Dal 26 al 28 Febbraio scorso, ad Amsterdam, ha avuto luogo la Sonic Acts Academy, un festival di tre giorni ospitato dallo Stedelijk Museum, De Brakke Grond e Paradiso. L’Academy è una piattaforma organizzata dal Sonic Acts, un festival nato nella metà degli anni Novanta come occasione in cui mostrare e discutere intersezioni tra arte, scienza e tecnologia.

L’obiettivo della Sonic Acts Academy è stato quello di sottolineare l’importanza dell’impegno artistico nella comprensione delle complessità del nostro mondo contemporaneo, superando le classiche dicotomie tra teoria e pratica, o tra scienza ed arte. Potremmo definire questa serie di incontri e performance come un evento “cuscinetto” tra due edizioni del Sonic Acts Festival (l’ultima ha avuto luogo nel 2015), e come evento parallelo al progetto Dark Ecology, promosso dagli organizzatori del festival, della durata di tre anni (2014-2016).

La Sonic Acts Academy ha ospitato conferenze, performance, workshop e concerti riguardanti la questione della ricerca artistica come parte importante della comprensione delle complessità della nostra era. L’individualità dell’artista che ricerca le pieghe della realtà in questa era che definiamo Antropocene in qualche modo rappresenta quella stessa impossibilità di distaccarsi dalla soggettività, ossia: l’impossibilità di guardare oggettivamente ai fenomeni del mondo in cui gli esseri umani sono profondamente implicati e di conseguenza in qualche modo direttamente responsabili. L’importanza di queste questioni, che in molti casi hanno una grande rilevanza politica, collide e si fonde con l’opportunità estetica offerta dalle arti.

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La nozione di Accademia per questa edizione del Sonic Acts ha fatto convergere le proposte del programma verso un’arena in cui viene prodotta conoscenza; un tipo di conoscenza che emerge dall’osservazione ravvicinata – condotta con meraviglia, curiosità, a volte con disincanto – di quei fenomeni che stanno plasmando il mondo così come lo esperiamo e lo viviamo, e come verrà poi ereditato dalle future generazioni.

Io e Filippo Lorenzin abbiamo seguito la Sonic Acts Academy per Digicult e ne abbiamo discusso, sottolineando alcuni dei momenti più significativi del programma.

Filippo Lorenzin: Sonic Acts è un festival biennale e questa edizione è stata una sorta di esperimento. I molti workshop sono stati uno dei punti principali del programma: l’obiettivo di questo anno è stato quello di insegnare e imparare, sia teoricamente che in pratica. Ho personalmente apprezzato tutti gli eventi e le conferenze, specialmente grazie all’ampia varietà degli argomenti che sono stati trattati. Cosa ne pensi?

Martina Raponi: Sono d’accordo con te, l’edizione “Academy” del Sonic Acts ha fatto emergere molte questioni che potrebbero essere considerate spinose o difficili da affrontare nel discorso contemporaneo riguardante arte e mondo accademico. Da una parte, la produzione di conoscenza attraverso le pratiche artistiche e la ricerca artistica ha raggiunto un livello di “scientificità” che sfida la classica separazione tra arte e scienza o teoria e pratica. Dall’altra, una questione importante emerge: quella che riguarda la legittimazione delle pratiche di ricerca artistica attraverso la validazione accademica, ossia: la corsa ai PhD e ad altri titoli accademici che ratifichino le pratiche coinvolte all’interno del discorso teoretico riguardante i temi che esse affrontano.

Di conseguenza, il ruolo stesso dell’arte viene messo a dura prova, assieme alla sua stessa definizione che, secondo la prima conferenziera della Academy, Sally-Jane Norman (http://www.sussex.ac.uk/profiles/240005), non deve essere confusa con la nozione di ricerca artistica e del discorso accademico che è chiamato a supportarla.

Tu invece hai trovato qualcosa di particolarmente interessante tra le presentazioni o le performance, specialmente in relazione a queste tematiche?

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Filippo Lorenzin: Hai ragione, in questa edizione i curatori hanno concentrato la loro attenzione sulla questione sottintesa ogni qualvolta si discute di “scienza e arte”, ovvero: “quali sono realmente i punti in comune tra la prima e la seconda?”. Se l’accademia fu fondata come istituzione per definire e legittimare gli artisti e le loro ricerche, negli ultimi decenni questa condizione è andata incontro ad una profonda crisi. La ridefinizione degli obiettivi generali dell’accademia è stato uno degli argomenti più discussi di Sonic Acts Academy: se la conferenza di Sally-Jane Norman ha programmaticamente presentato questi dubbi all’inizio del primissimo giorno, altri hanno affrontato gli stessi temi in maniera meno evidente – sto pensando ad esempio all’incredibile contributo di Susan Schuppli sulle potenzialità concettuali svelate dalle tecniche di indagine scientifica e alla performance di Ewa Justka sul low-tech, la tecnologia DIY e il ruolo che questi campi di ricerca possono avere in un contesto accademico. A proposito, hai partecipato al workshop di Ewa, vero?

Martina Raponi: Si! Ho costruito il mio Voice Odder sotto la guida di Ewa e…funziona! Ewa è riuscita a comunicare la sua conoscenza riguardo dispositivi elettronici DIY in un modo molto semplice, che è “nerd” e settoriale da una parte, ma anche molto popolare dall’altra, provando a far accedere altri tipi di professionisti in un campo di competenze che lei stessa, come insegna la tradizione hacker, ha esplorato completamente da sola come autodidatta. Ho apprezzato in particolare modo la freschezza con cui Ewa guarda alla sua pratica, e la sua passione a riguardo.

Ho potuto riconoscere un bisogno personale, a volte impossibile da comunicare, impossibile da spiegare, da cui l’interesse per il noise viene generato, e la necessità di combinare questa passione con altri tipi di competenze che possano essere spendibili nel mondo del lavoro. Mi sto riferendo in questo caso al fatto che Ewa sia impegnata in studi accademici di arte computazionale, qualcosa che, secondo lei, è molto lontano dalla sua pratica analogica, ma che potrebbe permetterle di essere definita e riconosciuta in un contesto accademico o professionale. Di nuovo: troviamo qui il bisogno neoliberale di convalidare il proprio profilo professionale con un titolo riconoscibile o identificabile.

Un altro caso interessante di bisogno di validazione è il percorso accademico di Anton Kats (http://www.antonkats.net/en/), che è iniziato dalla necessità di definire il proprio status all’interno della società civile del paese, la Germania, in cui ha richiesto, ed ottenuto, asilo politico dopo aver lasciato l’Ucraina.

La sua ricerca inizia come un’esperienza profondamente incastonata nella sua biografia, nella sua storia e nelle sue esperienze, e si evolve naturalmente in una pratica artistica riconosciuta come abbastanza forte da supportare un “practice-based PhD”. La sua ricerca artistica, e mi riferisco qui al progetto “Radio Narrowcast” presentato al De Brakke Grond, si sviluppa in maniera pratica ed è socialmente impegnata, dato che investiga il potenziale educativo e di sviluppo del fare radio e produrre film. Egli utilizza questi media per affrontare problemi come la gentrificazione in aree di transizione, in cui lo status interstiziale di specifici luoghi e quello della popolazione che li abita creano un intreccio in cui l’artista si propone di ricercare “il significato musicale delle relazioni sociali”. Con la metodologia sviluppata in questi contesti Kats può sviluppare poi delle pratiche radiofoniche in collaborazione con le comunità locali, denunciando la loro relazione e la loro posizione nei confronti, o contro, la struttura di potere esistente.

Ma Kats non è l’unico artista e ricercatore che ha presentato alla Sonic Acts Academy e che ha a che fare con comunità locali e tradizioni connesse ad esse. Ricordo bene?

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Filippo Lorenzin: Assolutamente sì. Il filmmaker Louis Handerson (https://vimeo.com/louishenderson) ha tenuto una delle mie conferenze preferite di questa edizione, presentando la sua ricerca sull’influenza della tecnologia capitalista sulla storia e le comunità locali. Il fatto che internet sia solo uno degli strumenti più recenti usati dalle potenze colonizzatrici (ovvero le grandi aziende online, i governi, ecc.) per prendere il controllo sulle culturale locali di tutto il mondo non è molto discusso quando noi Occidentali riflettiamo su come Facebook, Apple e le altre compagnie toccano le nostre vite: ho apprezzato specialmente come Henderson ha affrontato questi argomenti senza un obiettivo di stampo umanitario, senza chiarire se ci sono “buoni” e “cattivi” in questa complessa situazione. Al contrario, ha mostrato come le culture e le credenze tradizionali locali possono convergere con le e-mail, i social media e i dispositivi elettronici, suggerendo l’idea che l’animismo possa essere (per citare lo stesso titolo della conferenza) “l’unica versione sensibile del capitalismo”.

Ha parlato dei depositi di spazzatura elettronica in Ghana e Cina e di come l’hardware obsoleto (se non altro per gli Occidentali) può ambire a una nuova esistenza dopo la propria obsolescenza programmata, una potenzialità che ne estende la durata di vita. Tale questione è stata al centro di un’altra conferenza memorabile, quella tenuta dall’artista Ana Vaz. Ha presentato due dei suoi film più recenti: A Idade Da Pedra (2013) e A Film, Reclaimed (2015), entrambi incentrati sugli effetti dell’industria capitalista sull’ambiente e le persone che vivono in luoghi colpiti pesantamente dallo sfruttamento delle risorse naturali. Il primo aveva un’atmosfera poetica e astratta, suggerendo piuttosto che indicando cosa significa per queste comunità locali fare parte del ciclo industriale. Sarò onesto, il secondo mi ha deluso per come sono stati denunciati i problemi legati all’ambiente: si tratta di una sorta di manifesto con molte frasi ad effetto ed una mancanza latente di approcci immaginativi alla questione.

L’obiettivo di trovare un percorso da seguire nel prossimo futuro è stato al centro di molte altre conferenze, come quelle di Daniel Rourke e Morehshin Allahyari. Cosa ne dici?

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Martina Raponi: La presentazione di Daniel e Morehshin (http://additivism.org/) mi ha davvero colpita, e sono contenta che tu mi chieda riguardo ad essa. La loro visione di un futuro che “non, e non può, appartenerci” radicalizza la materialità in cui viviamo, profetizzando una “crapularity” i cui presagi non appartengono solamente alla nostra era Antropocenica, ma sono sempre esistiti e sempre si sono avverati. Il futuro additivista considera la speculazione materiale e le sue conseguenze, incorporando nel discorso materiale tutti gli aspetti della contemporaneità partendo dal deragliamento attivo ed attivista delle tecnologie a disposizione e delle narrative ad esse connesse verso la creazione di macchine post-umane.

La tecnologia viene vista come un “kit filosofico per riflettere sugli oggetti”, in un mondo materiale fatto di “roba”, di schifezze, di detriti, permettendo la re-incarnazione degli umani in esseri che trovano la loro definizione nella materialità dell’esistenza, nella ibridazione delle soluzioni, nella deperibilità delle risoluzioni.

Trovo la proposta del Manifesto Additivista in linea con un sentimento comune che impregna la seconda decade del nuovo millennio, in cui le soluzioni ambientaliste ai problemi relativi al discorso Antropocenico non sembrano possibili; l’unica possibilità fattibile è l’intensificazione, l’esagerazione, la radicalizzazione di ciò che è materiale, esistente e disponibile, per mostrare un “repertorio fantasmagorico ed irrappresentabile di effettive re-incarnazioni delle più ibride tipologie”, immaginando altre ere dopo lo stesso Antropocene: uno Chtuluhcene, un Plasticene, ere che accelererebbero i rivoluzionari e gli attivisti verso un “domani in cui tutta la materia è mutata nella chiarezza della plastica”.

Mi piace l’idea di abbracciare la rovina che gli umani si portano dietro, in qualità di razza nociva al pianeta, e di avere a che fare con un concetto alterato di natura, destinato ad inglobare materiali sintetici con cui siamo costretti ad avere a che fare. Sono curiosa di vedere i risultati del 3D Additivi Cookbook (http://additivism.org/cookbook), verso la cui finalizzazione Moreshin e Daniel stanno lavorando al momento.

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Filippo Lorenzin: Ho apprezzato il tentativo da parte dei curatori di fornire il maggior numero di punti di vista possibili, sia in termini geografici che teorici. Infatti, abbiamo assistito a conferenze e performance tenute da un gruppo davvero vario di artisti e figure provenienti da campi di ricerca che a volte non avevano nulla in comune gli uni con gli altri. Questa stimolante situazione si è riflessa nei grandi eventi tenuti allo Stedelijk Museum e a Paradiso: abbiamo avuto l’opportunità di discutere con un pubblico internazionale con approcci molto differenti. Per me, incontrare queste persone è stato un aspetto importante della mia esperienza di questa edizione del Sonic Acts. È stato lo stesso anche per te?

Martina Raponi: Ho apprezzato la varietà dell’offerta durante gli altri momenti allo Stedelijk Museum per la serata di apertura, come anche durante il programma del sabato sera presso Paradiso, con proiezioni e performance. Nel primo caso è stato possibile fare esperienza di una serie di diversi atti perforativi e momenti installativi che hanno riflettuto in qualche modo le possibilità di declinazione dei temi proposti dalla Academy.

Nel museo esplorazioni soniche ed elettroniche hanno affiancato ricerche più storicamente radicate. Una performance che ho apprezzato particolarmente è stata quella di Okkyung Lee (http://www.okkyunglee.info/): una dimostrazione di détournement della conoscenza del mezzo utilizzato; la perizia nel suonare uno strumento musicale occidentale viene fusa con l’intenzione di sovvertire il suo potenziale codificato. Non parliamo poi di Thomas Ankersmit (http://www.thomasankersmit.com/) e del suo viaggio nel lavoro di Dick Raaijmakers, un omaggio che l’artista ha reso a questa figura storica, esplorando i suoi concetti di suono, composizione, e percezione spaziale. Questo omaggio ha però incluso la traduzione della ricerca e della pratica di Raaijmakers dall’analogico al digitale, utilizzando computer softwares per creare ambienti sonori che ho sentito il bisogno di esperire ad occhi chiusi, per andare alla deriva insieme ai suoni prodotti dal compositore.

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Nella seconda occasione invece, presso Paradiso, ho apprezzato non solo le ricerche cinematografiche ma anche quelle musicali. Mi sono persa nella musica profonda e vorticosa che Jason Sharp (http://www.jasonsharp.ca/) ha suonato per accompagnare i film di Daïchi Saïto (http://lightcone.org/en/film-10174-engram-of-returning), e sono stata letteralmente spazzata via dall’impressionante lavoro video-architettonico di Tarik Barri (http://tarikbarri.nl/) in collaborazione con il musicista drone Paul Jebanasam (https://www.discogs.com/it/artist/1151032-Paul-Jebanasam). Oltre all’offerta della sala principale, un altro programma aveva luogo nella sala minore di Paradiso, ospitando artisti e musicisti che erano già presenti in altre occasioni del programma dell’Academy, come Ewa Justka, ma anche personalità come SØS Gunver Ryberg (http://soesgunverryberg.blogspot.nl/), una musicista che ha colto la mia attenzione dopo essere stata prodotta dall’etichetta Contort di Samuel Kerridge (http://contortrecords.bigcartel.com/).

Un cambio di registro è stato determinato dalla cornice di ogni serie di eventi, scivolando durante il sabato sera verso esibizioni più di intrattenimento, che sono riuscite ad attirare un pubblico più vasto.

Questo è uno dei punti di forza del Sonic Acts: la capacità di abbinare un programma impegnato nella discussione di temi scottanti nel campo delle arti con un programma che offre occasioni più rilassate per ascoltare musica e ballare, sviluppato in questo caso con Viral Radio (https://soundcloud.com/viralradio), abbracciando una sorprendente varietà di generi.

Come hai percepito queste due diverse occasioni che raccoglievano performance che variavano da contenuti più relativi all’arte per arrivare ad un livello più di intrattenimento?

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Filippo Lorenzin: Sono d’accordo con te, la scelta delle location e le loro storie spiegano molto bene l’approccio del festival agli argomenti affrontati e il tipo di pubblico che hanno cercato di richiamare – tornerò su questo punto tra poche righe.

Per rispondere alla tua domanda, ho apprezzato molto come hanno pianificato il programma bilanciando i momenti potenzialmente più seri (come le conferenze) e gli eventi più spettacolari (sabato notte al Paradiso, ad esempio). L’evento di apertura al Stedelijk Museum è stato forse troppo caotico, con troppe performance a cui assistere in un breve periodo di tempo (i cancelli sono stati chiusi alle 23) in uno spazio che è sicuramente affascinante ma allo stesso tempo labirintico, nonostante le mappe consegnate al pubblico.

Due dei miei momenti preferiti del festival (che hai già citato, a proposito) hanno avuto luogo al Paradiso: la proiezione dell’ultimo film di Daïchi Saïto Engram of Returning accompagnata dalla straordinaria colonna sonora improvvisata dal sassofonista Jason Sharp e la collaborazione pazzesca di Paul Jebanasam con Tarik Barri, una riproposizione dell’ultimo album del primo accompagnata dai visual del secondo. La performance di Jason Sharp è stato un momento davvero speciale in cui potevi sentire la partecipazione silenziosa del pubblico che non riusciva a fare nient’altro che ascoltare e risuonare seguendo le forti vibrazioni prodotte dal sassofono e il rullante; infatti, è come se Sonic Acts avesse aspettato di essere nella grande sala del Paradiso per alzare il volume.

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La performance di Paul Jebanasam e Tarik Barri è stato un altro lavoro significativo che si è inserito in modo interessante nell’obiettivo generale di Sonic Acts di affrontare temi importanti come il ruolo dell’Umanità nel mondo, la memoria e il futuro: i suoni erano talmente imponenti che potevo sentire il mio cranio vibrare dentro la mia testa in una maniera tale da farla risultare un’esperienza molto intima, senza darmi la possibilità di parlare o comunicare con gli altri spettatori accanto a me. Le immagini erano davvero attraenti e la loro combinazione con il suono sembrava qualcosa arrivato dalla preistoria o dall’età dei miti. Dopo la performance ho pensato che avevamo provato le stesse sensazioni che probabilmente anche i primi spettatori delle opere di Richard Wagner dovevano aver provato a Bayreuth, seduti in quella grande sala oscura, con atteggiamento estatico.

Tornando alle location del festival, i momenti in cui bisognava prendere la bici o il tram per raggiungere le sedi distanti le une dalle altre e situate in tutta Amsterdam sono stati una parte integrante dell’esperienza del Sonic Acts; si aveva l’opportunità di continuare a discutere con le altre persone che avevano assistito alle conferenze e alle performance. In breve, non penso che gli organizzatori potrebbe raggiungere lo stesso livello di partecipazione, interesse e divertimento se portassero il festival in qualsiasi altra città. Qual’è la tua opinione? Vivi ad Amsterdam e mi piacerebbe sapere in quale misura la peculiare cultura olandese ha influito sulla programmazione di Sonic Acts.

Martina Raponi: Amsterdam ha infatti una scena artistica molto vibrante, su molti livelli. Il Sonic Acts è anche la prova che le differenti istituzioni e le differenti location in città comunicano in maniera efficace tra di loro, che è decisamente un punto di forza, soprattutto per la valorizzazione del patrimonio in termini di circolazione di esperienze e di pubblici. Il Sonic Acts è solo uno dei diversi esempi di questo scambio virtuoso, e penso uno dei migliori. Vivo ad Amsterdam solamente da un anno e mezzo, ma ho notato come i diversi pubblici si distribuiscano in maniera molto complessa tra gallerie, musei, sedi di eventi, e via dicendo; il Sonic Acts raccoglie una gran varietà di pubblici, e ciò accade per lo scambio di cui ti parlavo prima, per la comunicazione tra istituzioni. La città in sé è poi una scenografia perfetta, sia in termini infrastrutturali, sia per ciò che concerne la possibilità di navigarla con più libertà (in bici, ad esempio), dando al visitatore una esperienza completa di apprezzamento.

Nonostante il programma molto denso, momenti informali di scambio hanno permesso di riempire le pause e gli eventi più di intrattenimento.

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Vedo il marchio riconoscibile del Sonic Acts Festival in questo esperimento della SA Academy, e attendo impazientemente di vedere come si svilupperà negli anni a venire. Nel frattempo possiamo solo attendere il prossimo Sonic Acts Festival (che presumo seguirò con te, Filippo, dato che sembra stia diventando una sorta di tradizione per noi), e seguire le varie occasioni organizzate dal Sonic Acts, come gli eventi Progress Bar (https://www.facebook.com/prgrssbr/), l’ultimo dei quali ha avuto luogo il 26 marzo presso Paradiso Noord (http://sonicacts.com/portal/progress-bar-lafawndah-brood-ma-ital-tek-and-more). Progress Bar è una nuova collaborazione tra Sonic Acts, Lighthouse (http://www.lighthouse.org.uk/) e Viral Radio, che dà spazio a performance, presentazioni, proiezioni, per concludere la serata con una club night.

Sembra essere perfettamente in linea con il corredo genetico del SA, proponendo incroci e contaminazioni tra pratiche, generi, e arti. Rimaniamo sintonizzati e vediamo cosa ci riserva il SA per il futuro!


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