Cos’ha la scienza di così affascinante per gli artisti? Come traducono questa ispirazione? Qual è il loro obiettivo quando le loro opere d’arte incontrano la scienza?

Mentre aumenta il numero di artisti e d’opere d’arte che esplorano l’intersecazione tra arte e scienza, queste domande, e altre simili, diventano più frequenti, ma rispondere non è sempre facile. Non c’è dubbio: le scienze naturali sono un campo estremamente affascinante e interessante, ma chi può davvero sperare di comprendere pienamente le ultime scoperte scientifiche, i loro rischi e le loro implicazioni, senza essere uno studioso oppure un ricercatore? Come possono gli artisti tematizzare argomenti che derivano da materie scientifiche, come la biologia sintetica, la teoria dei quanti, la biologia computazionale, la chimica, le intelligenze artificiali, le protocellule o da altre aree di ricerca estremamente specialistiche – per non parlare del loro effettivo grado di comprensione dell’argomento?

Nella storia (dell’arte) ci sono sempre stati artisti che hanno tratto ispirazione dal lavoro di scienziati, dalle loro ricerche e dal mondo vivente in generale. Leonardo da Vinci o Albrecht Dürer sono gli esempi più conosciuti e nelle loro opere non si vede differenza tra “arte” e “scienza”. Più tardi, durante il periodo Romantico tedesco, poeti, pittori, filosofi e scienziati naturali si influenzarono l’un l’altro sia nelle ricerche teoriche che pratiche, usando la natura e il mondo vivente come la principale fonte di ispirazione e creatività. Questo continuò nel secolo successivo: alcuni si concentrarono maggiormente sull’aspetto teorico – basta pensare alle litografie di organismi marini monocellulari di Ernst Heckel – mentre altri, anche se raramente, usarono perfino materiale di origine vivente come mezzo espressivo per le opere d’arte, come nel movimento dadaista o in alcuni esperimenti di quello surrealista. Picasso e Malevich sono solo alcuni esempi: leggendo Einstein e stringendo amicizia con scienziati come Henri Pointcaré, il primo fu affascinato dalla geometria, soprattutto dello spazio quadridimensionale, mentre Kazimir Malevich, dopo essere entrato in contatto con gli studi di James Clerk Maxwell, fece del magnetismo il punto centrale di una serie di scritti e opere d’arte.

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Tuttavia che aspetto ha questo coinvolgimento artistico oggi? Quali sono le fonti d’ispirazione per gli artisti che considerano le scienze naturali la loro musa? Quanto sanno davvero riguardo la scienza dura che si cela dietro a concetti così interessanti? In quali contesti collocano le loro opere? E, soprattutto, quali forme di espressione estetica emergono da tale ispirazione?

Theresa Schubert e Andrew Adamatzky sono gli editori di Experiencing the Unconventional. Science in Art (World Scientific Publishing, 2015, 356 pp), un libro recentissimo che permette di comprendere il lavoro di una serie di artisti, affermati e non, che operano laddove la linea di demarcazione tra ricerca artistica e scientifica si fa indistinta. Gli editori, insieme agli artisti di cui parlano, fanno parte di una generazione di artisti che spesso possiede una doppia qualifica, in arte e in scienze; altre volte si tratta di ricercatori indipendenti che per molti anni si sono occupati di discipline scientifiche specifiche grazie a una serie di collaborazioni con scienziati e tirocinanti in laboratori, università e istituti scientifici. In tal modo, hanno acquisito delle conoscenze altamente specializzate che possono utilizzare come punto di partenza e fonte di ispirazione per il loro lavoro artistico.

Nei 21 capitoli del libro vengono presentati un totale di 17 artisti e le loro opere. Se si considerano le loro biografie, si può notare una varietà impressionante di background formativi e di esperienze in diversi campi, quali arte digitale e media art, scienze informatiche, conceptual design, filosofia della scienza, storia dell’arte, architettura, robotica, fisica, cinema, ingegneria elettrica, informatica, fotografia, biologia molecolare, e molti altri ancora. I vari saggi e contributi al libro descrivono come questi artisti si siano dedicati e abbiano lavorato nell’ambito di discipline quali chimica, macro e microbiologia, fisica quantistica, tecnologia ambientale e neuroscienze, creando il presupposto per le loro opere e i loro progetti.

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Questo libro rappresenta la tanto attesa documentazione degli approcci artistici attuali nel cosiddetto campo della SciArt, Arte Ibrida, Arte&Scienza, o una delle molte altre etichette e nomi con cui si conosce questo genere. Tuttavia, non è solamente l’analisi di questo campo ancora poco esplorato ciò che rende il libro una lettura speciale – si tratta piuttosto, o specialmente, del fatto che quasi tutti i capitoli sono stati scritti dagli artisti stessi. Ciò rivela non solo quanto approfonditamente si siano impegnati nei loro campi – occupandosi dei risultati delle ricerche e delle teorie più recenti, apprendendo meticolosamente metodologie e protocolli – ma anche la loro comprensione e conoscenza dei contesti storico-artistici, sociali, filosofici e politici delle singole opere e dei progetti.

Con questo libro, Theresa Schubert e Andrew Adamatzky hanno dimostrato come sia diventato importante per questa generazione di artisti andare al di là della semplice interpretazione della realtà e della produzione delle immagini e costruire una profonda conoscenza della scienza in modo sia da inserire le proprie opere nel contesto delle riflessioni teoriche, così come la necessità e il bisogno di una spiegazione più esaustiva che dia una panoramica della complessità di tali lavori.

Per un pubblico che finora non è entrato in contatto con questo tipo di coinvolgimento artistico e di ricerca, alcuni capitoli potrebbero risultare non troppo facili da leggere a causa della specificità e della densità delle informazioni, che riguardano considerazioni scientifiche, filosofiche e pratico-teoriche. Nonostante ciò, grazie all’eterogeneità degli stili e dei formati dei contributi e dei lavori dei vari autori, si ricava un’esperienza complessiva di lettura piacevole, avvincente e comprensibile.

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Nel suo capitolo Perfect Paul: on freedom of facial expression, per esempio, Arthur Elsenaar conduce i suoi lettori nelle sue esposizioni attraverso una serie di immagini di film e la trascrizione della documentazione video dell’esposizione. Il tutto dà al lettore un’esperienza vicina alla visione di un’esposizione dal vivo. Una macchina della sintesi vocale esplora e presenta la prospettiva di una comunicazione uomo-computer attraverso il display facciale come mezzo di espressione di calcolo digitale per mezzo della stimolazione dei muscoli facciali grazie a degli elettrodi posti sulla faccia dell’artista. Al contrario, Candyman, anche noto come Thomas Feuerstein, impiega il formato del racconto immaginario (accompagnando senza descrivere direttamente la sua scultura PANCREAS (2012)). Discutendo con altri due artisti, la storia del protagonista, lo scienziato russo Sokolov, pone domande e dilemmi riguardo all’utilizzo e alle possibilità delle nuove biotecnologie.

In un formato ancora differente, l’artista Sonja Bäumel presenta un diario di laboratorio scritto durante il suo lavoro sulla comunicazione tra batteri in quanto artista presente all’Ars Electronica Futurelab e al Biolab per il progetto Metabodies (2013). Oltre al progetto in sé, questo rivela le difficoltà del lavoro e della ricerca dell’artista sulla scienza naturale e del lavorare in un laboratorio anziché in uno studio. Jonathan Kemp offre una documentazione e un’analisi dettagliata di una serie di workshop dal titolo The Crystal World (2011-2012), dove ai partecipanti sono state illustrate le basi materiali raramente tematizzate e analizzate e la produzione di installazioni di media art – “per rendere visibile, attraverso delle (goffe) rappresentazioni, alcune delle contingenze aleatorie che i tagli operati dalla teoria e dalla pratica artistica dei new media tendono ad oscurare”.

Grazie alle numerose immagini delle opere descritte e in parte anche alle interviste con gli artisti, il libro fornisce una buona panoramica delle diverse aree delle scienze naturali in cui questi artisti si muovono, agiscono e lavorano e anche dei metodi e dei formati scelti come mezzi di espressione del loro lavoro artistico. Inoltre, rivela a quale profondità la discussione dei contenuti e delle questioni studiate siano elaborate nel processo di sviluppo delle idee e nelle opere stesse per poi essere inserite nel discorso contemporaneo politico, sociale e filosofico. Spesso i progetti e le preoccupazioni di questi artisti girano intorno ad argomenti come la situazione ecologica mondiale, la critica alla facilità e alla misura con cui addomestichiamo la natura e la responsabilità della società nell’Antropocene (come si può leggere nel capitolo delle opere di Jonathan Kemp, Saša Spačal o Gilberto Esparza).

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Inoltre, l’analisi critica del ruolo attuale della tecnologia e della scienza e la portata delle applicazioni possibili grazie al progresso e allo sviluppo crescenti da una parte e la mancata discussione sull’integrazione culturale e sulle condizioni materiali della produzione dall’altra, è un obiettivo forte e un terreno fertile per numerosi progetti e approcci artistici descritti. Qui vengono sollevate quelle scomode domande etiche e filosofiche sulle definizioni e sulle conoscenze mutevoli di concetti come „vita“ e „natura“, sulla loro mercificazione e sul loro sfruttamento. Contrariamente alla pura ricerca scientifica, lo scopo di questo genere di ricerca artistica basata sulla scienza non è rispondere ma porre le domande corrette.

La libertà nell’arte e dell’arte di non essere vincolata a processi altamente formalizzati permette a questo tipo di ricerca di osservare come questi metodi e pratiche estremamente complicate e specializzate siano integrate nella società e analizzare le rispettive comunità da una distanza maggiore, permettendo così un esame minuzioso delle dinamiche fondamentali della società consumistica contemporanea e della politica durante il periodo del tardo capitalismo. Senza problematizzare specifici eventi politici recenti, artisti come Dmytri Bulatov, Thomas Feuerstein o Juan M. Castro affrontano la relazione tra potere, informazione, sicurezza e controllo nei loro scritti e attraverso la ricerca alla base del loro lavoro. Pongono l’attenzione su quanto il progresso scientifico e le possibilità tecnologiche diventino sempre più rilevanti a causa della loro profonda possibilità di intromettersi nelle nostre vite, guidate dall’avidità, dal pregiudizio e dai giochi di potere giochi di potere sia tra iniziative di raccolta fondi, imprese alimentari, aziende farmaceutiche e di altri tipi, sia tra agenzie governative e scienziati.

Experiencing the Unconventional. Science in Art, quindi, è una grandiosa documentazione. Una panoramica di artisti, conosciuti o meno, che riflettono sulle possibilità di pioneristiche innovazioni scientifiche, sulla loro storia e sugli effetti sulla società. Il libro ci mostra la loro ricerca dall’interno, su come sono stati influenzati nel continuare la loro ricerca scientifica all’interno di una pratica artistica e di come hanno tradotto la loro conoscenza in lavori artistici. Il libro ci mostra quanto questi artisti siano consapevoli delle loro abilità e responsabilità nel generare valore attraverso un pensiero critico ma allo stesso tempo creativo. Il loro lavoro mette in discussione, riflette e specula sui possibili scenari che saremo costretti ad affrontare (a breve) attraverso il progresso scientifico e tecnologico, senza perdere quel senso di meraviglia e fascinazione derivante dalle scienze naturali: le leggi invisibili della fisica, i mondi microscopici dei micro-organismi, la natura essenzialmente chimica dei materiali o la materia della vita.

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Note sugli autori:

Andrew Adamatzky è professore di Calcolo non Convenzionale nel Dipartimento di Informatica, direttore del centro di Calcolo non Convenzionale e membro del Bristol Robotics Lab. Adamatzky è conosciuto per la sua ricerca nell’ambito del calcolo non convenzionale. Nello specifico, ha lavorato con computer chimici usando processi di reazione-diffusione. Ha usato delle muffe per pianificare strade per i sistemi di carreggiata come componenti di sistemi nano-robotici e ha scoperto che preferiscono i sedativi ai nutrienti.

http://uncomp.uwe.ac.uk/adamatzky 

Theresa Schubert è un’artista post-media e ricercatrice che lavora tra arte e scienza. Il suo compito è investigare il ruolo della creatività e della collaborazione da una prospettiva post-umana. La sua ricerca nasce dalle aree artistiche basate sulla biologia, arte digitale e pratiche DIY e pone l’attenzione sui concetti di auto-organizzazione, stigmergia, casualità, geometria computazionale, morfologia e generazione di schemi. Attualmente lavora come ricercatrice alla Bauhaus-University Weimar.

http://www.theresaschubert.com