Alberto Tadiello (1983, Montecchio Maggiore, VI) é uno tra i pochi artisti che sia riuscito a rompere il muro che separa la pratica artistica contemporanea tradizionale e quel filone legato alla media art, che si avvicina alla sperimentazione scientifico-tecnologica e all’idea di Do It Yourself.

Un recente saggio di Claire Bishop (1) infatti, evidenzia come ci sia una certa riluttanza sia da parte dei curatori sia da parte di alcuni artisti, nell’utilizzare le nuove tecnologie, soprattutto quelle digitali. Si riscontra piuttosto una tendenza a recuperare i media di un passato seppur recente, come vinili, film e video in pellicola e musicassette.

Tadiello (http://www.t293.it/artists/alberto-tadiello/) benché non utilizzi alcuna nuova tecnologia particolare, impiega materiali semplici in un modo innovativo e lo fa arrivando spesso a una soluzione formale per la quale la sua opera potrebbe fungere da ponte tra le discipline.

Come lui stesso ha dichiarato più volte, la configurazione finale delle sue opere deriva da forme presenti in natura e alle parti che compongono il lavoro non viene aggiunto nulla. Tutto è essenzialmente finalizzato al funzionamento dell’opera che deve risultare schietta, pulita, secca, come una lama che taglia lo spazio. La stessa caratteristica si riscontra nella qualità del suono che esce dai meccanismi.

Tadiello ha un background da musicista, ma quello che cerca non è l’armonia del suono. I fischi, i brusii e le vibrazioni emessi dalle sue macchine sono ricercati, ma non prevedibili a priori neppure dall’artista stesso. Quello che indaga, infatti, è la dimensione scultorea del suono che deve riempire i vuoti del corpo. Nello stesso tempo, riempiendo quei vuoti crea una reazione forzata in chi osserva: uno degli intenti appunto, è quello di arrivare all’ascolto anche contro la stessa volontà.

Le opere più recenti di Alberto Tadiello sono visibili fino al 24 febbraio 2013 al Museo di Arte Contemporanea – Villa Croce di Genova, in occasione della sua mostra personale High Gospel curata da Ilaria Bonacossa (http://www.museidigenova.it/spip.php?rubrique120&azione=eventdetail&eventoID=37445)

Alessandra Saviotti: A Palazzo Strozzi il tuo lavoro E13 000625 (2010) era spento. Ricordo bene di avere chiesto alla guardiasala di accenderlo e successivamente il perché del mancato funzionamento. Mi é stato detto che spaventava troppo i visitatori ed era quasi insopportabile per i guardiasala. Hai previsto che il ‘fattore disturbo’ potesse compromettere la fruizione del lavoro? Secondo te anche questa variabile può entrare a parte dell’opera?

Alberto Tadiello: No. Assolutamente! Il fatto che i guardiasala decidano di tenere spento un lavoro non entra a far parte di un pensiero sul lavoro stesso. Purtroppo a volte succede. E13 000625 non era troppo violento o di disturbo. Era un suono profondo, cavo, gutturale, regolato per durare poche decine di secondi. Aveva un volume contenuto. Mi rendo perfettamente conto del “livello di disturbo” che un lavoro sonoro può creare all’interno di una mostra collettiva o di uno spazio espositivo. Sono aspetti che tengo sempre in considerazione e con i quali ogni volta faccio i conti, anche nel rispetto di chi lavora o vive nelle vicinanze.

Alessandra Saviotti: Quanto e’ importante il tempo nella fruizione delle tue opere? E in che relazione si trova con l’usura del lavoro? Penso a 9V(2007), EPROM (2008) e Switch (2008). Ma anche ai disegni di Untitled (2006), dove è precisamente il rapporto con il tempo determina la forma ultima del lavoro.

Alberto Tadiello: È un tempo che non mi appartiene. Vive in un ciclo proprio, di cui non sono immediatamente responsabile. Questi lavori espongono dei processi di depotenziamento, sonori, energetici, fisici e hanno tutti a che fare con una durata, con il senso di una misura e di uno sforzo. Sono inesorabilmente legati a una dimensione temporale.

Alessandra Saviotti: In Come abitando in prossimita’ (2007), USB (2007) e Shift (2008), il centro gravita attorno alla ricerca dell’invisibile e il suo manifestarsi attraverso il lavoro. Da dove deriva la tua urgenza di documentare l’impercettibile?

Alberto Tadiello: Credo sia strettamente collegata all’idea di esposizione stessa. Di rivelazione. L’impercettibilità ha qualcosa della sordità e dell’incertezza e io sono incapace di inseguirla fino in fondo.

Alessandra Saviotti: Tutti i tuoi lavori, specialmente gli ultimi (Hyper, 2012 – Taraxacum, 2012 – Elektronskal, 2011) sono esteticamente precisi e ben costruiti. Potrei dire, banalmente,‘belli’. Eppure presentano elementi aggiuntivi – suono, luce, calore – che sono determinanti nella tua ricerca. Se tu lasciassi spente le tue ‘macchine’, credi avrebbero la stessa funzione nello spazio?

Alberto Tadiello: Penso si tratti di diversi aspetti di un unico punto di vista. Quando produco un lavoro, per me è importantissimo che trattenga nel suo essere spento una potenzialità o un residuo del suo essere acceso.

Alessandra Saviotti: Nelle tue opere più recenti hai aggiunto alcuni elementi come la luce e il calore. Come sei arrivato a questa evoluzione?

Alberto Tadiello: Ogni lavoro nasce da una logica visiva, da una stratificazione di sì e di no, che termina con un sì. Provo ad acquisire la stessa coerenza posseduta dalla Natura.

Alessandra Saviotti: Sempre in riferimento alle tue ultime opere, ho notato che la forma è meno ‘tagliente’. Il riferimento alla natura diventa implicito, è scomparso definitivamente o persiste nell’assemblaggio del lavoro?

Alberto Tadiello: No. Credo che il riferimento alla natura sia divenuto più esplicito. Se guardi bene, al centro degli Elektronskal potrai anche vedere dei pistilli, scarlatti. Dichiararlo rischia però di essere tremendamente puerile, così come cercare di descrivere come possano muoversi nell’aria i semi di un soffione.


Note:

1 – Claire Bishop, Digital Divide, Artforum, Sep.2012