S+T+ARTS=STARTS – Innovazione al nesso tra Scienza, Tecnologia e Arte: STARTS è un’iniziativa della Commissione europea con lo scopo di incoraggiare le alleanze fra la tecnologia e la pratica artistica, che concretizzino in modo efficace le politiche europee di sviluppo dell’innovazione e che portino inoltre benefici al mondo dell’arte. L’attenzione è rivolta alle persone e ai progetti che contribuiscono a padroneggiare le sfide sociali, ecologiche ed economiche che il nostro continente affronta.

Uno degli elementi dell’iniziativa STARTS è un prestigioso riconoscimento generosamente accompagnato da un premio in denaro di €40.000. Ogni anno viene svolta una competizione per individuare i progetti innovativi più distintivi al nesso tra scienza, tecnologia e arte, quelli che possiedono ciò che serve per avere un impatto significativo sull’innovazione economica e sociale. Entrambi i vincitori dello STARTS Prize ricevono €20.000 e una partecipazione di rilievo all’Ars Electronica, al BOZAR e al Waag.

Vincitori

STARTS Prize 2020 – Artistic Exploration:
Design by Decay, Decay by Design / Andrea Ling (CA)

Design by Decay, Decay by Design è una serie di manufatti che mostra il concetto di degrado. Realizzata per la Ginkgo Bioworks Creative Residency del 2019, il tema era come progettare un mondo senza rifiuti. Sono un architetto e un artista, e in quanto tale riconosco che la maggior parte delle mie creazioni finisce in discarica. Se così fosse, lasciatemi concepire dei rifiuti con cui posso convivere, della spazzatura che conserva una certa desiderabilità mentre degrada alla vista e sul posto. Lasciatemi concepire i rifiuti come la natura li concepisce, non solo come prodotto della decomposizione e della distruzione, ma anche come spinta verso il rinnovo e la costruzione. In biologia, all’entropia di un sistema corrisponde l’organizzazione di un altro. Con l’aiuto di Ginko, il mio obiettivo era di organizzare il degrado, utilizzando enzimi, funghi, batteri, e altri agenti biologici come mezzi di decomposizione e al tempo stesso composizione di materia biologica. Mediando tra degrado e selezione delle specie, controllo delle condizioni ambientali e modelli di nutrimento, perseguo attivamente la mutabilità come una qualità ricercata nel mondo fisico, e al tempo stesso garantisco che i meccanismi di rinnovo costruttivo vengano inseriti all’interno di quel mondo.

Il mio sistema di materie di base comprendeva biocompositi di chitina, cellulosa e pectina, derivati dagli esoscheletri dei gamberi, dagli scarti della cellulosa degli alberi e dalle bucce della frutta. Queste materie possono essere combinate in quantità differenti per formare diverse bioplastiche con un’ampia gamma di caratteristiche meccaniche e fisiche, e sono eco-sostenibili e facilmente degradabili. L’opera era organizzata in tre progetti, realizzati nei laboratori umidi di Ginko con l’aiuto dei suoi scienziati:

  1.  Utilizzando enzimi derivati da funghi e saliva umana e integrandoli in biocompositi con controllo spaziale e temporale per trasformare il materiale, invece di distruggerlo soltanto. Questo era il deterioramento come processo di fabbricazione.
  2. Utilizzando diversi ceppi del batterio Streptomyces per colonizzare la cellulosa e diverse bioplastiche al fine di trasformarle. Gli Streptomyces sono batteri comuni del suolo e decompositori secondari che producono pigmenti vivaci e geosmina, il composto responsabile del sentore di terra.
  3. Utilizzando diverse tipologie di funghi, l’Aspergillus niger (muffa nera) e il Trichoderma viride (muffa verde) in co-colture per trasformare e degradare in modo selettivo materiali differenti. La muffa è un agente decompositore molto più potente e resistente, ed è in grado di colonizzare in modo rapido qualsiasi substrato gli fornivamo.

La sfida nel lavorare con materiali e sostanze biologiche è che sono eco-sostenibili e temporanee, inoltre i manufatti che ne derivano non sono sempre prevedibili o standardizzati. La contaminazione era diventata comune, così come la perdita di sostenibilità. Come architetto di formazione classica, sono abituata ad avere il controllo preciso sulla mia produzione, e una pratica di progettazione come questa porta con sé la difficoltà di imparare ad accettare le tensioni intrinseche per cui materiali e sostante biologiche a volte operano in contraddizione con ciò che ho progettato o con ciò con cui mi trovo a mio agio. Bisogna sforzarsi di accettare anche questo inconveniente. Ma, una volta accettato, usare la decadenza per facilitare il rinnovo offre straordinari vantaggi, come l’accesso ai sistemi circolari e la possibilità di crescere, adattarsi e riprodursi al di fuori della vera e propria decomposizione, fornendo una resilienza che non si trova nei sistemi industriali.

Visto il nostro stato di crisi climatica, non possiamo più progettare principalmente per la convenienza umana ed economica; la nostra sopravvivenza dipende dal cambiamento delle nostre priorità e aspettative per il mondo materiale. Il mio obiettivo nell’utilizzo di questi sistemi materiali e sostanze biologiche non è quello di creare un progetto a basso utilizzo di carbonio, o di riciclare i rifiuti per produrre nuovi prodotti, ma di sostenere una diversa modalità di progettazione, in cui il processo di produzione e di riduzione è provvisorio e non solo consumistico. Design by Decay, Decay by Desig vuole spostare l’attenzione dai materiali permanenti che distruggono gli ecosistemi a quelli transitori che li ripristinano, trovando un valore epistemologico e pratico nel progettare responsabilità, degrado e rinnovamento in oggetti creati dall’uomo.

STARTS Prize 2020 – Innovative Collaboration:
EDEN – Ethique – Durable – Ecologie – Nature / Olga Kisseleva (RU)

Bio-arte: quando un albero diventa un partner
La rinascita dell’Olmo di Biscarosse, mostrata nel progetto Biopresence di Oga Kisseleva (2012), ha stimolato la creazione di una serie di opere di bio-arte basate sugli alberi realizzate dall’artista nell’ultimo decennio. Il tema “arboreo” è stato ripreso e sviluppato in diversi studi paralleli. Tra cui EDEN Ethics – Durability – Ecology – Nature, un progetto molto vasto, iniziato nel 2012, ma mantenuto fino a oggi, che affronta una serie di temi, tra cui la protezione delle specie vegetali in via di estinzione e la comunicazione interspecifica tra esseri viventi categorizzati come “inumani”. Il progetto EDEN ha lo scopo di creare un nuovo giardino dell’Eden per raggiungere l’obiettivo finale di introdurre tecnologie innovative nell’arte e di utilizzare un pensiero non ortodosso per risolvere i problemi ecologici. In collaborazione con studiosi di vari paesi, Olga Kisseleva sta attualmente facendo “resuscitare” le seguenti specie vegetali: l’olmo dell’Europa occidentale (progetto Biopresence, Francia), le palme Afarsimon e Methuselah (deserto del Negev, Israele e Giordania), il Sophora toromiro (Isola di Pasqua), il Bodhi Jiulian (Cina e India), la Wollemia (Australia), la varietà Aport Apple (Kazakistan). Lo studio degli alberi come custodi della memoria biologica e storica ha un ruolo importante nel progetto di Olga Kisseleva. L’artista crea in quest’ambito il programma Memory Garden (2020) basato sulla biosfera di Babi Yar, uno dei luoghi più tragici dell’Olocausto. La memoria catturata attraverso i suoi alberi percepiti come capsule del tempo è un messaggio sul futuro, nonostante le tragedie del passato.

L’artista esamina attentamente le ipotesi avanzate dagli scienziati europei, in base alle quali le piante sanno “comunicare” tra loro. Olga Kisseleva sta anche analizzando la possibilità di “origliare” questo “dialogo” arboreo, e persino di parteciparvi. Questa idea ha creato il progetto nel quale gli alberi sanno “comunicare” su due livelli: tra di loro nel modello T2T (Tree – To – Tree) e a livello del T2N globale (Tree – To – Network). Gli alberi selezionati per il progetto sono in grado di dialogare tra loro tra continenti. Gli uomini possono seguire il processo di comunicazione attraverso installazioni interattive create dall’artista.
Questo network aiuta gli alberi a ottimizzare i propri meccanismi vitali e ad auto-proteggersi da aggressori potenziali. Grazie a Internet gli arbusti selezionati per il progetto possono parlare con gli esseri umani e comunicare loro qualunque pericolo che la vegetazione riesce a percepire prima che lo facciamo noi. EDEN ha testato il primo processo di comunicazione tra gli storici arbusti del balsamo di Gilead a Israele e alberi simili in Giordania (Listening to Trees Across the Jordan River, the Negev Museum of Modern Art, 2020). Grazie al sistema T2T, gli alberi che crescono in condizioni naturali (Cedri giapponesi) e quelli con una memoria biologica diversa (Wollemia nobilis) entrano in contatto mediante i propri familiari in Giappone e ne apprendono lo scenario anti-catastrofe (Triennale d’Arte Contemporanea Echigo Tsumari, 2018).
Datascape è un programma interattivo che materializza e analizza l’intera attività di comunicazione del network naturale basato sull’elemento vegetale nell’area geografica selezionata. Il cuore di questo progetto è il database dinamico dedicato agli alberi regionali e ai legami più ampi tra patrimonio vegetale, clima e società. Questo database sarà la fonte di tutte le visualizzazioni viste dal pubblico e avrà anche una dimensione interattiva: a mano a mano che il progetto prosegue, il pubblico potrà arricchire il database grazie a un QR code specifico. In altre parole, l’opera d’arte prenderà la forma di un’installazione espositiva visiva composta da oggetti digitali che si mapperà visivamente e si collegherà l’uno all’altro.
Il suo obiettivo è quello di riportare in vita specie di piante estinte e prevenire l’estinzione di quelle che sono state inserite nella lista rossa e verde della IUCN. Il vero culmine del progetto EDEN è il nostro contributo al ripristino del paesaggio. EDEN porta a riflettere sull’implicazione degli uomini in questi processi di comunicazione e sul modo con cui cambiare durevolmente i comportamenti impostando la realizzazione di una vera utopia. Una delle indicazioni della Bio-arte esplorate dall’artista Olga Kisseleva è la possibilità di evitare o invertire la catastrofe naturale riportando in vita specie estinte, o creandone nuove da strutture di DNA preesistenti. Un’utopia artistica, la quale ipotizza che l’estinzione, sebbene in teoria sia di natura definitiva e irreversibile, possa essere revocata grazie ai progressi della civilizzazione umana contemporanea.


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