Il festival transmediale, fondato nel 1988 come festival di videoarte con un altro nome, è rinato con l’attuale denominazione nel 1998. Il festival ha esteso il suo interesse al campo della media art, allestendo la mostra generale con l’impianto di un festival a partire dal 2002, e in seguito, dal 2006 in poi, ha ampliato ulteriormente il suo spettro di azione fino a comprendere una gamma di opere che intersecano arte, tecnologia e digitale. Questo è particolarmente rilevante, perché, in poco più di un quarto di secolo di storia, il festival ha cercato di affermarsi come uno degli spazi  più importanti per l’arte critica e innovativa e per il pensiero sullo sviluppo della cultura digitale e della tecnologia. Da un progetto così ambizioso deriva una grande responsabilità.

Il tema del festival di quest’anno, Capture All, arriva al momento giusto per porsi delle domande sulla traduzione in dati della società, sull’ottimizzazione dell’individuo e il predominio della cultura algoritmica. Daphne Dragona e il curatore esterno Robert Sakrowski scrivono che la mostra presenta “posizioni artistiche che rispondono alle asimmetrie e alle opinioni sbagliate di un mondo che si sta trasformando in una serie di dati… [e] riflette sulla potenzialità dell’eccesso che, mosso dall’arte, dà spazio a ciò che resta di inaspettato e al di là della comprensione e della misurazione.” [1]

Infatti, alla mostra erano presenti opere assolutamente in linea con l’obiettivo dei curatori. Body Scan di Erica Scourti è l’opera più forte della mostra, collocata proprio all’entrata. Un largo schermo piatto, appeso come un ritratto, mostra uno slide show di screenshot fatti con l’iPhone per essere subito interpretato come uno smartphone gigante montato a muro; un’immagine che lascia a bocca aperta. Gli screenshot meno ritoccati sono molto familiari e a volte dal contenuto intimo; è chiaro che sia in corso uno scherzo, un passatempo tra amanti sdraiati a letto che si divertono con un’app giocando tra vestito e svestito, con i corpi intrecciati. La narrazione dell’artista è come una poesia beat tecnologica: frammenti di testo concatenati, che accompagnano l’immagine prodotta tramite algoritmi, si trasformano in una sorta di descrizione, bella e umana. La forza dell’opera sta nella semplicità audace dell’artista, nella riduzione del contenuto visivo alla sua essenza e nella combinazione con una poetica voce fuori campo, che riesce a esprimere qualcosa di originale al di là dell’ormai trita domanda “come ci vedono le macchine?”, per chiedere come ci vediamo noi attraverso la lente dei nostri dispositivi tecnologici onnipresenti.

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A chiudere la mostra c’è Internet Machine, uno dei più importanti progetti fra quelli esposti, realizzato dal regista e designer Timo Arnall. L’installazione video di grande formato comprende tre proiezioni in sincrono; una vista panoramica, caratterizzata da un taglio cinematico all’interno di un enorme centro dati. L’alto valore della produzione dell’opera, che ondeggia elegantemente di stanza in stanza nell’enorme server farm disabitata, è in netto contrasto sia con l’immaginario ruvido e usurato con il quale siamo abituati a vedere questi luoghi, sia con la sterile, quasi vuota o noiosa personalità della manifestazione fisica di internet.

L’opera smaschera le assurdità del marketing sul “cloud” e la mistificazione (a scopi politici) del cyberspazio, sottolineando allo stesso tempo il fatto che per la grande maggioranza di noi, intrappolata in questi spazi e paradigmi tecnologici, i meccanismi dietro alla rete restano una scatola nera. Internet Machine riesce così a essere un’opera altamente politica, anche senza fornire alcun commento alle immagini silenziose, e cruciale della mostra, mostrando internet come un costrutto di natura fisica.

Nel mezzo di queste due posizioni opposte ma complementari si trovano opere che funzionano come interessanti banner sul sito di transmediale e riguardano concetti diversi, come ludicizzazione e cyberwar (EastwoodReal Time Strategy Group, Civilization VIAge of Warcraft), fino a riflessioni su una distopica città intelligente (Tobias Revell, Mercenary Cubiclists), i quali si attivano a livelli variabili nel contesto della mostra fisica. Si avverte una certa discrepanza, che potrebbe dipendere dall’approccio “dividi e conquista” dell’allestimento: lo spazio della mostra alla Haus der Kulturen der Welt fa sentire in un set teatrale.

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Il design della mostra, a cura del famoso studio locale Raumlaborberlin, si basa su una griglia fatta di moduli esagonali, formata utilizzando costruzioni di siepi e segmenti di stoffe a maglia scura; la stanza è buia, con ogni opera d’arte illuminata dentro una serie di recinti chiusi tra loro. L’effetto potrebbe inizialmente essere d’impatto, ma alla fine spinge i diversi progetti a non dialogare fra loro, ma soltanto con l’opprimente design della mostra.

In parte, è la concentrazione del curatore sulla trasformazione in dati e algoritmi a diventare un po’ sfocata in alcuni punti; l’opera Invisible di Heather Dewey-Hagborg sembra una sorta di pegno alla bio art che si sarebbe dovuto escludere dal programma o collocare in un canale dedicato in una prossima edizione. Ma soprattutto è la valorizzazione ormai superata dell’oggetto artistico a essere estremamente scoraggiante da parte di un festival come transmediale, che si pone come pensiero e arte d’avanguardia almeno ragionati, se non addirittura avanzati e innovativi.

Zach Blas sta svolgendo un lavoro di fondamentale importanza sulla discriminazione settoriale propria del riconoscimento facciale biometrico. Come pensatore e creatore, si merita pienamente un posto all’interno della mostra; tuttavia, la presentazione del suo lavoro Face Cages esalta il lato estetico a scapito di quello concettuale. Da due schermi lucidi vengono trasmessi i video dei volti, in leggero movimento, di un uomo e una donna (entrambi bianchi, nonostante il lavoro riguardi esplicitamente il fondamentale razzismo dell’industria biometrica), che portano le maschere costruite da Blas basandosi sui pattern dei diagrammi biometrici usati per la scansione facciale. Isolate dal loro contesto sociale e politico, senza testo di spiegazione né materiale supplementare all’interno della mostra ad accompagnarle, e per di più indossate da facce inespressive su uno spoglio sfondo nero, le maschere argentate dai tratti lineari hanno un carattere decorativo che contraddice il significato del lavoro.

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L’opera di Jennifer Lyn Morone, Jennifer Lyn Morone™, Inc, funziona leggermente meglio, poiché il progetto dell’artista – trasformare se stessa in una società – è evidente grazie alla presenza nell’opera di vari certificati incorniciati e di una postilla a rappresentare i suoi progressi nel campo minato della burocrazia, così rendendo i presupposti concettuali del lavoro un po’ più accessibili ai visitatori. Nell’opera video che costituisce il pezzo centrale della posizione, Morone interpreta se stessa trasformata in società, spiegando le proprie motivazioni personali per il progetto. Quello che risulta meno chiaro dell’installazione fisica di questo epico progetto è fino a che punto Morone intenda spingersi nel tenere traccia, immagazzinare, possedere e monetizzare tutti i propri dati. Uno dei punti forti di transmediale è senza dubbio il fatto che siano state previste delle tavole rotonde durante le quali molti degli artisti partecipanti possono presentare il proprio lavoro e approfondire i temi che questo tratta, e in molti casi (incluso quello di Morone) il discorso dell’artista è stato in effetti più coinvolgente e informativo dell’installazione in sé.

Caso emblematico è Networked Optimization, frutto della collaborazione tra gli artisti Silvio Lorusso e Sebastian Schmieg. Le parole di Schmieg sullo sviluppo dell’opera, che ha preso avvio da una pagina di Amazon, ora estinta, nella quale erano elencate le frasi più sottolineate dei libri letti su Kindle, rivelano la vera natura dell’opera: ricerca meticolosa accompagnata da uno spietato umorismo. Durante il suo discorso, Schmieg ha mostrato il video originale di una performance basata sul progetto, avvenuta durante una sessione di transmediale del giorno precedente: il performer leggeva di fronte a un pubblico le frasi sottolineate, tratte principalmente da libri di auto-aiuto, alla maniera di un life coach o di un guru del self-help, usando il suo tono imperioso per suggerire un senso laddove non ce n’era, tra frasi fatte e banalità. Questa performance, insieme alla descrizione del processo fatta dall’artista, è stata infinitamente più accattivante dell’opera fisica, che consisteva in tre copie di altrettanti libri appartenenti alla lista, nelle quali solo le frasi più sottolineate erano visibili. Queste copie erano illuminate dall’alto dalle luci della mostra e frontalmente da grandi luci fotografiche (per un visitatore della mostra non era chiaro se queste fossero parte dell’opera o infrastrutture della mostra). In realtà, l’esposizione dei libri con la disposizione delle luci corrispondeva alla riproduzione, realizzata illegalmente dall’artista, di un metodo fotografico per prodotti brevettato da Amazon, del quale lo stesso colosso digitale ha l’esclusiva sull’utilizzo.

La mostra Capture All, che si snoda in una moltitudine di tavole rotonde, concetti e performance che formano il programma di Transmediale 2015, porta a chiedersi perché l’arte digitale, concettuale e multimediale d’avanguardia sia ancora esibita in modi così tradizionali. FTFY (Fixed That For You), l’opera di Jonas Lund creata appositamente per transmediale, si adatta bene sia agli scopi dei curatori, sia alla qualità ambita dal festival. Come in progetti precedenti [2], l’artista genera algoritmicamente nuove opere artistiche, in questo caso basate su opere e testi di passate edizioni di transmediale, e presenta questi lavori immaginari come guida esplicativa per organizzare una mostra transmediale di successo, in forma di audioguida che copre l’intero spazio espositivo. Lund essenzialmente crea una seconda, invisibile mostra che si sovrappone a quella esistente. L’opera, che su due livelli distinti sembra suggerire un fenomeno tipo “i vestiti nuovi dell’imperatore” nel mondo dell’arte, spinge a chiedersi se variazioni di questo formato potrebbero prestarsi a usi più creativi dello spazio espositivo, sia visibile che invisibile, sia fisico che virtuale.

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Un concetto correlato, concretizzato in modo diametralmente opposto, è costituito da Stakhanov, il “BigData Oracle”: un dio dei dati apparentemente onnisciente che attinge a piene mani informazioni dai social network e fa previsioni basate su di esse, di Art is Open Source (AOS), Oriana Persico e Salvatore Iaconesi. L’inaugurazione del festival ha visto la coppia di artisti impegnata in una performance divertente e ironica con Stakhanov e la sfacciata ironia dell’opera è stata giustamente ben accolta in quella sede. È quindi totalmente sconfortante vedere l’installazione fisica dell’opera: qualche bandiera pseudo religiosa che sventola al di sopra di una stampante ad aghi, che costantemente sputa fuori quelle che si suppone siano complesse previsioni basate sul data mining. Privilegiare l’oggetto rispetto alla performance, affermare implicitamente la necessità di un’installazione fisica nella struttura della mostra, sembra in stridente contrasto con quelli che sono i temi del festival: la digitalizzazione della società, l’espansione del reale virtuale, il ruolo dell’arte come demiurgo o fomentatore del cambiamento.

In definitiva, questa criticità non è limitata alla mostra Capture All, che ha radunato un certo numero di opere interessanti e artisti ancora più interessanti. Si apre una sfida di portata ancora maggiore, che gli artisti contemporanei – o, forse, soprattutto i curatori contemporanei – affronteranno per riuscire a trovare nuovi formati espositivi che ben si adattino al contenuto delle opere, nella loro innovazione e creatività. O, perlomeno, che non abbiano scopi divergenti da quelli delle opere, e che magari possano rendere accessibili alcuni dei concetti maggiormente complessi a un pubblico più vasto.


http://www.transmediale.de/content/exhibition

Note:

[1] – Transmediale website, accessed by Gretta Louw on 9/2/15, http://www.transmediale.de/content/exhibition

[2] – Jonas Lund, The Fear Of Missing Out, 2013, http://jonaslund.biz/works/the-fear-of-missing-out/