Grand Palais - Paris
05 / 04 / 2018 – 09 / 09 / 2018

Questa mostra è un’opportunità per sperimentare delle opere d’arte prodotte con l’aiuto di robot sempre più sofisticati. Con opere di circa quaranta artisti, offre un accesso ad un mondo digitale immersivo e interattivo – un’esperienza sensoriale di corporeità aumentata che sovverte i nostri concetti di spazio e tempo.

In una società sempre più robotica, gli artisti in mostra esplorano nuove tecnologie tra cui l’Intelligenza Artificiale, che sta potenzialmente rivoluzionando le vite umane e persino le condizioni in cui le opere d’arte vengono prodotte, presentate, distribuite, conservate e recepite. Queste opere contengono un ammonimento: sebbene l’Intelligenza Artificiale possa aiutarci, essa minaccia anche di diventare la nostra padrona, riducendo gli umani a semplici schiavi delle sue prestazioni.

Gli artisti hanno una vasta esperienza in questo gioco pericoloso: sin dalle prime pitture rupestri, hanno sfruttato la tecnologia per raggiungere uno scopo e l’hanno poi assoggettata alle proprie domande e fantasie. Software sempre più sofisticati hanno dato luogo ad opere via via più autonome, capaci di generare infinite forme, e ad un’interazione con il pubblico che ha modificato questa relazione in modo irreversibile.

Questa selezione di opere esplora le questioni sollevate dagli artisti, questioni che poniamo anche a noi stessi: cosa può fare un robot che un artista non possa fare? Se possiede un’intelligenza artificiale, un robot ha anche un’immaginazione? Chi decide: l’artista, il tecnico, il robot, gli spettatori o tutti quanti insieme? Cos’è un’opera d’arte? Dovremmo temere i robot? Gli artisti? I robot-artisti?

Artisti e scrittori di narrativa hanno sognato a lungo creature artificiali in grado di sostituire o persino superare gli esseri umani. Nel diciannovesimo secolo, Mary Shelley creò il primo eroe di fantascienza, Frankenstein, l’inventore di un mostro che alla fine ha minacciato di distruggere l’umanità. La parola “robot” è stata usata per la prima volta a Praga, nel 1920, durante uno spettacolo di Karel Čapek sulla rivolta delle macchine ridotte in schiavitù.

Dal 1950, gli artisti hanno iniziato a costruire robot per creare, dipingere, ballare e comporre musica. Seguendo le orme dei pionieri Schöffer, Tinguely e Paik, i creativi di ciascuna disciplina lavorano ora nel campo della tecnologia digitale, utilizzando strumenti che stanno rendendo i robot sempre più autonomi.

Sempre più indipendenti, queste macchine si muovono in modi talvolta così fisici da venire accostate ad una dimensione quasi animale, umana o persino psicologica. I robot stanno diventando invisibili. Alimentata da programmi del computer e da algoritmi, la tecnologia sta scomparendo a favore di forme che si generano all’infinito e che possono cambiare a seconda dei nostri movimenti fisici.

Piuttosto che muoversi dalla realtà ai sogni, o dal materiale al virtuale, gli artisti stanno facendo esperimenti con le nuove tecnologie. La loro tavolozza è una tela con dei numeri dalle combinazioni infinite. La questione tempo è fondamentale, e tutto si muove molto rapidamente, il pensiero segue subito l’azione.

Le forme emergono dal computer in tempo reale; le immagini proliferano, scompaiono e lasciano spazio ad altre, che a loro volta si trasformano. In effetti, i robot stanno diventando così autonomi che sembrano sfidare l’autorità dell’artista, che delega parte del proprio potere alla macchina. Sappiamo come inizia il lavoro, ma non quando o come finirà.

Nel 1951, il matematico Alan Turing si chiedeva se un calcolatore digitale fosse in grado di pensare. Portando avanti questa riflessione, il controverso pioniere del transumanesimo Ray Kurzweil ha predetto la comparsa di una forma assoluta di Intelligenza Artificiale applicabile a tutti i campi sociali e personali nel prossimo futuro.

Kurzweil ha affermato che comprendiamo e dominiamo il funzionamento del cervello umano, per permetterci di evolvere e diventare più efficienti, immortali e scaricabili. Contrari a questa nuova sorta di profezia, gli esperti sottolineano che non c’è alcuna prova scientifica di un futuro simile. Gli artisti raccolgono le opportunità di queste nuove esplorazioni usando il Deep Learning, facendone la parodia oppure distorcendolo.

Mentre la nostra vita diventa sempre più connessa e gestita dai sistemi artificiali, le loro opere d’arte ci portano a pensare, percepire, e ridere dei robot. Le opere che discendono dai robot, allo stesso modo in cui noi discendiamo dalle scimmie, parlano di poesia, politica e filosofia.

Gli artisti ci spingono a riconsiderare il modo in cui valutiamo cosa significhi essere umano. Sono l’oggetto di un lavoro congiunto che coinvolge l’artista, il tecnico, il robot e noi stessi, che modifichiamo di sfuggita le opere interattive. I robot diventano così co-autori. Ciò ci renderà più umani, più simili agli artisti o più simili ai robot?


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