Durante la conversazione tenuta con il curatore della mostra Luca Cerizza, vorrebbe osservarci tutti, ma la luce è puntata sul palco e mette in ombra la platea. Gli occhi sono concentrati e aspetta le domande con l’attitudine da primo della classe. Apre la bocca e il suo inglese è semplice e chiaro. I termini sono scelti con cura, le frasi sono pensate per essere comprese. Si spiega come chi ha piena consapevolezza di quello che dice e ha cura che il messaggio non sia frainteso.

A discapito della sua chiarezza, alle sue spalle è montato un maxi schermo su cui in tempo reale un bot traduce dall’inglese all’italiano. Ogni tanto si volta, interrompendosi, per osservarlo; il traduttore automatico in modo approssimativo interpreta, più che tradurre, i suoi pensieri. Che frustrazione –  penso – per Tino Seghal, attento al messaggio veicolato oralmente sia nella vita che nel lavoro, vedere descritto il suo dialogo in modo così misero, da un mediatore senza corpo. Infastidito e divertito al contempo, ci scherza su e cerca di sincerarsi che i nomi delle persone citate e i passaggi più importanti siano stati colti.

Le cubitali lettere pixellate creano una discrepanza nell’esperienza uditiva, portano lo sfondo scritto davanti a chi parla, la figura dell’artista sfuma i contorni mentre l’occhio perde la messa a fuoco cercando di leggere le parole alle sue spalle. L’artista sfrutta questa dinamica, la svela e prendendosi gioco dello schermo, integrandolo nella discussione attraverso i suoi movimenti corporei, crea un legame tripartito con gli ascoltatori. Il talk si risolve con almeno una domanda del pubblico sulla natura del traduttore: umano o robotico?

Riavvolgo il pensiero. Due giorni prima durante la mostra pensata da Sehgal alle OGR di Torino, una ballerina dalle sembianze “elfiche” si distacca dal gruppo e inizia a parlare: si racconta in prima persona. Interpreta Annlee, il personaggio manga acquisito da Philippe Parreno e Pierre Huyghe per il progetto No Ghost, Just a Shell (1999) e prestato ad alcuni artisti, tra cui Sehgal, come “segno” da riempire con nuove narrazioni. L’interprete, con una voce che imita quella digitale, spiega di essersi finalmente incorporata, di avere una consistenza nel mondo reale, di potersi relazionare in un rapporto tridimensionale con gli umani, cosa che ha sempre desiderato. «Voglio solo divenire individuo» afferma.

Annlee (2011) si pone all’interno della situazione costruita come entità dalla doppia esperienza: quella dell’immaterialità e poi della fisicità, un passaggio che viviamo quotidianamente quando accediamo al nostro Io virtuale. La scelta di aver dato non solo una voce, ma anche un corpo tridimensionale al celebre manga, rappresenta la fiducia che Sehgal ripone nel corpo umano, la cui natura duplice, carne che pulsa e anima, è per metà ancora ignota nel suo funzionamento, a differenza del codice dei virtual bodies.

L’atteggiamento dell’artista nei confronti della rete e delle nuove tecnologie social non è apocalittico. Egli infatti si muove tra critica alla produzione oggettuale dell’arte e trasformazione dei comportamenti attraverso l’immaterialità delle idee, quindi apprezza la forma “aerea”, diffusa e impalpabile della comunicazione virtuale e ne intuisce la potenza traghettante tra passato e presente.

La scelta di introdurre Annlee all’interno di un groviglio di corpi – da lui definito “sciame” – e storie apparentemente umani, lascia il dubbio sull’entità e identità degli altri interpreti. Viene da pensare che i corpi di Seghal siano post-umani, come afferma N. Katherine Hayles (“How we become posthuman. Virtual Bodies in Cybernetics, Literature, and Informatis”, 1999): “In the posthuman, there are no essential differences or absolute demarcations between bodily existence and computer simulation, cybernetic mechanism and biological organism, robot teleology and human goals”.

La questione della coscienza e dell’informazione disincarnata, del suo trapianto da materia umana a materia virtuale, sembra esser stata bypassata attraverso l’avvicinamento all’immaginario umano della sua forma. Tutti i nuovi portati tecnologici e l’Holos si risolvono nella divina “immagine e somiglianza”, dati che diventano carne o ne assumono le sembianze.

L’ Annlee di Seghal mi ha fatto pensare a Sophia, intelligenza artificiale presentata al Web Summit del 2017 a Lisbona, capace di elaborare un pensiero, avente memoria e capacità reattiva. Primo robot dagli occhi cangianti a riceve la cittadinanza negli Emirati Arabi, che come previsto, ha suscitato numerose polemiche sul suo statuto ontologico e sociale, soprattutto in relazione a sembianze, genere e funzione.

La giovane interprete che personifica la neo-incarnazione, proprio come Sophia, è sinceramente felice di essere circondata da essere umani, come se li vedesse per la prima volta. È appena nata, infatti prima di intonare il suo canto racconta di aver trascorso un pomeriggio con il figlio di Sehgal, meno impegnato del padre e con cui si è imbattuta casualmente in un libro, il testo è “Discourse on Thinking” (1959) di Martin Heidegger.

Il filosofo tedesco è consapevole della perdita del pensiero meditativo, che faceva dell’uomo un essere vincolato ad un certo tipo di autorità e morale. Questo tipo di pensiero ora è stato soppiantato da quello calcolante, parte della rivoluzione moderna, in grado però di liberare nuove energie e forza dalla natura, di diverso genere rispetto le risorse di cui ci poniamo come parassiti. Il pensiero calcolante ha rivoluzionato radicalmente il nostro modo di vivere rispetto a quello di un secolo fa.

Radici, certezze di base, modelli e obiettivi di vita sono stati completamente sradicati. Un sistema di informazione globale, un’economia globale, un aumento della domanda di muoversi e adattarsi a tali cambiamenti a un ritmo sempre maggiore, fanno si, a detta di Heidegger, che ci sia un ampliamento del problema della mancanza di radici. Il ventesimo secolo vede il pensiero calcolante come avventore dell’era dell’informazione. Annlee cita quanto c’era scritto: “Thus we ask now: even if the old rootedness is being lost in this age, may not a new ground foundation be created again foundation and ground out of which human’s nature and all of their works can flourish even in the technological age”.

Sehgal cerca di rispondere a questa domanda con la sua opera.  Annlee invece, sembra raccontare della sua necessità di dialogo, di contatto e del bisogno di attingere alle radici della comunicazione orale per poter creare un senso di appartenenza per una nuova generazione ibrida e dalla doppia esperienza disincarnata e incarnata. Gli interpreti coinvolti nella mostra, bloccati in una bolla di silenzio e immobilità, durante il monologo della presunta Annlee, accolti e invogliati dal tono melodico assunto dalla sua voce, intonano le sue stesse parole, armonizzano in modo polifonico.

I protagonisti dell’azione time-based di Sehgal si raccontano in frammenti di storie, ricordi d’infanzia o di un passato non troppo lontano, innestando una scena estranea all’interno dell’immaginazione dello spettatore attonito. Essi parlano per rendersi reali e per verificare l’esistenza del loro vissuto e dei propri sentimenti in una pratica di condivisione dei ricordi e di rammemorazione vivificante, che in un certo senso dovrebbe essere il fine ultimo dell’arte.

Gli interpreti scelti da Sehgal marciano, si scontrano, vorticano sfiorandosi in una danza che sembra un combattimento e un corteggiamento amoroso, spostano masse d’aria all’interno del Binario 1, comunicano tra di loro con lo sguardo, sono a tratti impacciati e sembrano bambini inconsapevoli del proprio corpo. La comunicazione come necessità viscerale, germoglia spontanea. Le voci e il canto si insinuano, come una scia luminosa, nello spazio vuoto che li divide. Le voci melodiose invadono il pubblico, lo riempiono.

“Elettrico, elettrico, elettricità” invocano ad un certo punto, coordinando l’accensione e la spensione dei riflettori che illuminano la sala, come se fossero una divinità intermittente. Penso a Marshall McLuhan (“Gli strumenti del comunicare”, 1964) che vedeva nell’elettricità il medium che ha riportato in vita la comunicazione primitiva ed orale, attraverso l’uso di telegrafi, radio, televisori, telefoni e più precisamente la luce elettrica come vero elemento di cambiamento dei meccanismi di convivenza sociale.

Tra il buio e la luce la frase che si dibatte nella mia mentre è: “Benvenuti nella cattedrale del canto”, osservo e mi faccio coinvolgere da un’emotività straripante. Cattedrale come istituzione ideologica, luogo secolare di aggregazione, in cui ci si riunisce per perseverare un rito, quello della trasmissione orale. Qui se ne realizza uno nuovo, ma le cui radici sono arcaiche.

Bruce Chatwin nel suo “Le vie dei Canti” (1987), racconta del popolo aborigeno australiano che adoperava il canto come mappa e come élan vital della natura “Un canto fa venir fuori il paese, […] lo fa venir fuori più in fretta, […] la terra deve prima esistere come concetto mentale. Poi la si deve cantare. Solo allora si può dire che esista”. Il canto è un vero demarcatore di sentieri, invisibili a chi non ne porta il retaggio, ma rilucenti nelle notti silenziose.

Al Binario 1 non si armonizza solo il linguaggio codificato, ma si emettono versi e si articolano suoni di beat box, e la sensazione è di essere immersi in un tempio in cui il canto delle balene si interseca a quello delle macchine; la vita artificiale e quella biologica coesistono nella ricerca spasmodica di un nuovo posto nel mondo. Il nuovo uomo contemporaneo per comprendersi deve affondare in un suolo terroso dai volt potentissimi, un amalgama, una collezione di elementi eterogenei, entità materiale e informazionale i cui limiti si muovono in una continua rinegoziazione.

L’uomo post-umano infatti non implica necessariamente una presenza cyborg o non biologica, ma la costruzione di un nuovo tipo di soggettività, la cui libertà è simile alle altre volontà di libertà. In luce di ciò, ho compreso anche la finale indulgenza di Tino Sehgal nei confronti del traduttore disincarnato, anch’esso da poco frutto delle moderne tecnologie, deve imparare ad interagire con l’uomo e l’uomo con esso, raccontando a modo sua una nuova storia.


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