Il 7 novembre scorso presso gli spazi espositivi dello Youth Education Center dello State Hermitage Museum di San Pietroburgo è stato presentato Thinking the unthikable, il progetto espositivo dell’artista italiano Donato Piccolo, che nasce dal programma NCCA Art Residence di Kronstadt. La regista di questa bella avventura è Isabella Indolfi. In questa conversazione vi raccontiamo la mostra, che esplora le potenzialità creative dell’intelligenza artificiale.

Caterina Tomeo: Vorrei partire dal titolo della mostra e da cosa significhi poter “pensare l’impensabile” in un’epoca in cui l’intelligenza della macchina potrebbe sostituirsi a quella dell’uomo.

Donato Piccolo e Isabella Indolfi: Il titolo si riferisce ad un paradosso logico che considera il pensiero nella sua propria direzione naturale, in un contesto in cui l’uomo può pensare solo “verità umane” ma non può verificare verità che non siano umane e quindi assolute.

Partendo da questa logica russelliana, ci si può chiedere oggi se, con l’introduzione di macchine sempre più efficienti, questa ipotetica verità umana venga ampliata dall’idea che lo stesso contributo logico e matematico possa diventare un algoritmo di una nuova verità ancora non dichiarata.

“Pensare l’impensabile” è un invito a ribaltare le nostre prospettive e andare oltre ciò che è dato e comunemente riconosciuto.

In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale pervade, a volte in maniera quasi invisibile, anche le nostre più piccole azioni, come quando interroghiamo google, quando guidiamo la macchina o usiamo il telefono, riflettere su questo tema appare un’azione naturale quanto politica.

Nonostante le nostre migliori intenzioni, questi nuovi strumenti che gestiscono la nostra vita quotidiana, sono ai più imperscrutabili e sono quasi spesso dedicati al business, che se ne occupa nell’ottimizzazione e nel flusso delle finanze attraverso sistemi e algoritmi che creano profitti per pochi, mentre la maggioranza viene analizzata e ridotta a classe di consumatori da spremere.

Allora la domanda: come dovremmo pensare all’intelligenza artificiale nel contesto dell’arte? Come potremmo sviluppare approcci alternativi alla macchina? Come possiamo scavalcare i pregiudizi degli algoritmi che ci impongono un loro determinato utilizzo secondo regole prestabilite? Come piegare questi mezzi alle nostre intenzioni personali, e modificarne le funzionalità?

L’impensabile è stato pensato. E molto spesso è stato anche realizzato. Anzi spesso l’immaginazione ha superato la realtà, influenzandone poi gli sviluppi futuri.

La macchina non potrà mai pensare l’impensabile perchè l’imprevisto non é un fattore deterministico.

Lo scopo dell’esposizione è quello di creare domande, lanciare molti ami sperando che lo stesso fruitore possa avvicinarsi a pensare oltre le proprie capacità cognitive. I mezzi apparentemente tecnologici rivelano in fondo un carattere poetico e romantico della macchina posta come modello paradossale in cui tutti gli elementi si congiungono per creare una ipotesi di pensiero tra il paradosso e l’ipotetica presenza di una verità assoluta. “L’uomo può vedere solo ciò che può pensare” dice la testa di Piccolo.

Caterina Tomeo: Quante sono le opere in mostra? Le potreste descrivere…

Donato Piccolo e Isabella Indolfi: La mostra consta di tre sculture cinetiche e quattro disegni, ma è pensata come una grande installazione che rappresenta un unico corpo dinamico e smembrato, dove ogni parte singola vive di per sé stessa.

Le parti di questo corpo non lavorano insieme, anzi, non lavorano affatto, perchè non sono funzionali; esse sono state sviluppate da ingegneri, programmatori e designers, secondo gli schemi della funzionalità scientifica, ma rispondono ora solo alla poetica dell’artista. Sono quindi simili alle macchine celibi di  Duchamp ma dotate di carattere sperimentale.

Si tratta di sculture in movimento e disegni “in movimento”, “visioni progettuali di una realtà ancora non dichiarata ma pensata”, come menziona l’artista.

Una testa umanoide – l’intelligenza artificiale – una scimmia – l’istinto e la violenta natura delle cose – e un piccolo vortice rinchiuso in un bicchiere – il mondo naturale – sono gli elementi che compongono la scultura centrale, innestati su un tavolo costruito dall’artista stesso in perfetto stile sovietico russo.

L’intera scultura rappresenta la mente umana divisa tra il piano riflessivo (la testa, capace di capovolgere i nostri punti di vista) e quello istintivo (la scimmia che viene dimenata senza sosta da un braccio artificiale meccanico).

La testa, ancorata sotto al tavolo, è creata in maniera iperrealista utilizzando una tecnica di stampo con gomma siliconica al platino, tecnica tra l’altro utilizzata da molti artisti quali anche Ron Mueck, per rendere realistiche al massimo le riproduzioni di elementi del corpo. Questa testa è animata da un sistema “RandA” ovvero una piattaforma elettronica in cui R sta per Raspberry che comanda a sua volta un Arduino (Raspberry AND Arduino), scheda elettronica molto usata nel modo digitale elettronico per creare algoritmi sempre più complessi.

La testa recita un discorso poetico scritto dall’artista e filtrato da una voce automatica, con un senso quasi malinconico nel mantra ripetitivo e nel suo cadenzare aritmico e atonale. Essa può vedere il fruitore, per questo essa ha due videocamere invece degli occhi, in cui lo stesso fruitore può “osservarsi” e verificare la propria natura filtrata da una macchina.

Questa testa umanoide ha due caratteristiche fisiche principali: è anziana ed è capovolta. Entrambe caratteristiche che ci portano a mettere in discussione l’assunto del cyborg perfetto, bello e sempre giovane, propinato dalla fantascienza classica. La vecchiaia assume un significato speciale per la saggezza che la contraddistingue, inserendo il concetto di morte come primo passo verso un’intelligenza davvero simile a quella umana. Piccolo dice infatti “se non ci fosse la morte l’arrosto si mangerebbe vivo”, sottolineando come “la nostra comprensione della morte sia comunque soggetta ad un modello umano, di cui non possiamo modificare la natura e neanche comprenderla, ma solo renderla parte della nostra vita e viverla”.

Sulla parte alta del tavolo, in posizione opposta alla testa, troviamo un pupazzo che rappresenta una scimmia, dimenato violentemente da un braccio meccanico. La scimmia strappa di primo acchito un sorriso allo spettatore, sollevando questioni e dubbi con uno spiccato senso dell’ironia che sdrammatizza il carattere iper-reale della testa.

Secondo la filosofia di Vivekananda, famoso mistico indiano, la mente umana è come “una scimmia imbizzarrita, sempre attiva per natura, che s’inebria di desiderio, viene punta dalla gelosia ed è molestata dall’orgoglio.” Questa filosofia insegna a controllare “la scimmia”, lasciando che si sfinisca sotto lo sguardo interiore, che la giudica con calma, perchè la miglior medicina della mente consiste nel farle guardare dritto negli occhi i mostri nascosti nel profondo.

La scimmia, dunque, rappresenta tutto ciò che di naturale c’è in noi e che non può essere raggiunto dalla macchina.

In un angolo del tavolo troviamo un bicchiere con un vortice: la natura, relegata a confini ben ristretti, viene apparentemente addomesticata, ma non perde la sua potenza.

La mostra prosegue con altre parti di questo corpo artificiale, dotato di mente e braccia, ma anche di mano e gambe che riescono ad arrivare in infiniti posti senza spostarsi di un centimetro.

Le gambe sono una rappresentazione poetica di un sogno agognato, camminare sulle nuvole, quelle stesse nuvole che Donato ricrea in box di vetro, cercando invano di raggiungere una perfezione simile a quella naturale. Non sappiamo dove andrà quest’opera perchè non ne conosciamo la strada, ma per ora è arrivata nel pensiero delle persone che la hanno ammirata.

La mano è stata estrapolata da un “open source” su internet e riprogrammata grazie ad esperti nel settore come d’altronde anche al testa.

Insieme ai disegni, queste sculture cercano di sondare l’intelligenza artificiale in relazione ad una “deficienza artificiale”, concetto che Donato Piccolo formula partendo da Russel che cita “la causa fondamentale dei problemi è che nel mondo moderno gli stupidi sono sempre più sicuri mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”. L’artista prosegue: “l’essere umano non è creato per avere ragione ma per dimostrare a se stesso di esistere.”

Nell’insieme dei pensieri paradossali di questa mostra, Donato ci svela un mondo rovesciato, alternativo dove “la nave è oramai in mano al cuoco di bordo e il megafono non trasmette la rotta ma cosa si mangerà domani”.

Caterina Tomeo: Da quale assunto nasce il progetto, quali sono le ricerche e gli autori che hanno portato a questa riflessione profonda e al tempo stesso ironica sulla AI?

Donato Piccolo e Isabella Indolfi: Il progetto nasce dalla curiosità di percepire la realtà in maniera differente attraverso una “metodologia matematica paradossale”.

Partendo dalla patafisica di Alfred Jarry, ovvero «la scienza delle soluzioni immaginarie…», Piccolo indaga il concetto di intelligenza artificiale attraverso un paradosso tra il pensiero e la sua realizzazione vocale, in un mondo di interferenze linguistiche e contraddizioni.

L’artista si interroga sulle manipolazioni del pensiero in relazione allo sviluppo cognitivo e filosofico, distinguendo tra ciò che vediamo e ciò che realmente è.

Thinking the unthinkable” si propone come un ambizioso sunto, valido sia come esperimento sui limiti e le possibilità dell’uomo, sia come opera d’arte autonoma emozionale, che si avvale del principio della dinamica di “azione e reazione” e lo applica al nostro sistema di pensiero, modificando l’idea che abbiamo del rapporto tra soggetto ed oggetto.

L’automa smembrato di Donato Piccolo, ispirato all’automa cavaliere (chiamato anche robot di Leonardo, progettato da Leonardo da Vinci intorno al 1495, considerato il primo prototipo di robot nella storia), ci porta per mano indietro nel tempo, nel Rinascimento, in quell’ininterrotto processo di abolizione dei confini e di compenetrazione tra tutte le arti che consentì l’ingresso nel campo artistico della macchina in quanto “astrazione dello spirito umano”.

Lo studio su Leonardo non è partito tanto dal punto di vista storico o didascalico, quanto dal suo rapporto con la natura, nel tentativo di individuare le fasi di sviluppo del suo pensiero applicato a macchine, oggetti e forme. Il riferimento a Leonardo è diventato diretto quando nel 2014 Donato Piccolo realizzò “Leonardo dreams clouds”, una scultura cinetica che riproduce in maniera realistica, attraverso una maschera di latex, il viso del Guerriero di Leonardo (da molti considerato il suo vero autoritratto) attaccato ad una serie di alambicchi che producono nuvole di fumo dalla bocca. Sul filo di un immaginario pieno di protesi e corpi meccanici, Donato Piccolo ha sempre sottolineato il rapporto tra artificio e natura, tra la realtà e la sua rappresentazione.

Nell’epoca digitale, anche la Macchina Celibe di Duchamp torna alla ribalta. Essa può essere pensata come un insieme di meccanismi, fili elettrici, sensori, amplificatori e schede madri, che lavorano simultaneamente allo scopo dell’artista; un insieme incomprensibile di elementi, che segue le regole dell’immaginazione ed è fine a sè stesso; una macchina che produce senso e lo disperde, facendo i conti con l’aleatorietà della contemporaneitá. Celibe perchè si ribella contro l’idea della società che vede tutto finalizzato alla procreazione, alla produzione di qualcosa di nuovo, vendibile e mercificabile. Il celibato diventa, quindi, la rivendicazione dell’autonomia dell’arte, la riscoperta dell’attività creativa quale fonte di piacere fine a sè stesso e una risposta estetica, ludica e, se vogliamo, anche politica, ai nostri tempi.

Questo modo di concepire la macchina ci libera dall’utopia del progresso, che ha caratterizzato gli ultimi due secoli, dall’età della macchina e della Rivoluzione industriale, e ci riporta a quando le discipline erano strettamente collegate: arte scienza e tecnologia. Già nell’antica Grecia la parola tecnè significava al tempo stesso “tecnica e arte”.

Caterina Tomeo: Donato ha scritto un testo poetico e visionario che recita la testa artificiale: la macchina parla all’uomo o viceversa? Mi ha colpita una delle frasi finali: “Avete mai sognato l’Utopia?”. Negli anni Ottanta l’Utopia era pensare che la tecnologia ci aiutasse a diventare più profondi noi e la nostra coscienza. Qual è l’utopia possibile grazie alla AI?

Donato Piccolo e Isabella Indolfi: La mostra cerca di distruggere l’idea utopica che la tecnologia possa aiutarci a diventare più consapevoli e profondi, assodando che le tecnologie ci aiutano invece ad essere più distratti. L’utopia, secondo Piccolo, è pensare che le macchine possano diventare la nostra natura, integrandosi non solo con la natura ma con il nostro concetto di uomo.

Ma se tutto quello che possiamo trarre dalla macchina è un mondo artificiale, come possiamo pensare di avvicinarci alla natura?

L’utopia è quella di ricreare la perfezione naturale, l’intelligenza umana.

L’utopia è una “malattia” direbbe l’artista.

Caterina Tomeo: Mi vengono in mente le parole di Yann Le Cun “Se siamo abbastanza intelligenti per costruire macchine con un’intelligenza super-umana, ci sono molte probabilità che non saremo così stupidi da dare loro il potere di distruggere l’umanità”.  Credo questo processo sia stato già avviato in qualche modo dalla memoria digitale che è molto fragile…

Donato Piccolo e Isabella Indolfi: Attualmente l’interfaccia utente sta cambiando il nostro approccio al mondo: ormai pretendiamo di capire chi o cosa abbiamo di fronte in modo intuitivo, veloce e immediato, altrimenti rinunciamo facilmente, voltiamo alla pagina successiva, invece che procedere nell’indagine. Cosa possiamo ancora scoprire di nuovo, se con un click possiamo trovare le risposte ad ogni nostra domanda, se google diventa il nostro unico “motore di ricerca” e sostituisce le nostre enciclopedie, librerie e cervelli? Sembra che ormai si possano solo percorrere strade già decise da altri.

La nostra memoria sta scomparendo. Scattiamo migliaia di foto e il momento immediatamente successivo abbiamo dimenticato la sensazione e il momento vissuto. Stiamo perdendo il senso dell’orientamento, con i nostri navigatori in mano, con gli occhi piantati sullo schermo, non osserviamo le nostre città in cui siamo eterni forestieri. Le nostre identità e socialità diventano sempre più virtuali, attraverso forme di felicità dichiarata e controllata, ugualmente condivisa dagli “altri”. Viviamo in un edonismo forzato mentre i nostri comportamenti sono plasmati dall’economia di mercato e dalla società dei consumi.

Possiamo allora dire che all’intelligenza artificiale corrisponde la stupidità umana?

Abbiamo modificato la nostra idea di “presente”: tutto diventa presente ed il futuro non può esistere se non è pensato, come dice l’artista attraverso la scultura “Tutto quello che non riusciamo a vedere è dentro i nostri occhi”. Allora qual’è la nostra direzione se non ci soffermiamo ad analizzare di più il nostro essere, il “nostro “ concetto di essere umano ed esistenza?

Queste sono le paure riversate nelle opere di Piccolo, verso un’intelligenza artificiale che porta a una perdita totale di controllo nei confronti della natura. Quando Piccolo parla di “deficienza artificiale” ne parla in maniera consapevole confrontandosi con fisici, ingegneri ed esperti del settore con cui da anni condivide il suo percorso. Il termine “deficienza artificiale” é stato spunto di una conversazione tra Piccolo e Paolasini, fisico del centro sperimentale di Grenoble. La realtá artificiale secondo Piccolo è solo un un modo per comprendere la realtá della natura fenomenologica intorno a noi. Perché creare una realtá aumentata se non riusciamo a capire la realtà già esistente in Natura?

Caterina Tomeo: Da studi recenti sembra emergere la possibilità che la AI sappia leggere e combinare suono, immagini, testo, che riesca a comprenderli in tempo reale, ad esempio. Donato è un abile artista cross mediale, sperimentando diversi linguaggi nelle sue installazioni / sculture, tra cui il suono. In che modo intende esplorare l’elemento sonoro attraverso l’ intelligenza artificiale?

Donato Piccolo e Isabella Indolfi: Il suono nelle opere di Donato ha sempre un ruolo ambiguo. È onnipresente, esattamente come in natura, dove non esiste il silenzio perchè non esiste il vuoto. Il vuoto in fisica é pieno. Ma diversamente da come è concepito solitamente nell’arte contemporanea, nei lavori di Donato il suono non ha uno scopo estetico, non è una melodia, ma è il rumore che per natura è dentro ad ogni cosa.

L’intera ricerca di Donato è basata sul rapporto azione /reazione, dove il butterfly effect è ciò che fa funzionare il mondo. Su questo principio si muove anche l’idea che Donato ha del suono: esso non è solo uno dei modi in cui la realtà si manifesta, ma è pura energia, l’effetto di una causa, di un movimento. Come propagazione di un’onda nello spazio, il suono unisce i punti e le visioni dell’intera mostra.

Caterina Tomeo: Il progetto è inserito in un programma articolato in diverse tappe internazionali: dalla Russia all’America, al Regno Unito. Presenterete le stesse opere nelle diverse venue o si tratta di un progetto virtuale e modificabile, che si adatterà a luoghi e spazi che lo accoglieranno? Sarete anche in Italia e al Media Art Festival, ci saranno momenti dedicati allo studio e approfondimento di questo tema?

Donato Piccolo e Isabella Indolfi: La mostra presentata all’Hermitage è solo il primo passo di un progetto itinerante che verrà sviluppato strada facendo e adattato alle diverse location. Il lavoro dell’equipe di ingegneri, designers e programmatori non si è tuttora fermato, e ad ogni tappa sarà presentato qualcosa di nuovo.

A New York abbiamo appena inaugurato al Media Center, centro polifunzionale mediatico, nell’ambito dell’undicesima edizione del Cyfest. A Maggio 2018 sarà la volta del Media Art Festival al MAXXI di Roma, dove il progetto verrà ampliato, grazie al supporto della Fondazione Mondo Digitale. L’opera sarà presentata anche nella tappa italiana del Cyfest alla Reggia di Caserta a Giugno 2018.

Donato ha partecipato recentemente a un importante festival in Russia, come è nata questa collaborazione? C’è maggiore ascolto qui rispetto all’Italia?

Donato ha esposto per la prima volta in Russia agli inizi del 2017 al 10th Cyfest al research museum of Academy of fine art. Da qui è nata la collaborazione con il Cyland, che ha supportato il nuovo progetto “Thinking the unthinkable”

Fondato nel 2007, il Cyfest promuove l’interazione tra le nuove forme di arte e le più avanzate tecnologie, attraverso mostre e performance.

Questi eventi hanno creato ponti e scambi culturali con il resto del mondo, ospitando artisti provenienti dagli USA, Germania, Giappone, Canada, Argentina, Brasile, Finlandia, Italia, Filippine e organizzando mostre a Mosca, New York, Bogotá, Mexico City, Venezia (in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari, durante la Biennale di Arte).

Questo interesse all’apertura internazionale è tipica del Cyfest, che ha avuto il merito di aver creato un ponte di dialogo tra la Russia e il resto del mondo.

Vivace più che mai, il sistema artistico russo si dimostra capace di sconfinare e stare al passo con il resto del mondo, con una attenzione sempre più rinnovata alle nuove tendenze tra arte e tecnologia.

Caterina Tomeo: Quali saranno gli sviluppi futuri della collaborazione di Donato con il North-Western Branch of the National Centre for Contemporary Arts – ROSIZO. Ci sono possibilità maggiori in Russia di portare avanti una indagine incentrata sul rapporto di interdipendenza tra arte e scienza?

Donato Piccolo e Isabella Indolfi: Lavorando in Russia abbiamo creato buone sinergie con lo Youth Center dell’Hermitage, con l’NCCA e con il Cyland. Stiamo pensando a nuovi progetti, ma è ancora presto per capirne i futuri esiti. Sicuramente il terreno di studio si è ampliato ed è pieno di iniziative interessanti e nuovi spunti di riflessione. Vi terremo informati.

Caterina Tomeo: Isabella mi sembra che hai trovato un nuovo canale, quali saranno le iniziative a venire e su cosa verteranno?

Donato Piccolo e Isabella Indolfi: Il mio legame con il Cyland diventa sempre più stretto di anno in anno e ha l’intento di creare un ponte tra la Russia e l’Italia. Siamo partiti nel 2016 con una bellissima esperienza al festival biennale di arte ambientale Seminaria, da me diretto, dove furono realizzate quattro grandi installazioni di artisti russi in dialogo con il piccolo borgo di Manarola.

Per il 2018 abbiamo già diversi appuntamenti confermati: a Maggio 2018 parteciperemo al Media Art Festival al MAXXI di Roma con la direzione di Valentino Catricalà e subito dopo (Giugno 2018) porteremo la prima tappa italiana del Cyfest nel sud italia, nei magnifici spazi della Reggia di Caserta, rivitalizzata da un lungimirante programma di arte contemporanea sotto la nuova guida del direttore Mauro Felicori.

Caterina Tomeo: Nello sfogliare alcune immagini ho notato le diverse reazioni del pubblico , tra cui quella di un piccolo spettatore, un nativo digitale. Quanto è importante la partecipazione attiva e responsabile del pubblico? Mi sembra ci sia un ritorno costante all’interattività…

Donato Piccolo e Isabella Indolfi: L’opera ha un livello di interazione che non è diretto, ma richiede la partecipazione del pubblico come osservatore, ponendo al centro dell’opera le sue azioni e interpretazioni codificate dal suo sistema antropocentrico.

Di solito i giovani sono molto più attenti alle opere di Piccolo, curiosi di “vedere ciò che non si può vedere” e di “pensare l’impensabile”. Le nuove generazioni, a mio avviso, vogliono questo, osservare per creare nuove forme di pensiero, sono vicini a nuovi mezzi di comunicazione che utilizza l’artista e sono stanchi di subire le tecnologie come sistemi chiusi e intoccabili.

Oltretutto, forme artistiche tradizionali o movimenti già standardizzati e acclamati dal mercato, mortificano la loro immaginazione. Adesso ci troviamo in un periodo storico in cui il mercato ha modificato il giudizio sulle opere e noi critici e curatori, onesti intellettualmente, non possiamo più “giustificare un mercato dell’arte” agli occhi dei nuovi nativi. Il sovrapprezzo delle opere considerate “storiche” ha scombussolato i parametri di pensiero rivelandosi per quello che sono: movimenti di mercato per guadagnare di più a scapito dello sviluppo reale dell’arte.