Creative Coding Utrecht (CCU) è una comunità interdisciplinare di musicisti, designer, programmatori e artisti che esplora le influenze degli sviluppi tecnologici sulla nostra vita quotidiana. CCU ha un approccio più giocoso e aperto. Sfida l’opposizione binaria tra uomo e macchina e lavora in termini di dialogo e ‘creazione critica’ concentrandosi sulle nuove forme di espressione delle tecnologie digitali e rivelando il processo creativo dietro queste esplorazioni. Questa prospettiva propone vie alternative di scoperta del mondo dietro lo schermo di un computer, in modo da stimolare una conversazione sulle trasformazioni della società, dalle abitudini quotidiane ai problemi globali.

CCU ha organizzato la mostra collettiva Hello World! per offrire una rappresentazione visiva della diversità nelle pratiche digitali. In questa intervista, Fabian van Sluijs, uno dei fondatori di CCU, ci parla della comunità creativa di Utrecht, delle prossime iniziative di CCU, e di come il creative coding (programmazione creativa) suggerisca una nuova prospettiva per capire l’impatto della tecnologia sulla società.

Costanza Tagliaferri: Potresti descriverci il tuo background e il tuo interesse per il creative coding?

Fabian van Sluijs: Sono cresciuto circondato dall’arte contemporanea. Negli anni ’90 i miei genitori, dei galleristi, hanno presentato i lavori del VJ Micha Klein portando la cultura musicale dei club nel mondo dell’arte. Fu il mio primo incontro con l’arte digitale, e queste prime influenze hanno indirizzato i miei interessi successivi. A vent’anni non ero sicuro di cosa volessi fare e ho deciso di studiare storia dell’arte per dare una base solida al mio profondo interesse per la cultura ‘low brow’ e per i film. Nel frattempo partecipavo come DJ alle feste e a moltissimi festival. Quando due gruppi di amici fondarono il FIBER Festival ad Amsterdam mi coinvolsero come organizzatore e curatore. Questo fu molto interessante: ho sempre avuto un case study per trasformare la teoria in pratica e vice versa.

Durante il mio corso di laurea ho seguito un corso di software studies. Fu una scelta fondamentale per me perché riuscii a coniugare i due temi cardine del mio interesse. Da una parte vi era la ricerca sullo studio dell’artista, che grazie alla prospettiva materialistica da un “senso” diverso alla nozione di creatività, comprendendo anche la materialità del processo di produzione dell’opera, dei materiali e degli strumenti. Dall’altra parte lo studio dell’informatica mi ha offerto un’altra cornice teorica per guardare alle innovazioni dei diversi software e dei programmi – in particolare vvvv e Processing nell’ambito del creative coding– che ho potuto collegare con gli strumenti digitali usati dai miei amici artisti. Con il tempo mi sono interessato a come questi strumenti si sviluppassero per la condivisione di informazioni attraverso iniziative creative ed eventi collettivi come festival e meetup. In questo senso ho potuto osservare una manifestazione di ‘transcoding’ dove le ideologie della cultura internet hanno la forma concreta di comunità organizzata. Questo è un elemento cardine di quello che Florian Cramer chiama le manifestazioni del post-digitale.

Partendo da questa idea, mi sono interessato sempre di più a come queste dinamiche di ‘transcoding’ vengano trasposte nell’ambito del creative coding. Dopo la sua introduzione, idee come co-creazione, Do-It-With-Others (DIWO), e inclusività sono state fortemente incoraggiate. I creative coding meetup di Berlino e i corsi estivi organizzati da istituzioni come School of Machine Making and Make Believe, e organizzazioni come Code Liberation, attuano esplicitamente strategie femministe e promuovono la partecipazione della comunità LGBTQ. Secondo il filosofo e ricercatore di fantascienza Alan N Shapiro, abbiamo bisogno di più creatività nei processi di sviluppo tecnologico per contrastare i problemi sociali che l’industria tecnologica deve affrontare[1]. Shapiro vede nel creative coding un potenziale per ottenere ciò.

Di conseguenza si pone la domanda su come le pratiche artistiche del creative coding stimolino questo interscambio e come queste idee siano inglobate nel tessuto creativo di questi processi artistici. Queste domande mi hanno motivato nell’approfondire la ricerca su queste dinamiche culturali e nello studio di come l’organizzazione tecnica di una piattaforma influenzi la distribuzione di questi ideali. Dopo aver concluso la mia laurea (per cui ho impiegato un sacco di tempo), ho deciso di condurre la mia ricerca in chiave pratica. Allo stesso tempo, ho visto la mia città natale Utrecht diventare più attiva e viva ma ancora senza uno spazio di incontro e condivisione per chi volesse sviluppare il suo interesse per il creative coding. È per questo che ho deciso di fondare Creative Coding Utrecht con Carolien Teunisse[2].

Costanza Tagliaferri: Quali sono gli obiettivi di Creative Coding Utrecht e cosa c’è di speciale nella comunità di Utrecht?

Fabian van Sluijs: CCU vuole stimolare la comunità di professionisti, studenti e di persone semplicemente interessate alle tecnologie creative attraverso diverse iniziative come workshop, code jams e incontri. La ricerca è il fulcro di tutto quello che facciamo. Intervistiamo sempre i creativi per capire quali sono gli elementi importanti che influenzano il loro lavoro. In questo senso, il nostro obiettivo è stimolare una riflessione sul creative coding come disciplina e sottolineare l’importanza di giocare e sperimentare con le tecnologie della nostra società contemporanea. Questo ci distingue all’interno della scena degli incontri di creative coding. Rivolgendoci alla comunità, ci concentriamo su come costruire ponti tra le diverse discipline: da sviluppatori a designer, da ricercatori ad artisti.

Utrecht è una città che ospita la Utrecht University of the Arts (HKU), la Utrecht University e molti gruppi di ricerca specializzati in media e comunicazione. HKU ha un dipartimento specializzato in giochi e molti studenti affiliati con il dipartimento di produzione e composizione di musica elettronica. I loro insegnanti partecipano abitualmente ai nostri eventi, e sempre più spesso troviamo il modo di presentare il lavoro di studenti focalizzandoci su sperimentazioni musicali e performance audio-visive.

Costanza Tagliaferri: All’inizio di novembre, hai curato la mostra Hello World!, presentando per la prima volta i lavori della comunità di creative coders di Utrecht. Perché questo titolo per illustrare l’idea originale?

Fabian van Sluijs: Abbiamo scelto il titolo Hello World! perché è un buon modo per presentare alla nostra comunità locale il nostro team come organizzazione nuova dicendo: ‘guarda, siamo qui!’. Ovviamente, Hello World! è anche riferito al primo programma che si usa per imparare la programmazione, mostrando la sintassi dei linguaggi di programmazione. Abbiamo pensato che fosse una metafora stimolante per mostrare la diversità di partecipanti, iniziative e lavori connesse alle idee al cuore del creative coding.

Costanza Tagliaferri: Ci potresti dire come hai scelto gli artisti della mostra per esplorare l’estetica del creative coding?

 Fabian van Sluijs: Abbiamo pensato alla mostra partendo da 3 prospettive: la prima si concentra su come i creative coderspossano usare le loro abilità per riflettere sulle tecnologie che usiamo tutti i giorni. La seconda riflette su come il processo digitale non crei solo nuovi strumenti ma trasformi anche i materiali. L’ultimo punto si concentra sulla presentazione del processo creativo.

Un esempio del primo punto è l’opera di Sylvain Vriens Immer Geradeaus [3],che riflette su come la nostra percezione della città cambi quando percepiamo il mondo attraverso gli occhi di un software. Jasper van Leonen esplora come i neural networks (reti neurali) percepiscano la città. Entrambi i progetti lavorano con il satellite di Google Maps e con le immagini delle strade cittadine. In aggiunta c’è il lavoro di Mark van Koningsveld Hokjesbots[4], un’istallazione che prova a decostruire la categorizzazione algoritmica di Tinder. Questi progetti mostrano come puoi hackerare, trasformare e riflettere sui servizi digitali attraverso un approccio creativo al software e ai dati. Cristina Cochior e Ruben van de Ven hanno presentato The Data Flaneur, una versione artistica delle Data Walks di Alison Powell, dove i partecipanti passeggiano in città per scoprire e discutere le manifestazioni di raccolta dati nell’ambiente circostante. Questo progetto è il risultato di un workshop organizzato da noi all’inizio del 2018, che esplora gli effetti della raccolta dati intorno a noi.

La seconda colonna portante della mostra si concentra sull’uso di processi generativi e di sistemi autonomi per creare forme sperimentali. Rappresentando anche un esempio di come sia possibile trasformare materiali fisici attraverso questi processi. Su questa linea abbiamo presentato il lavoro di Saskia Freeke, che ha presentato sculture in legno. Le forme tagliate con il laser provengono e sono montate da schizzi che l’artista condivide quotidianamente dal 2015. Ho anche invitato dal Belgio Frederik Vanhoutte, che crea splendidi disegni con l’Axidraw, un tipo di plotter. In contrasto, abbiamo invitato Wouter Willebrands, un illustratore che disegna tutto a mano. I suoi lavori si basano sui sistemi che disegna, e sono spesso ispirati a processi naturali o fisici. Ho pensato fosse interessante presentare lavori dei creative codersin forma fisica, ma anche per mostrare come il digitale sia soltanto un procedimento che può essere trasformato in una forma fisica.

L’ultimo punto sottolinea la materialità dei processi digitali mostrando gli esperimenti e il processo creativo. Ho curato questa collaborazione con l’antropologa Axelle van Wynsberghe. Abbiamo usato la struttura di una wunderkammer del XIX secolo per creare una sorta di ‘Cabinet of Curiosities’ dei creative coders. Siccome la mostra si svolgeva in un Sensor Lab, uno studio di design che lavora con i dati, avevamo un laboratorio all’interno dello spazio con piani di lavoro e strumenti per la computazione fisica. Questo ha naturalmente portato a rendere manifesto il processo creativo. Abbiamo anche portato un mobile di legno per esporre libri, elementi del computer e video di alcuni processi pratici che stanno dietro alla creazione delle opere in mostra, con una selezione di interviste agli artisti sul significato del creative coding e il ruolo della comunità nello sviluppo degli strumenti digitali.

Oltre agli oggetti fisici, abbiamo anche presentato altre esplorazioni artistiche. Sabrina Verhage ha presentato un esperimento sull’indagine pubblica. Il cosiddetto algoritmo t-SNE avrebbe categorizzato le persone basandosi su una selezione che definisce le loro caratteristiche algoritmicamente, selezione presentata con un collage su uno schermo in continuo aggiornamento. In questo senso, si potrebbe dire che il laboratorio era lo sfondo collante dei progetti presentati per la mostra. Esattamente come le wunderkammer all’inizio del XIX secolo, abbiamo combinato strumenti e artefatti usati da artisti e scienziati per dare senso al mondo.

Costanza Tagliaferri: Oltre alle opere, la mostra ha proposto conferenze, performance musicale, workshop e incontri. Che valore hanno aggiunto alla mostra queste iniziative? Come rappresentano gli obiettivi di CCU in combinazione con la mostra?

 Fabian van Sluijs: Abbiamo formulato un programma vasto e vario per permettere ai visitatori di partecipare e interagire con la comunità e per mostrarne la diversità intrinseca. Siccome la mostra era parte delle culturele zondag (domeniche culturali), un programma che coinvolge tutta la città, abbiamo potuto organizzare il primo Algorave di Utrecht nella location musicale EKKO. Prima della serata, abbiamo organizzato un meetupcon live coding. Il giorno successivo abbiamo organizzato un workshop per principianti su p5.js. Tutte queste attività hanno creato la possibilità per i visitatori di capire il contesto e il processo che ha coinvolto le opere e gli artisti. Con queste attività interattive i partecipanti potevano anche cimentarsi provando i programmi in prima persona.

 

Costanza Tagliaferri: Quali sono i progetti futuri di Creative Coding Utrecht?

 Fabian van Sluijs: Nel 2019 continueremo a stimolare il creative coding attraverso eventi interattivi e ricerca culturale, espandendo la collaborazione con i nostri partner. Il 26 gennaio e il 6 febbraio ospiteremo il Processing Community Day ad Utrecht e Amsterdam. Riproporremo anche il ReCoding trajectory dove ricreeremo i codici dei pionieri dei media presentando nuove interpretazioni di questi lavori. Questo progetto si ispira al Recode Project di Matthew Epler e a The School for Poetic Computation. Per l’ultima parte dell’anno, progetti come Summer Course sul Machine Learning sono ancora in standby. Per adesso possiamo annunciare che collaboreremo con Uncloud festival presentando talk e performance a febbraio. A marzo collaboreremo nuovamente con l’Università di Utrecht con un workshop sul senso civico in relazione alla raccolta dati. Il nostro obiettivo è stimolare domande da una prospettiva più umana per vedere se si può arrivare ad una prospettiva meno antropocentrica nello sviluppo delle smart city.


Note:

[1] Shapiro 2014 – http://www.alan-shapiro.com/transdisciplinary-code-and-objects-by-alan-n-shapiro/

[2] https://www.deframe.nl/about/carolien-teunisse/

[3] https://vimeo.com/299443645, https://sylvain.nl

[4] https://medium.com/ccu-presents-hello-world/bots-discover-tinders-algorithmic-scoring-arena-c1faa6f794b6