a trarre influenza dalle eccezionali caratteristiche di certe specie animali, rafforzando questo legame.

Questa mostra esplora il modo in cui il futuro è ora meno proiettato come il pensiero razionale comunemente ricordato dal dopoguerra – macchine, design e forme sociali – ma diventa ancora una volta il luogo di una paura informe, di animali che possono prendere il controllo in paesaggi artificiali. Il futuro, a quanto pare, sarà ancora “un’opera per gli animali”.

An Opera for Animals, in mostra al Para Site di Hong Kong dal 23 marzo al 9 giugno 2019, è il preludio di una partnership con il Rockbund Art Museum di Shanghai. Le due istituzioni svilupperanno e presenteranno insieme due mostre correlate, rispettivamente dal 22 giugno al 25 agosto 2019 al Rockbund Art Museum, mentre tra Settembre e Dicembre 2020 al Para Site.

Di seguito, gli artisti in mostra: Anojuak Ashevak, Shuvinai Ashoona, Firelei Baez, Julie Buffalohead, Lee Bul, Chen Qiulin, Ali Cherri, Clara Cheung, Narcisa Chindoy, Lok Chitrakar, Chto Delat, Cui Jie, Juan Davila, Ticio Escobar, Jes Fan, Sofia Ferrer, Fifita Family, Chitra Ganesh, Beatriz González, Ho Tzu Nyen, Vivian Ho, Saodat Ismailova, Ilya and Emilia Kabakov, Alexander Kluge, Lawrence Lek, Candice Lin, Euan Macdonald, David Medalla, Barayuwa Munuŋgurr, Ciprian Mureşan, Adam Nankervis, Kelly Nipper, Gabriel Pareyon, Gary Ross Pastrana, Tim Pitsiulak, Gala Porras Kim, Christoph Schlingensief, Simon Soon, Angela Su, Tao Hui, Wang Wei, Ming Wong, Haegue Yang, Yang Shen, Yee I-Lann, Samson Young, Robert Zhao Renhui.


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